Chiesa di San Brizio – Spoleto

La chiesa sorge nelle campagne di Spoleto ed è uno straordinario edificio romanico in cui è custodito un meraviglioso pavimento in mattoncini di varie forme con delle geometrie particolari che seppur fatte con umili materiali nulla hanno da invidiare alle nobili figure marmoree dei maestri Comacini

 

Cenni Storici

La pieve sorge nell’omonima frazione del comune di Spoleto lungo una delle vie che collegavano i due principali rami umbri dell’antica strada Flaminia.
Così come la chiesa di San Sabino e la chiesa di San Giovanni di Panaria, è legata alle affascinanti leggende del primo cristianesimo umbro e spoletino.
Secondo la leggenda San Brizio, proveniente dalla Siria, era giunto a Spoleto per predicare il Vangelo per cui fu denunciato ed imprigionato e successivamente vi morì.
Durante la prigionia gli apparve San Pietro che lo consacrò Vescovo di Spoleto.
Secondo la tradizione fu sepolto all’interno del sarcofago romano custodito nella cripta.
Numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano che il luogo era frequentato in epoca romana e che qui si trovava anche un sepolcreto.
È probabile che un primo edificio di culto sia stato costruito in epoca tardo antica nei pressi del cimitero utilizzato anche dai cristiani, come indicano i paliotti già impiegati nei due altari laterali e il frammento di croce nel contrafforte esterno, tutti del VI secolo.
Poiché si diffuse rapidamente la venerazione della tomba, tra il IX ed il X secolo fu costruita una prima chiesa di cui oggi rimangono alcuni capitelli messi in opera all’interno della cripta.
Alla metà del XII secolo,nel periodo di grande attività del romanico spoletino, si innalzò un edificio più grande, quindi si innalzò questa chiesa che per lo schema costruttivo rientra nel gruppo delle chiese romaniche spoletine, come San Gregorio e San Sabino, a tre navate con absidi, presbiterio sopraelevato e cripta ugualmente a tre absidi.
Il plebato di San Brizio, secondo il trecentesco codice Pelosius comprendeva le seguenti chiese: San Fortunato di Capezzano, Sant’Angelo di Petrognano, San Cristoforo di Fratticciola, San Procolo di Calvesano, San Giovanni di Ilei, Sant’Andrea di Maiano, Santa Maria di Vezzano o Vecciano, Sant’Eleuterio di Terraia e Sant’Angelo di Colle Baronciolo.
 

