Abbazia di Santa Maria in Silvis – Collelungo di San Venanzo (TR)

Attraverso lunghe ricerche nell’Archivio Diocesano di Orvieto ho cercato di colmare (per quel poco che ho potuto dati i miei limiti) una lacuna storica di un’Abbazia che da una fase di grande ricchezza si è perduta per sempre nella memoria; ci ho provato, spero che la provocazione scateni la curiosità e qualcuno possa dire molto di più e meglio in merito alla sua storia.

 

Cenni Storici

Non si conosce la data di edificazione dell’Abbazia, alcune fonti parlano di origini tra il VI e il VII sec. d.C. e probabilmente ad opera dei Benedettini passata poi ai Domenicani, senza però citarne la documentazione.
L’abbazia sorgeva lungo un asse viario attivo sin dal tempo degli Etruschi, che uscendo da Perugia a Porta Eburnea si dirigeva verso Orvieto e a Collelungo si staccava per dirigersi verso Orvieto.
Tale tracciato rimase attivo fino al tardo medioevo.
Tale viabilità ebbe un ruolo fondamentale durante le invasioni barbariche che saccheggiarono l’impero romano.
Le devastazioni non risparmiarono nemmeno i territori introno a San Venanzo che conobbero la devastazione fino a che dopo l’anno Mille ebbero una rinascita con l’avvento dei monaci Benedettini i quali tenacemente risollevarono le aree devastate favorendo la nascita di Ville, Castelli, Pievi ed Abbazie fra cui questa di Santa Maria in Silva.
Nel 1278 Orvieto individuò 5 castelli (Castra) e 22 pievi (Pivieri) come punto di riferimento amministrativo – fiscale, per cui tutto il territorio a lei soggetto, risultò diviso in “Plebari” che a tutti gli effetti sostituivano i municipi in quanto le chiese registravano le nascite, le morti e le famiglie presenti.
Secondo E. Carpentier i pivieri, alcuni dei quali derivarono il loro nome da quello del santuario principale, raggruppavano più centri rurali in un ambito coincidente, “il più delle volte, con quelle della parrocchia sulla quale l’autorità orvietana veniva esercitata attraverso un visconte“.
Fra questi Pivieri troviamo quello di Santa Maria in Silvis alle cui dipendenze c’erano la Villa di Civitelle, il Castrum Rotecastelli e la Villa Collis Longi (attuale Collelungo).
La pieve, a quei tempi, era l’edificio per il culto e l’abitazione nella quale i chierici conducevano vita in comune, formando un capitolo con beni in condominio, sotto l’autorità, più o meno accentuata, di un arciprete avente giurisdizione sulle maggiori chiese del distretto.
Queste, successivamente, si staccarono dalla pieve, dando vita a parrocchie autonome, con conseguente sparizione della vita comunitaria e dispersione dei beni comuni.
Alcuni dei santuari che dettero nome ai pivieri, sorsero attorno ad eremi camaldolesi, diffusi in Toscana, in Umbria e nelle Marche ad opera di S. Romualdo, fondatore dell’Ordine, la cui presenza nell’Orvietano è testimoniata da S. Pier Damiani:
