Abbazia di San Pietro – Perugia

Navata Sinistra

Navata Destra

Controfacciata


 

L’abbazia benedettina rappresenta la più ricca e importante raccolta di opere d’arte di Perugia dopo la Galleria Nazionale dell’Umbria.
L’importanza e la potenza del cenobio sono documentate dall’imponente archivio che denota in maniera evidente il peso storico-artistico di questo importante monumento perugino, assai ricco di secolare bibliografia, e una descrizione così sintetica non rende giustizia alla sua lunghissima storia.

 

Cenni Storici

Il maestoso complesso abbaziale sorge fuori delle mura antiche, sul luogo più sacro delle memorie cristiane della città, dove fu eretta anche la chiesa dedicata al primo vescovo di Perugia e suo patrono, il santo martire Costanzo, e dove si trovava la prima cattedrale della città (appunto di San Pietro) ceduta dal vescovo Onesto.
La cattedrale fu costruita, secondo una tipologia tipica di molte città dell’Occidente cristiano nei pressi dell’area cimiteriale dei primi martiri, posta sul Monte Calvario, come l’omonimo colle vicino a Gerusalemme.
Alcune testimonianze storiche e archeologiche collocano addirittura nei pressi della basilica il luogo di sepoltura del monaco sant’Ercolano, vescovo di Perugia, martirizzato dai Goti nel 547-549.
La sede della cattedrale fu trasferita entro le mura nell’attuale San Lorenzo nella seconda metà del secolo X quando il Cristianesimo si era ormai completamente diffuso nella città.
Il monastero, secondo lo Jacobilli fu fondato nel 966 dal cluniacense Pietro Vincioli ma la più recente letteratura in proposito ne contesta l’appartenenza a tale ordine.
Il monaco Pietro divenne il primo abate della comunità.
Tra le abbazie dell’Umbria, San Pietro di Perugia è l’unica che, dalle sue origini nel 966 ad oggi, ha conservato ininterrottamente la presenza di una comunità monastica.
Dando sempre credito allo Jacobilli, peraltro parzialmente smentito dagli studi successivi, il cenobio passò sotto l’ordine avellanita (1227) e poi sotto quello cistercense (1245).
Il documento più antico su San Pietro di Perugia è datato al dicembre 1002: si tratta della Notitia con la quale papa Silvestro II pose l’abbazia sotto l’autorità pontificia sottraendola alla giurisdizione del vescovo perugino Conone e questo fece si che l’Abbazia divenne un ente autonomo e l’abate era soggetto direttamente alla Sede Apostolica.
I vari Papi e gli Imperatori che si sono susseguiti confermarono gli abati non solo nella loro dignità e autorità, ma anche nel possesso del vasto territorio comprendente beni e dipendenze che si estendeva per circa 3200 ettari lungo la Media Valle del Tevere, fino al territorio di Todi.
Durante tutto il Medioevo, San Pietro fu una delle istituzioni monastiche più importanti della regione e della città, oltre che dello Stato della Chiesa.
L’Abbazia ospitò diversi Papi e alcuni dei più alti prelati della Curia romana soggiornarono a San Pietro: papa Onorio III, Ugolino di Anagni divenuto papa con il nome di Gregorio IX, Urbano IV che vi morì il 2 ottobre 1264, cardinale Benedetto Caetani, poi papa Bonifacio VIII e in tempi recenti papa Pio VII nel 1805, Pio IX l’11 aprile 1857.
Nel 1398, l’abbazia fu devastata dai Perugini, dopo che l’abate Francesco Guidaloni aveva preso parte alla congiura contro Biordi Michelotti, capo della fazione popolare del Comune di Perugia.
Dopo vari abati commendatari (tra cui Filippo Vibi nel 1361 e Oddone Graziani nel 1404), passò all’ordine cassinense, unito alla Congregazione di Santa Giustina di Padova per volontà di papa Eugenio IV (1436).
In questo periodo si assiste ad una eccezionale produzione artistica promossa dagli abati e dalla comunità monastica di San Pietro, nel Rinascimento prima e nel Barocco poi.
Dall’inizio del Cinquecento, la basilica e le fabbriche monastiche furono ampliate e arricchite delle opere dei più prestigiosi artisti del tempo: Benedetto Bonfigli, il Perugino, Eusebio da San Giorgio, il Sassoferrato e celebri miniatori, tra i quali Giapeco Caporali e il Boccardino, autori delle due serie di Corali che ancora si conservano nell’Archivio storico dell’Abbazia.
Nel Seicento e nel Settecento, oltre a promuove la produzione artistica e a commissionare nuove opere d’arte per la basilica e il monastero, San Pietro divenne uno dei principali centri di attività e produzione culturale, affermandosi anche come prestigiosa sede di studi scientifici e di erudizione.
Questi erano favoriti dalla presenza dello Studium, monastico, nel quale fin dall’inizio del Trecento si insegnavano la Retorica, la Filosofia e la Teologia.
Con l’invasione degli eserciti napoleonici, l’abbazia fu soppressa per ben due volte nel 1799 e nel 1810, con la spoliazione di importanti opere d’arte e arredi, ma senza l’espulsione dei monaci.
Per i noti episodi del 1859-1860, la comunità di San Pietro fu ridimensionata senza essere soppressa dallo Stato italiano, che riconobbe i meriti dei monaci per l’aiuto offerto agli insorti perugini.
Dopo aver chiuso lo Studium teologico, i monaci si dedicarono alla fondazione di una Colonia agricola che, per trent’anni, educò i giovani perugini all’agricoltura e all’artigianato, preludio all’Istituto agrario e alla successiva Facoltà di agraria che ha attualmente sede nei locali del monastero.
Oggi, la comunità di San Pietro è parte integrante della realtà culturale e religiosa di Perugia; i benedettini mantengono aperta al pubblico la struttura e curano tre corali, polifonica, gregoriana e popolare nonché sono i conservatori dell’Archivio stanco e della Biblioteca monumentale.
L’attività scientifica è stata ripresa negli anni 1970 con lo sviluppo moderno della sismologia coltivata nell’Osservatorio sismico “Andrea Bina”, diretto da don Martino Siciliani.
L’abbazia di San Pietro è la sola comunità che può vantare una storia che abbraccia i tre millenni della storia cristiana.
 