Aspetto esterno

Il fianco sinistro è parzialmente nascosto da un caseggiato già appartenuto alla chiesa.
Ospitava, dal 1602, la Confraternita del Sacramento ed era accessibile dalla navata mediante una porta oggi richiusa.
L’unica finestra visibile su questo lato si apre su un tratto di muraglia fatta di ciottoli irregolari e malta, non di conci squadrati come sul lato opposto.
Corrisponde al presbiterio e mostra una strombatura tramezzata da un archetto trilobo.
Fu murata quando nella parte interna fu sistemato un tabernacolo.
Più in alto si scorge il corpo sopraelevato del presbiterio, con una finestra settecentesca accanto ad una monofora romanica ora oscurata, cui fa da “pendant” un’altra monofora comunicante con la canonica.
La cortina di questa fascia sommitale, più volte risarcita, presenta all’esterno una duplice orditura: inferiormente pietre squadrate in scaglia rosata, superiormente strati di materiale marnoso fino alla linea del tetto.
Vi si nota anche una fila di lastre leggermente sporgenti che forse costituivano l’originaria copertura dell’edificio.
La facciata attuale è caratterizzata da un elegante portale in pietra caciolfa che ha sostituito la porta romanica, probabilmente del tipo a lunetta e a ghiere, come in altre chiese coeve.
Reca la scritta: “Aediles sumptibus Operae, MDXXXXI” (I fabbricieri costruirono a spese dell’Opera nel 1541).
Le forme del portale sono quelle del pieno rinascimento con arco a tutto sesto.
Al centro, in alto, una bifora sorretta da una colonnina di granito rosa, antica, con un capitello ornato a fogliami, è sovrastata da una piccola protome bovina.
In alto a sinistra è incastrata un’iscrizione romana di reimpiego.
Due semplici finestre laterali presero il posto di due monofore nel tardo Settecento, quando l’angolo destro fu rinforzato con uno sperone.
Qui è murato un interessante frammento marmoreo recante una croce scolpita a tenue bassorilievo con una nervatura mediana, databile al VI secolo,probabilmente proveniente dalla chiesa primitiva.
Sul davanti e ai lati dell’edificio corre un selciato a riquadri e losanghe di età tardo settecentesca, abbellimento frequente nelle chiese dell’area spoletina.
Sul fianco destro una linea di risega orizzontale sembra delimitare due fasi di costruzione.
Nella parte bassa sono riadoperati grossi pietroni romani, un frammento di trabeazione dorica con triglifi e metope ornate di bucranio e scudi, risalente al I secolo d. C., e un concio antico con un incavo nel mezzo.
Lungo il selciato che scende dalla vicina porta castellana si apre una porticina, ora tamponata,da cui si accedeva all’interno della chiesa.
Sotto la linea di gronda si distinguono resti di archetti ciechi che dovevano correre lungo tutto il perimetro dell’edificio per raccordarsi con quelli che ancora restano nella parte absidale.
Due monofore strombate danno luce all’interno assieme alla bifora e alle due finestre frontali cui si aggiunge una terza finestra nel presbiterio.
Le tre absidi non sono più visibili dall’esterno, occultate dalla costruzione di successivi edifici.
Sul davanti e ai lati dell’edificio corre un selciato a riquadri e losanghe di età tardo settecentesca, abbellimento frequente nelle chiese dell’area spoletina.
Il campanile di San Brizio, con la sua mole slanciata, visibile da larga parte della piana spoletina, è un poderoso torrione quadrangolare alto 38 metri, tutto in mattoni salvo il basamento e le cornici superiori che sono in pietra, con otto finestroni oblunghi aperti nella cella campanaria e quattro feritoie sul lato est.
La snella guglia piramidale è rivestita di rame e termina con una palla sormontata dalla croce.
La costruzione risale, probabilmente, al secolo XV, come testimoniato da una serie di elementi gotico-rinascimentali: la teoria di archetti trilobi in alto, i sottostanti clipei in cotto, le cornici in pietra, i finestroni e la guglia.
Vi fa bella mostra un orologio pubblico.
Alla base è murato materiale di spoglio romano, al centro la fronte di un sarcofago decorato da una tabula ansata anepigrafa con al fianco due paraste scanalate con capitelli fitomorfi e basi modanate.
Sui fioroni intermedi sono poggiati due passeri.
Nella cella campanaria sono collocate attualmente tre campane; il campanile svolse anche funzioni difensive come indicano le bocche da fuoco e la vicinanza di un baluardo.
 

