Oratorio di San Pellegrino – Caporciano (AQ)

Cenni Storici

Il piccolo oratorio dedicato a S. Pellegrino è situato a pochissima distanza dalla chiesa di S. Maria Assunta ed era indubbiamente inerente il complesso abbaziale. A conferma di ciò anche il fatto che allo stesso santo, secondo i documenti a noi noti, era in origine intitolato l’intero monastero. L’orientamento dell’edificio risulta quanto meno atipico disponendosi secondo un’asse Sud-Sud-Ovest e formando un angolo di circa cento gradi con l’asse della chiesa maggiore, che rispetta il più canonico orientamento Est-Sud-Est. L’oratorio è una allungata navata unica priva di abside coperta da una volta a botte sestiacuta ed è di dimensioni piuttosto contenute, misurando 18,70 metri di lunghezza per 5,60 metri di larghezza. L’interno è sparito in quattro campate attraverso archi traversi ogivali, concentrici alla volta, impostati su sottili semipilastri. Quest’ultima si imposta però più in alto rispetto agli archi e, ad una cornice appoggiata su mensole sagomate, è affidato il compito di segnare il passaggio tra le pareti verticali e la sua curva, ma anche quello di creare una spartizione nella distribuzione spaziale della decorazione pittorica. L’assenza dell’abside differenzia l’edificio dallo schema tipico delle chiese cistercensi, come ad esempio, per rimanere in ambito regionale, la chiesa di S. Maria ad Cryptas presso Fossa. All’oratorio si accede attraverso due ingressi: il primo, principale, per i fedeli, preceduto da un portico aggiunto nel XVIII secolo utilizzando per le colonne poggianti su un basso muretto, materiale di spoglio; il secondo, sul prospetto posteriore, riservato ai religiosi, è posto a una quota più alta ed è accessibile attraverso una scala a doppia rampa alfine di bilanciare il dislivello causato dal pendio roccioso. A questi se ne aggiunge un terzo laterale probabilmente utilizzato per facilitare il deflusso dei pellegrini. Sei strettissime feritoie si aprono, tre per parte, sulle pareti laterali, mentre due piccoli rosoni, semplice e non decorato l’uno e più elaborato l’altro, si aprono ad illuminare l’interno, rispettivamente sulla facciata anteriore e su quella posteriore coronata da un campanile a vela. A suddividere lo spazio destinato ai fedeli dal santuario, vi sono due grandi plutei decorati a bassorilievo, sui quali campeggiano, solitari nelle grandi svecchiature, un drago alato e un grifo rappresentato nell’atto di abbeverarsi ad un calice, rivolti entrambi verso lo stretto passaggio che conduce all’altare. L’alta qualità dei rilievi fu sottolineata da Gavini e messa in relazione con alcune opere di scuola marsicana, in particolare con i plutei oggi murati sulla facciata, ai lati del grande finestrone seicentesco, della parrocchiale di Magliano dei Marsi (AQ). I bordi sono arricchiti da girali vegetali utilizzati, identici, nel giro esterno del rosone posteriore, mentre le abbondanti tracce di colore conservate soprattutto nel pluteo destro, oltre ad indicare che in origine entrambi erano dipinti, indicano anche che furono colorati contestualmente alla fase pittorica che interessò l’intero edificio. Una fondamentale iscrizione corre sul bordo superiore dei plutei:

H DOMUS A REGE CARULO FUIT EDIFICATA ADQ P ABATEM TEODINUM START RENOVATA CURREBA…..NNI DNI TUNC MILLE CC ET SEXAGINTA TRES LECTO…….DICITO GENT….