Aspetto esterno

Il monastero di San Pietro è il risultato di numerose modifiche e ampliamenti operati nel corso dei secoli e presenta tre chiostri, quello del Trecento, quello delle Stelle, opera di Galeazzo Alessi del 1571, e quello seicentesco di Valentino Martelli.
Attraverso un fronte monumentale si accede al primo chiostro seicentesco da cui è visibile l’imponente campanile esagonale la cui parte inferiore, che risale al XIII secolo, fu costruita su un sepolcro etrusco-romano ed è sormontato da una slanciata cuspide piramidale, opera dei fiorentini Giovanni di Betto e Puccio di Paolo (1463- 68), realizzata su disegno di Bernardo Rossellino.
A sinistra è l’ingresso della chiesa, a destra e a sinistra del cui portale sono visibili i resti dell’antica facciata preceduta da un portico e da alcuni affreschi di epoca trecentesca-quattrocentesca; per motivi di viabilità nel secolo XIX la facciata fu retrocessa.
La facciata in parte coperta dal chiostro seicentesco, presenta alcuni affreschi trecenteschi, tra cui la rappresentazione tricefala della Santissima Trinità, l’Annunciazione, San Giorgio e il drago e i Santi Pietro e Paolo.
 

Interno

L’interno, a pianta basilicale a tre navate, riprende il modello della basilica vaticana e ospita la più grande collezione di opere d’erte di Perugia, dopo la Galleria Nazionale dell’Umbria.
Le tre navate sono divise da una doppia fila di 18 colonne (9 per navata) sormontate da capitelli ionici, la copertura è a cassettoni lignei riccamente decorati e dorati che risalgono al 1556.
Dopo il 1436 e l’ingresso dell’abbazia nella Congregazione di Santa Giustina di Padova (ordine cassinense), la chiesa fu dotata di un nuovo presbiterio e dell’abside.
Sull’altare maggiore fu posta la pala raffigurante l’Ascensione del Perugino, datata 1496, oggi conservata parte a Lione e parte a Parigi, dopo essere stata requisita dai Francesi alla fine del secolo XVIII.
Il presbiterio ospita il coro ligneo, considerato da taluni il più bello d’Italia, merita un’attenzione particolare per la sua importanza: il lavoro di manifattura, iniziato nel 1526 dal perugino Bernardino di Luca Antonibi con la collaborazione di Nicola di Stefano da Bologna, dopo una lunga interruzione fu ripreso nel 1535 da Stefano di Anoniolo Zambelli da Bergamo.
Il grande leggio del coro è opera di due collaboratori di Stefano: Battista Bolognese e un tale Maestro Ambrogio, francese.
Nelle due pareti del transetto sono posizionati due grandiosi organi, uno a destra e uno a sinistra.
Alla fine del Concilio di Trento la chiesa venne rinnovata e decorata con numerosi dipinti del XVI secolo tra cui, notevoli, 11 tele che ornano la parte superiore parietale della navata mediana raffiguranti Scene del Vecchio e Nuovo testamento, raffrontate simmetricamente l’una all’altra secondo gli intenti iconografici della Controriforma.
Le tele sono state eseguite da Antonio Vasillachis, detto l’Aliense, nativo di Milo.
Sulla parete di fondo, il Lignum Vitae, che raffigura la gloria di san Benedetto con i suoi più illustri discepoli.
Sulla navata sinistra si apre la Cappella del Santissimo Sacramento, con l’affresco della Madonna del Giglio dello Spagna e tre dipinti di Giorgio Vasari, un tempo nel Refettorio monastico; seguono la Cappella Ranieri, con la tela raffigurante Gesù nell’orto degli Ulivi di Guido Reni, e la Cappella Vibi, con il Tabernacolo marmoreo di Mino da Fiesole.