Interno

L’interno è a pianta basilicale a tre navate, quella centrale più ampia ed elevata, separate da pilastri cilindrici in pietra faccia a vista provvisti di semplici capitelli scantonati e archi a tutto sesto verso il presbiterio, pilastri rettangolari e archi leggermente ogivali verso l’ingresso.
L’alto presbiterio con volta a botte è preceduto da arco-diaframma traforato da una bifora, vi si accede per un’ampia scalinata cinquecentesca, sugli ultimi gradini, due piccole aperture protette da inferriate, permettono di vedere sarcofago di pietra conservato nella sottostante cripta e danno luce alla stessa.
La copertura attuale è costituita da capriate lignee, poste in opera a seguito della caduta delle volte dopo il terremoto del 1767, impostate a livello più basso con danno alla decorazione pittorica dell’arco trionfale.
L’abside centrale e le due absidiole laterali presentano rispettivamente due monofore radiali e una monofora assiale, tutte a doppio sguancio.
Nell’abside di destra fu aperto l’accesso ad un vano che funge da sacrestia, comunicante col campanile. Sempre sul lato destro del presbiterio una porta immette nella casa parrocchiale.
A sinistra dell’ingresso si ammira un pregevole fonte battesimale in pietra caciolfa, realizzato attorno al 1540, ornato dai consueti motivi: ovuli, astragali, perle, dentelli, foglie lanceolate, ecc.
Al vertice della “pigna” nella quale era custodita l’acqua battesimale è collocata una statuetta di San Giovanni Battista.
Sulla parete sinistra un affresco raffigura Sant’Antonio abate e San Giacomo maggiore, alla maniera del Maestro di Eggi.
Di fianco Madonna in trono col Bambino, ritto in piedi e vestito di una tunichetta, opera del Maestro di Eggi.
Sotto la pedana s’intravedono tracce d’iscrizione.
Si trova poi una tela del tardo XVII secolo, riferibile alla bottega di Girolamo Troppa e raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Giuseppe, Anna, Francesco e Bonaventura, con al centro un galero cardinalizio sostenuto da angeli.
Sotto rimane un piccolo frammento d’affresco con scritta parziale.
Dopo la porticina murata è appesa un’altra tela, anch’essa tardo seicentesca, raffigurante la Condanna di San Ponziano con un cartiglio recante le parole: Vocab. nom. eius Pontiani.
Sul pilastro cilindrico presso la gradinata: è affrescata una Madonna col Bambino, che regge un cartiglio con la scritta “Ego sum…“, opera attribuita, ma forse senza fondamento a Bernardino Campilio.
In realtà l’autore presenta caratteristiche proprie, il filo dei contorni produce un effetto di stampigliatura assente nelle altre opere del Campilio,così come gli incarnati lucidi e compatti.
L’identità di questo pittore di buona mano, che ha ben appreso la lezione del Lippi, è probabilmente destinata a restare sconosciuta.
Sull’arco trionfale, molto danneggiata anche a causa del rifacimento della copertura, è affrescata l’Ultima cena, sotto due Sibille, opera di Jacopo Siculo, si legge la scritta: “Aediles sumptibus Operae, A. D. MDXLI” (I fabbricieri costruirono a spese dell’Opera nel 1541).
Sul pilastro sinistro, dello stesso autore è affrescato un San Paolo, sul pilastro opposto rimane una parte del volto di San Pietro.
Nell’absidiola di sinistra si trova un organo, segue, inserito entro il vano di una finestra murata del presbiterio un bellissimo Tabernacolo, elegante scultura litica dell’ultimo quarto del secolo XV, conserva ancora tracce della cromia originaria.
Si presenta con un timpano molto pronunciato sorretto da lesene, con una base a doppia voluta, entrambi con decorazione rigorosamente classica.
La parte centrale è ricomposta su più frammenti e reca scolpiti a tenue rilievo due angeli ai lati della porticina, provvista di un usciolo in metallo dorato, sempre del secolo XV.
In fondo alla navatella è posta una moderna statua di San Brizio.
Nella penultima crociera dell’absidiola di sinistra sono affrescati, molto deteriorati, Quattro profeti, opera riferibile al Maestro di Eggi, cui probabilmente si devono anche i Quattro Evangelisti, ormai quasi completamente persi, affrescati nell’ultima crociera.
L’altare maggiore è stato ricomposto utilizzando due paliotti marmorei paleocristiani o tardo classici, già in opera nei due altari laterali, provenienti verosimilmente dalla più antica chiesa di San Brizio.
La tavola dell’altare maggiore raffigura San Giuseppe avvertito dall’angelo, la Vergine e San Brizio, commissionata a Jacopo Siculo da Bartolomeo Racani, reca la firma del pittore siciliano e la data 7 giugno 1542: “D. Bartholomeus Racanus de Spoleto aere suo, 1542. Jacobus Siculus faciebat 7° junii“.
La Vergine, incinta, occupa il centro della pala, l’angelo spiega a Giuseppe corrucciato e attanagliato dal dubbio il mistero del concepimento.
Egli è colto nell’atto del ripudio, con gli strumenti del lavoro in una mano e il bastone da viaggio nell’altra, mentre sta per varcare la soglia della casa di Nazareth.
San Brizio è, invece, inginocchiato sulla destra, sul suo stolone è raffigurato un ramarro, insegna araldica della famiglia Racani sulla veste sono effigiate quattro figurette, tra le quali si riconoscono San Paolo e San Giacomo maggiore.
Sulla destra, accanto alla porta della sacrestia, si trova una lunetta frammentaria, opera di un pittore spoletino degli inizi del Quattrocento, affine al Maestro di Eggi, raffigura la Madonna col Bambino tra Sant’Agnese e altro Santo di cui resta solo l’aureola; alla base si legge la scritta: “Santa Agnese, anno D(omin)i mccccx[—]die xxi aprilis [—]”.
Nella soprastante volticina a crociera si scorgono i resti di quello che probabilmente è uno dei più antichi affreschi della chiesa, Quattro Arcangeli, opera del Maestro di Eggi.
Nella successiva crociera sono effigiati i Quattro Evangelisti, da riferirsi all’ambiente del Maestro di Eggi, probabilmente della stessa mano che ha dipinto Sant’Antonio abate e San Giacomo maggiore all’inizio della parete di sinistra.