Si ha quindi una precisa datazione per l’edificio e per la sua decorazione pittorica, il 1263, oltre al nome di colui che commissionò i lavori, Teodino, punti di riferimento importantissimi. Questo abate ricompare in un’altra iscrizione posta immediatamente al di sopra del rosone, a lato del portale che da accesso al santuario:

AM BISC SEXDECIES TERNIS HEC A REGE CAROLO FUNDATA AB ABBATE TEODINO

Anche qui sono ribadite datazione ed abate, ma non può sfuggire tuttavia il fatto che si citi in entrambe le epigrafi anche un re Carlo, naturalmente Carlo Magno, al quale si attribuisce la fondazione dell’edificio, in seguito “rinnovato” da Teodino. Circostanza questa non confermata a livello architettonico, l’oratorio è infatti una costruzione di pieno XIII secolo e non presenta tracce di un edificio anteriore, e nemmeno a livello documentario. Tranne in due casi: nell’Instrumentum Caroli Regis, il falso diploma vantato dai monaci di Bominaco presso il papa nel 1156 e nel Chronicon Vulturnense, dove nel tentativo vano di legittimare i diritti della grande abbazia di S. Vincenzo al Volturno su Bominaco, si attribuisce la fondazione dell’oratorio a Carlo Magno. San Pellegrino gli sarebbe infatti apparso in una visione in seguito alla quale avrebbe rinvenuto, non lontano dal monastero, il corpo del martire, decidendo così di erigere una chiesa a lui dedicata. Ciò che è certo è che il culto di San Pellegrino è precedente alla edificazione dell’oratorio, come chiaramente attestano le fonti. Liberato dai rifacimenti ottocenteschi nel corso del restauro, terminato nel 1938, che vide anche il riposizionamento dei plutei nella loro collocazione originaria, l’altare custodiva al suo interno il corpo del santo, sicuramente motivo di grande orgoglio per l’abbazia, secondo un uso attestato già dal V secolo circa, volto, attraverso la deposizione di reliquie, ad identificare l’altare con la tomba stessa di Cristo, assimilandolo così al sepolcro. Un bassorilievo con due angeli intorno ad un piccolo foro e un’iscrizione che recita CREDITE QUOD HIC EST CORPUS BEATI PELLEGRINI, si trova in una cavità a destra del blocco d’altare, nella quale, secondo la tradizione locale, era possibile inserire il capo appoggiando l’orecchio in corrispondenza del foro e così ascoltare il battito del cuore del santo.Probabile reviviscenza dell’antico rito dello “strofinamento” con la terra nella quale trasferire il proprio male, connesso, in epoca cristiana, generalmente a quei santi che avevano un particolare legame con le grotte. Quest’uso si ritrova anche in altri luoghi sacri d’Abruzzo, ad esempio nell’Eremo di S. Venanzio a Raiano o a Santa Colomba ad Isola del Gran Sasso. Il paramento rustico dell’oratorio e la mancanza di elementi decorativi in nessun modo preannunciano ciò che riserva l’interno: uno straordinario ciclo di affreschi a rivestire completamente ogni spazio disponibile, definiti da Matthiae “forse la più alta manifestazione pittorica della regione del Medioevo”. A chi varca la soglia del piccolo edificio non resta che incantarsi dinanzi alla ricchezza della decorazione, della luce emanata dalle singole scene che si susseguono in un disordine solo apparente. Benché in alcuni punti risultino pressoché illeggibili, gli affreschi dell’oratorio costituiscono anche uno dei più compiuti esempi di cicli pittorici pervenuti d’Abruzzo. A ciò vanno sommati l’importante particolare della datazione e la diffusione che gli schemi iconografici qui adottati avranno nella pittura successiva. Gli affreschi sono costituiti da tre cicli narrativi principali, composti da Storie dell’infanzia di Cristo, Storie della Passione e Storie della vita del martire Pellegrino, ai quali si aggiungono scene dell’Inferno e del Paradiso relative al Giudizio, il raro Calendario liturgico e la raffigurazione di santi e profeti. Le scene componenti i singoli cicli non sempre sono ordinate ad occupare il medesimo registro e