Chiesa della Madonna di Colderba (già San Lorenzo) – Assisi (PG)

La chiesa era conosciuta ai tempi di San Francesco come chiesa di San Lorenzo di Colderba.

 

Cenni Storici

Il nome fa pensare a qualcosa di verde… di collina amena, dolce, infatti Colderba è la modesta zona che, prima, si trova salendo da Ponte S. Vittorino a Pieve S. Nicolò. Ha un’altitudine di m. 265 slm. ed è costituita dall’amenità dei campi nudi ed olivati, qualche quercia a distanza.
Il nome (Colliserbe-Collis erve ecc.) si trova fin dalla prima metà del sec. XI, e risultano nomi di proprietari di terreni fin dal 1051-1067-1086; per esempio, nel 1067, la chiesa di S. Pietro di Assisi vi possiede terra.
E nel 1118, certa Berta di Ugo possiede terreni in Colderba e che ne vende una rata alla Cattedrale.
Al tempo di San Francesco, c’è in Colderba una chiesa dedicata a S. Lorenzo ed è tra quelle che Onorio III conferma al Vescovo di Assisi come chiesa dipendente dalla Cattedrale.
Probabilmente si parla della stessa chiesa che esiste ai nostri giorni.
Nel 1232 Colderba è nei limiti della balìa di Campiglione e Vaiano, che comprende 57 nuclei familiari.
Nel 1354 è confermata nella balia di Campiglione, così come S. Martino di Biagiano e l’ospedale di S. Maria di domino Tommaso ed anche un ospizio dipendente dal monastero di S. Chiara nei pressi della chiesetta di S. Giovanni (che riteniamo essere quella di Campiglione – trattata in questo sito).
Agli inizi del sec. XV la chiesa parrocchiale appartiene ai Canonici di S. Rufino che, nel 1413 vi nominano rettore don Evangelista di ser Francesco di ser Nuzio, alla cui morte, avvenuta dieci anni dopo, eleggono Francesco di Giacomo Cicchi di Nardino.
Probabilmente questa chiesa nel giro di due o più secoli scompare forse perché abbandonata o crollata e non se ne parla più se non nel 1726 quando il marchese cavaliere Giovanni Ottavio Sperelli con una disposizione testamentaria ne stabilisce l’edificazione (nello stile che vediamo oggi) e la dedica alla Madonna determinando un chiaro esempio di pietas devozionale legata alla volontà di un singolo.
Il testamento redatto presso il notaio assisano Mario Blasi, stabilisce che la chiesa venga eretta a nome della Vergine Santissima per l’immagine trovata in una casa a Colderba dallo stesso Sperelli e per l’edificazione della stessa impegnava 200 scudi e la dotava di 3 modioli di terra arativa ed olivata da affidare ad un sacerdote nominato dalla sua famiglia, che mantenesse l’altare e vi celebrasse la messa otto giorni delle feste principali della Madonna.
Nel 1797, il vescovo Giampè in una sua visita chiama “strong>Madonna di Colderba” di proprietà della famiglia Sperelli (che ebbe un cardinale di casa) col cappellano don Cesare Garolini che la officia solo saltuariamente.
La tradizione di festeggiare la Madonna di Colderba si è perpetrata fino a pochi anni or sono nell’ultima domenica di maggio a conclusione delle celebrazioni mariane.
La domenica viene celebrata la Messa da parte del parroco di S. Pietro.
Forse dagli Sperelli la chiesa è passata alla famiglia Tini, ma ora pare contesa la proprietà tra i nuovi proprietari di Colderba e l’abbazia di S. Pietro.
Sia l’esterno che l’interno è ben tenuto e si presenta nell’aspetto che aveva nel ‘600 e ‘700, ma di poco valore artistico.
 

Aspetto esterno

La facciata si presenta come quadrata, con una altezza di circa m. 7 con un bel cornicione a mattoni e sottobordo; anche i pilastri laterali sono in mattoni con bordatura a modo di capitello.
Il portale ha un monolitico architrave probabilmente di riutilizzo.
Tra il cornicione e l’architrave c’è una brutta finestra con due stemmi gentilizi che rappresentano la famiglia Sperelli proprietari della chiesa, mentre restano caratteristiche le due, quadrate, laterali ad altezza d’uomo, in buona pietra con inferriata.
 