Scendendo lungo la parete di destra è affrescato San Brizio vescovo, con la croce, mitria, guanti inanellati e libro in mano; è opera del Maestro di Eggi, si legge la scritta, con data frammentaria: “Hoc opus fecit fieri… MCCCCXXX[…]”.
Poi si trova una piccola tela, di scuola guercinesca, raffigurante Sant’Antonio abate.
A seguire una tela, opera di un mediocre pittore locale del tardo secolo XVII, proveniente dalla cappella della Madonna del Rosario, attigua alla parrocchiale, raffigura la Madonna col Bambino che consegna il rosario ai santi Domenico e Caterina da Siena.
In basso si vede un cane con un cero in bocca, allusione all’ordine dei Domenicani guardiani dell’ortodossia cattolica (Domini cani).
Di seguito un Santo vescovo e un Santo martire vestito di dalmatica con la palma e il libro in mano.
Sotto il primo si legge: Sanctus Britius, ma la scritta sembra essere stata aggiunta in un secondo momento, a secco; probabilmente i due sono San Vincenzo, primo vescovo di Bevagna, vissuto intorno al IV secolo, e suo fratello, il martire diacono San Benigno.
In basso si legge: “Hoc opus fecit fieri Santus M-“. Opera di un pittore spoletino del secolo XV forse Jacopo Zabolino di Vinciolo.
Si trova poi un San Sebastiano, in uno strato di affresco più antico dei contigui, databile pertanto intorno alla metà del secolo XV, forse opera di Jacopo Zabolino di Vinciolo.
La serie di affreschi che chiude la parete e quelli posti in controfacciata presentano un carattere di unitarietà insolito per dei votivi, sono da attribuire allo stesso pittore lippesco che ha dipinto la Madonna col Bambino sulla colonna, il primo raffigura la Madonna col Bambino, in basso si legge il nome del committente e la data parziale: PAULUS MARINI ALIAS RUBEI F(ECIT) F(IERI) HOC OPUS 14(8?).
Il successivo affresco, posto sulla controfacciata, raffigura la Madonna col Bambino sorreggente un cartiglio (Ego sum…) tra i santi Giovanni Evangelista e Antonio abate.
Sotto San Giovanni è posta la scritta MACTEUS APT & EVA, cioè Matteo Apostolo e Evangelista, probabilmente la dedica è stata aggiunta più tardi, forse in corrispondenza della realizzazione dell’altare, non più esistente, dedicato a questo santo, ma l’iconografia è la tipica di San Giovanni.
In basso corre l’iscrizione: (E)REDES PASQUITTI FECIERUNT FIERI HOC OPUS SUB A(NNO) D(OMINI) MCCCCLXXVIII (1478).
Conclude la serie degli affreschi un San Sebastiano frammentario, mancante della parte inferiore.
Sulla controfacciata è esposto un crocifisso seriale rivestito di lamina in similoro della fine del secolo XIX
La vera rarità della chiesa è rappresentata dal pavimento in cotto che occupa tutta la navata, un capolavoro che reinterpreta in modo originale e con materia umile le straordinarie creazioni cosmatesche sparse in diverse chiese umbre.
Rifatto attorno al 1541 a cura dei fabbricieri dell’Opera di San Brizio con il concorso del pievano di allora (come ricorda l’iscrizione alla base della scalinata: Opera fecit et don Luca), in luogo delle tessere litiche multicolori, in San Brizio furono adoperati laterizi dalle gamme cromatiche assai più limitate e dalla durezza ineguale.
Dalla chiesa si accede alla cripta mediante due rampe provviste di cordonature antisdrucciolo in cotto, realizzate verso il 1541 in sostituzione delle porte e dei gradini in pietra originali.
L’ambiente si articola in quattro navatelle, ciascuna di tre campate, sostenute da cinque colonnine e da due pilastri, con volte munite di sottarchi e peducci alle pareti.
Il massiccio spessore dei muri perimetrali è perforato da monofore a “V“.
Come nella chiesa superiore, le absidiole laterali hanno una feritoia ciascuna, l’abside centrale due; altre sei se ne trovano sui muri laterali di cui una trasformata in ripostiglio.
Ma nessuna luce esterna penetra da queste dieci finestrelle poiché su ogni lato, nel corso dei secoli si addossarono ambienti.
Entro l’abside mediana, dietro una colonna, è sistemato il sarcofago in pietra, semplice, anepigrafo e vuoto, che la tradizione identifica con la sepoltura di San Brizio.
Solo due dei sei capitelli sono coevi alla cripta: il primo, in scaglia rossa, è situato accanto al sarcofago e reca due croci patenti; il secondo si trova al capo opposto, addossato alla parete d’ingresso, ed è semplicemente scantonato.
Gli altri risalgono ad epoche anteriori.
Quello della navatella di sinistra poggia su un fusto formato da rocchi di età romana nella parte inferiore, ha forma troncoconica, liscia, ed è riquadrato in alto da una cordonatura appena abbozzata e da quattro protuberanze angolari; è assegnabile al IX-X secolo.
Sulla superficie arrotondata sono incisi un cerchio e una foglia, indizio che il capitello rimase incompiuto o fu ritoccato dopo la posa.
Al centro della navatella mediana ve n’è uno con echino a forma di ciotola, di fattura regolare, con profilo a gole, scolpito in un calcare granuloso di color rossiccio apparentemente diverso dagli altri materiali adoperati nella chiesa.
Poggia su una colonnina quadrangolare; è assegnabile ad epoca romana.
Nella navatella di destra si vede un capitello poggiante su una colonna in scaglia rossa rinforzata nel fusto da tre anelli di ferro muniti di zeppe.
È di foggia ionica, ornato solo per metà da due rocchelli fogliati stretti da un balteo che scende a bandoliera dall’abaco.
Le due estremità interne s’intersecano ortogonalmente e presentano torniture a cerchi concentrici, quelle esterne hanno invece le consuete volute; è assegnabile paleo cristiana o tardo romana reimpiegato in seguito su colonna libera, tre ovuli rudimentali furono incisi nella parte non lavorata, ad imitazione dei modelli classici.
Un capitello a pianta quadrangolare, ornato con un motivo a soffietto (o a mantice), è collocato su una colonnina anch’essa quadrangolare all’inizio della navatella centrale.
L’irregolarità delle linee e della fattura lo differenziano dai due precedenti, di più classica esecuzione, è assegnabile al IX-X secolo.
 