Da ultimo, lasciati in val di Castro alcuni discepoli, si portò nel territorio di Orvieto e costruì un monastero nei possedimenti del conte Farolfo (Montemarte), col concorso di molte persone, ma specialmente a spese di lui“.
Quale fosse questo primo centro camaldolese non è dato sapere, certo è che, quando Orvieto procedette alla suddivisione del territorio in pivieri, la Congregazione si era già stabilmente insediata in alcuni siti del territorio di Marsciano (S. Sigismondo), di Todi (S. Maria in Monte, S. Fortunato, S. Antonio), ai lati del Tevere tra Todi e Baschi.
Per certo sappiamo che l’Abbazia di Santa Maria in Silva al tempo dell’istituzione delle “Pievanie” esisteva, era ben solida (lo scopriremo più avanti con il pagamento delle decime – Rationes Decimarum) ed era Camaldolese, non è peregrino quindi pensare che uno dei primi centri Camaldolesi dell’orvietano possa essere stato proprio questo.
La dimostrazione dell’appartenenza dell’Abbazia a questo ordine religioso è data da un documento di giuramento di obbedienza davanti al vescovo di Orvieto da parte di un monaco di cui facciamo il sunto:
Gli abati Berardo e Giovanni dell’ordine dei Camaldolesi del monastero di Santa Maria in Silva -Camaldulorum ordinis Urbevatanae Diocesis-, presentano a Francesco Vescovo della Diocesi di Orvieto, Andrea monaco del monastero di Borgo San Sepolcro come novello abate del monastero di Santa Maria in Silva.
Il Vescovo riceve il giuramento di obbedienza e riverenza dal nuovo abate Andrea come da consuetudine.
La cerimonia ha avuto luogo nella Cappella di S. Silvestro sita nell’episcopio in data 4 maggio 1288
“.
Sono citati alcuni testimoni presenti all’atto notarile rogato dal notaio Apollinare Benentend, prefetto di Roma, che si firma con il suo sigillo “et presentibus praesbyteris Johanne Petro Romee, et Johanne Rainerii Cappellanis Ecclesiae Sancti Blasii Urbavatanae, magistro Beraldo de Adria, Bernardinus Oddonis, Jacobo Petrus notarius de Papiano, et pluribus aliis testibus“.
Che l’Abbazia fosse particolarmente solida e ricca nel XIII secolo lo scopriamo attraverso un altro documento notarile del 15 agosto 1242 in cui il notaio “Battista” annota doviziosamente i “Censi” degli affitti dei beni dell’abazia di Santa Maria in Silva riscossi dai monaci e i relativi contribuenti.
In nome di dio anno domini 1242 Indizione XV del giorno 15 agosto dell’anno in cui regnava Federico Romano Imperatore e nella Chiesa era vacante del papa, nella festa del mese di agosto.
Bartolomeo Ardicioni per il pezzo di terra di questa chiesa ………. ha pagato in censo 2 denari lucchesi.
La stessa cosa ha fatto Mozbita Blaxii Alescij per un pezzo di terra….. 1 denaro lucchese.
Filippuccio Bevezcelli de Marsciano per un altro appezzamento…. versò per il censo un denaro lucchese.
Andrea Pennacci per un podere che deteneva per questa chiesa adiacente al primo .. versò 8 denari lucchesi.
Spena Ciuffella per sé e i suoi fratelli per la terra che detenevano e l’affitto di una vigna verso 2 denari lucchesi …….