Interno

L’interno ad unica navata è stato oggetto di ristrutturazioni successive forse per lesioni da eventi sismici reca, sopra l’altare, tra decorazioni a stucco interessanti e gradevoli affreschi coevi forse dell’Appiani raffiguranti il Padre Eterno Benedicente e la Vergine con il Bambino.
 

Derivazione del nome

Non conosciamo la lingua tedesca, ma così, orecchiando la parola « erbèthen », che ci pare significare « donazione », ci permettiamo di concludere che Colderba sarebbe la derivazione di Collis latino e « erbèthen» tedesco, con significato di « colle della donazione », Collerbe, Colderba, « colle del dono » tutto questo residuo linguistico e toponomastico della dominazione Longobarda.
Leggendo il libro di A. Fortini « Assisi nel Medio Evo » (Ed. Roma, 1940, dalla pg. 1 a a 27 note comprese), si ha quasi una conferma sulla supposizione avanzata sulla derivazione del nome Colderba.
L’argomento trattato dal Fortini è quanto mai simpatico, e ci piace sunteggiarne le pagine.
Siamo al gennaio dell’Anno Mille.
Un ricco signore discendente longobardo in terra assisana, possiede terre in collina e pianura, tanti beni mobili e immobili, e tra questi il castello di Biagiano coi colli sottostanti verso la Città, come quello di Coriano, Orlano, e giù verso il Tescio, con esposizione a est, sud-est fino verso Brufa.
Il nome del signore, che è orfano di padre, è Adalberto.
Non vuole derogare dalla legge sacra della sua gente, quella del “morgengab“, e vuole sposare la « donna, una bianca, giovane, bella, fragile figura di donna. Si chiama Itta.
Nome breve, fatto per essere sussurrato sommessamente, […] Itta, soave profilo di castellana giovinetta…
» (pg. 1-2).
La legge longobarda permetteva che lo sposo promesso avesse potuto donare la quarta parte di tutte le sue sostanze, attuali e future, alla promessa sposa se fosse stata trovata integra della sua verginità nella prima notte di matrimonio.
Il dono veniva fatto con Atto pubblico nell’imminenza delle nozze e si ratificava, alla presenza di sacerdoti, amici e parenti, il giorno dopo delle nozze: era « la consacrazione di un dono d’amore », era il « dono del mattino, riconoscimento ufficiale e inoppugnabile della sua purezza ».
Questa virtù era un po’ come garanzia alla buona fama futura della sposa e alla solidità del vincolo sponsale, mentre il marito garantiva alla moglie il modo di sopravvivere lei e figli, se lui fosse mancato prima della moglie.
Scrive il Fortini: « Lo sposo che i parenti destinarono alla orfana Itta fu dunque il potente Adalberto, signore del vasto feudo fra Brufa e Biagiano. Anche Adalberto era pio.
L’atto di morgengab, che contiene la sua offerta, è tutto pervaso da uno spirito commosso di devozione, quello stesso che nella prima discesa in Italia, aveva piegato le anime selvagge del popolo barbaro e pagano […] .
E’ questo il dono che, per grazia di Dio, io Adalberto figlio di Maria, porto a te, Itta, figlia del fu Gumberto, amabile e diletta futura mia sposa, per il giorno in cui a te mi unirò, se a Dio piacerà…
».
Se la generosità dell’offerta avesse potuto adeguarsi alla misura dell’amore, assai di più che non quanto è descritto nell’atto, Adalberto avrebbe a Itta donato… […] il morgengab « E’ una offerta di cose pure per un’altra palpitante purezza; è omaggio gentile, un premio alla castità, così pudicamente serbata per l’uomo atteso e sognato fra i turbamenti dell’adolescenza e i fremiti della prima giovinezza ».
« Finché durerà l’amore, il mondo non finirà e avrà i suoi giocondi mattini! ».
 

Fonti documentative

V. Falcinelli – Per Ville e Castelli di Assisi – Vol I 1982
F. Guarino – La Valle del Tescio – Accademia Properziana del Subasio e Parco Regionale del Monte Subasio 2006
 

Da vedere nella zona

Chiesa di San Giovanni di Campiglione
Chiesa di San Fortunato
Chiesa di San Bartolo di Correggiano – Assisi
Complesso di Santa Croce al Ponte dei Galli – Assisi
Castello di Petrignano
Castello dei Figli di Cambio – Palazzo d’Assisi
 

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