Fonti documentative

ANGELINI ROTA G. Guida di Spoleto e del suo territorio, A.G. Panetto e Petrelli, 1929
BARTOLI MARTA Nuovo interesse intorno alla Pieve di S. Brizio In Spoletium, 41, n.40 (dic. 1999), p 61
BARTOLI MARTA Il restauro degli affreschi della pieve di san Brizio di Spoleto, in “I beni culturali“, 12,2004, 3, pp. 19-24.
BERARDI CARLA I dipinti murali della chiesa di San Brizio di Spoleto: tecniche esecutive e storia dei restauri (tesi di laurea)
BROGLIONI ERNESTO – PESENTI GRAZIANO San Brizio primo Vescovo di Spoleto e la sua Pieve Gorle 2016
CORDELLA –INVERNI, San Brizio di Spoleto – La Pieve e il Santo – Storia arte territorio, Spoleto, Accademia Spoletina, Spoleto, 2000
FAUSTI L., Le Chiese della Diocesi di Spoleto nel XIV secolo secondo un codice del XVI secolo, Archivio per la storia ecclesiastica dell’Umbria, Foligno, 1913
MODESTINI DIANNE Umbrian Frescos Reborn the renaissance murals of Pieve di San Brizio
SANSI ACHILLE, Storia del Comune di Spoleto, Accademia Spoletina, Spoleto, 1876
SAPORI GIOVANNA Jacopo Siculo e Giuseppe Racani In Spoletium,21, n.24 (dic. 1979), p. 87-91
SIMONELLI DANIELE La diffusione della maniera romana tra Toscana orientale e Umbria nella prima metà del Cinquecento. Alcuni casi emblematici di tale penetrazione nel contesto pittorico locale (tesi di laurea)
TOSCANO BRUNO Il restauro degli affreschi della Pieve di San Brizio In Spoletium, 44, n.43 (settembre 2002), p 31-60

http://penelope.uchicago.edu/Thayer/I/Gazetteer/Places/Europe/Italy/Umbria/Perugia/Spoleto/S.Brizio/church/home.html

https://umbriasud1.altervista.org/san-brizio-monete-doro/

 

Nota

La galleria fotografica ed il testo sono stati realizzati da Silvio Sorcini.
 

Da vedere nella zona

Castello di San Brizio

Terraia
Chiesa di San Sebastiano
Chiesa di Sant’Andrea Apostolo
Villa Pianciani
Castello di Poggiolo
 

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