Il documento prosegue con l’elenco di circa altri trentacinque affittuari dei beni dell’Abbazia
redatto dal notaio Bartolomeo imperale.
Il documento del notaio Bartolomeo è stato trascritto in copia dal notaio Corrado Luti di Bettona.
Come è stato sopra detto il documento riporta gli incassi dati dagli affitti dei beni dell’abazia di Santa Maria in Silva concessi a varie persone (42) nell’anno 1242 per un totale di 108 denari lucchesi.
In tre casi il pagamento viene saldato con il grano.
Gli affitti venivano riscossi dal monaco Bernardo su incarico dell’abate Benedetto.
In una “Confirmatio” del 13 gennaio 1290 troviamo che:
Il frate sacerdote operante nel Monastero di Santa Maria in Silva è stato incaricato di notificare al Vescovo Francesco allora reggente la Diocesi di Orvieto la elezione del frate Severino Guidarelli come Abate del Monastero di S. Maria in Silva.
Il Vescovo riceve il neo abate e affida in forma solenne la gestione spirituale e materiale dell’abbazia, consegna l’anello dopo il giuramento di fedeltà e di riverenza di fronte al capitolo.
Il rito fu celebrato nella Cappella di S. Silvestro sita nel palazzo vescovile il 13 gennaio 1290, secondo anno di pontificato di Nicola quarto
”.
Per meglio comprendere il prestigio e la ricchezza che aveva l’Abbazia nel XIII sec. occorre vedere le “Rationes Decimarum” pagate tra i secoli XIII e XIV dalle chiese della Diocesi di Orvieto le cui tariffe erano stabilite a seconda del loro tenore.
Il documento così riporta:
Queste sono le persone della città e diocesi di Orvieto che assolsero al pagamento delle decime del provento ecclesiastico in occasione della festa di San Giovanni Battista nel giugno dell’anno 1235 in terza indizione al tempo del papa Gregorio X . La riscossione è tenuta tramite il sottoscritto Iohannes Abuiamontis depositario e deputato dal sottodelegato papale”.
Tra gli anni 1275 e 1280 l’Abbazia paga le decime diverse volte e qui le riportiamo nell’ordine:
L’Abate Berardo pagò 24 fiorini d’oro e 7 aquilani e 54 soldi cortonesi.
Il chierico Guillelmo, che versa 23 aquilani e 3 soldi cortonesi.
Signore Leonardo 10 soldi e 10 denari cortonesi.
Magno Morico, per conto dell’Abate versa 8 fiorini d’oro e 4 soldi e 4 denari aquilani.
Sempre Magno Morico successivamente versa 8 fiorini d’oro, 4 soldi e 4 denari aquilani.
L’abate assolve al censo per 7 fiorini d’oro, 7 aquilani e10 denari cortonesi.
Nel 1277 assolve per 21 soldi cortonesi.
Matteo Salvanti per il monastero paga 10 soldi, 6 denari aquilani, 1 fiorino d’oro, 3 tornesi d’argento, 4 reali rinforzati, 25 veneziani, 3 libbre cortonesi, 5 soldi e 2 denari cortonesi.
Ritroviamo il chierico Guillelmo che per il suo abate versa 10 fiorini d’oro, 2 reali grossi rinforzati e 8 soldi cortonesi.
Morico Diotallevi sindaco e procuratore del monastero pagò per il monastero e per la chiesa di Santa Croce de Rasa (oggi scomparsa) 9 fiorini d’oro.
Sempre Morico versa 1 tornese per l’abbazia.
Abbazia S. Maria in Silva prima paga 9 libbre
.
Nei secoli a seguire l’abbazia scompare dalle cronache per motivi che non conosciamo, infatti nella visita apostolica del 1573 non è più menzionata; troviamo solo una chiesa detta San Maria fuori le mura di Collelungo, ma non abbiamo la certezza che possa trattarsi di Santa Maria in Silva, a meno che non sia cambiato l’ordine religioso presente nel monastero ed abbia provveduto a rinominare la chiesa.
Lo stesso troviamo anche nel 1616 e nel 1677.
Nel 1687 troviamo Santa Maria fuori ma vicino il Castro e dal 1700 sembra passare a Santa Maria Liberatrice.
Ovviamente tali documenti probabilmente non parlano dell’abbazia, ma di una chiesa con titolo simile.
Sicuramente le soppressioni napoleoniche e la demanializzazione con il decreto Cirielli del 1860 hanno contribuito a dare il colpo di grazia alla cancellazione della struttura.
 

Aspetto

Oggi la vecchia abbazia non esiste più nemmeno nella memoria delle persone che vi abitano nelle vicinanze, tanto che se chiedete a qualcuno indicazioni stradali difficilmente vi sanno rispondere.
Persino trovandola non riuscirete a capire la sua primitiva utilizzazione, infatti è stata trasformata in un isolato dove hanno trovato l’abitazione diverse famiglie.
Tutto è scomparso persino la chiesa. Unica traccia dell’antica edificazione è un resto di abside che non si sa come è sopravvissuto alla trasformazione, situato nella parte posteriore dell’isolato.
 

Mappa

Link coordinate: 42.883259 12.319704

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>