Sulla navata destra si trova la Cappella di San Giuseppe, con affreschi del pittore ottocentesco Domenica Bruschi.
Tra i dipinti che decorano le due navate vanno rammentati quelli di artisti come Eusebio da San Giorgio, Orazio Alfani, Ventura Salimbeni, Cesare Sermei, il Guercino, Francesco Appiani la Deposizione del Perugino, le opere del Sassoferrato e molti altri.
Nella sagrestia si conservano altri grandi capolavori, come la Santa Francesca Romana e l’Angelo del Caravaggio, Gesù e san Giovannino di Raffaello, la Sacra Famiglia del Parmigianino e il ciclo di affreschi di Girolamo Danti raffigurante le Storie di san Pietro.
Della costruzione di epoca romanica si conserva l’arco di accesso alla cripta e una torre di difesa in pietra, mentre dell’originale pavimento maiolicato, opera cinquecentesca di Giacomo Mancini di Deruta, restano alcuni lacerti in sagrestia.
La cripta, riscoperta nel 1980 sotto il pavimento tra la navata e il presbiterio, sembra risalire al periodo di Pietro Vincioli.
La cripta rappresenta un vero e proprio tempietto paleocristiano a pianta esagonale con il peristilio, un piccolo altare con due soli gradini e la colonna centrale; alle pareti si osservano decorazioni geometriche eseguite a motivi geometrici a fresco su uno scialbo di calce, sono ascrivibili ad artisti di cultura ottoniana, attivi tra il X e l’XI secolo, quando fu realizzata la tamponatura delle arcate.
Di epoca successiva, tra XIV e XV secolo è la figura del leone, riemersa durante i lavori di restauro. Frammenti di una crocifissione, quasi una sinopia, eseguita a carboncino, sono sulla fronte dell’altare che, evidentemente, si trovava ad una quota differente.
Tutte le decorazioni della cripta sono oggetto di studio da parte della Fondazione per l’Istruzione Agraria.
 

Curiosità e mistero

In controfacciata c’è una grande tela di quasi 90 metri quadri dipinta nel 1592 da Antonio Vassilacchi detto l’Aliense che rappresenta l’“Apoteosi dell’Ordine dei Benedettini”, raffigurante circa 300 personaggi venerabili, pontefici, cardinali, vescovi, abati ed esponenti di altri ordini monastici legati al santo di Norcia.
La stranezza ed il mistero del dipinto è stata scoperta dopo oltre 400 anni dalla scrittrice perugina Emanuela Casinini, dipendente dei Beni Culturali e appassionata cultrice delle vicende della sua città.
Osservando a distanza il quadro in particolare dall’altare maggiore si nota una figura sinistra che poco assomiglia all’albero della vita dell’ordine benedettino, si nota infatti che l’occhio percepisce un volto diabolico composto dalle figure rappresentate.
Forse a significare la corruzione della chiesa in quei tempi o forse a dire che il male è sempre presente nella nostra vita? Non si sa ma la figura è li e chiunque ne faccia caso la può notare, ognuno ne tragga le dovute conclusioni.
Il mistero comunque resta.
 

Fonti documentative

F. Guarino A. Melelli – Abbazie Benedettine in Umbria – Quattroemme 2008
Regione dell’Umbria Centro Storico Benedettino Italiano -Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro – Direzione scientifica di Giustino Farnedi O.S.B. Repertorio dei monasteri di Nadia Togni 2014

http://www.umbriatouring.it/

 

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