non rispettano rigidamente le unità architettoniche adottate per la spartizione interna dell’edificio, ossia le campate. Tuttavia è entro le prime due dall’ingresso che questi sono contenuti, insieme alle scene del Giudizio, in uno spazio coincidente con quello riservato ai fedeli. Per avere più chiara la disposizione delle scene è bene tener conto che queste vedono nella controfacciata il loro inizio o la loro fine, disponendosi secondo un principio circolare, che si sviluppa da sinistra a destra, mentre l’apparente senso di disordine è in realtà frutto di una logica compositiva atta a trascendere lo spazio architettonico, favorendo il coinvolgimento del fedele in uno spazio spirituale, puramente cristiano. Le storie dell’infanzia iniziano nella prima campata, sul registro superiore della parete a sinistra dello spettatore, in un unico pannello comprendente l’Annunciazione e la Visitazione. Proseguono, sempre sullo stesso registro, sulla campata successiva in due pannelli di uguale misura con la Natività e l’Annuncio ai pastori. Da qui l’episodio successivo passa alla parete opposta e, dalla seconda campata con la Presentazione al Tempio e i Magi davanti ad Erode, si torna indietro verso l’ingresso con l’Adorazione dei Magi ed Erode che ordina il Massacro degli Innocenti, posto in controfacciata in alto, sul lato destro, in corrispondenza della prima scena. Il ciclo della Passione invece ha le prime due scene proprio in controfacciata, immediatamente al di sotto dell’ultima scena del ciclo precedente. Si apre attraverso i due episodi sovrapposti raffiguranti l’Entrata a Gerusalemme, che segue uno schema bizantino tradizionale e la Lavanda dei piedi. Si passa poi alla parete adiacente con l’Ultima cena, ad occupare tutta la lunghezza della prima campata. Il Cristo è posto all’estremità sinistra e Giuda, privo di aureola, mplto più piccolo delle altre figure, in primo piano anteriormente al tavolo. Al di sotto della cornice decorata a punte di freccia bianche e rosse, su un unico riquadro, gli episodi del Tradimento di Giuda, della Cattura di Cristo, di Cristo davanti ai Sacerdoti, Pilato che si lava le mani:interessante il primo personaggio a sinistra che una iscrizione indica essere Herodes, presenza non giustificata nel contesto. Le ultime tre scene con la Flagellazione, la Deposizione dalla Croce e la Deposizione nel Sepolcro, si trovano sul riquadro corrispondente della parete opposta. Per quanto riguarda le storie inerenti la vita di S. Pellegrino, queste costituiscono il terzo ciclo narrativo evidentemente molto importante perché dedicato al santo titolare. Occupano, nella seconda campata a sinistra, la zona inferiore della volta, sopra la cornice. Sono rappresentati sei vivaci episodi, separati da esili colonnine dipinte, accompagnati da abbondanti iscrizioni. Molto probabilmente sul registro corrispondente della parete opposta dovevano esserci, oggi non più leggibili, altri sei episodi sempre relativi al santo, concernenti o il culto delle reliquie o i miracoli post-mortem, dato che le altre si concludono con una scena di martirio. Ciò che per noi rimane misteriosa è l’identità del santo che l’iscrizione nel primo riquadro indica proveniente dalla Siria: DE SIRIA S(an) C(tu)S PEREGRINU (s) VE(n) IT AD URBE(m). Il Pellegrino qui citato che il Calendario dipinto indica celebrato il 18 Novembre e le storie rappresentate, non coincidono con nessun S. Pellegrino conosciuto. Si escludono così il S. Pellegrino venerato sull’Appenino Tosco-Emiliano, il S. Cetteo vescovo di Amiterno venerato sulle coste dalmate con il nome Pellegrino, annegato nel 590 dai Longobardi nelle acque del fiume Pescara e festeggiato il 13 Giugno, il S. Pellegrino, le cui reliquie sono conservate ad Ancona ed il santo vescovo di Terni festeggiato il 16 Maggio. Ricollegandosi alla presunta fondazione carolingia citata nel Chronicon Vulturnense, rileviamo che lo stesso imperatore Carlo Magno, dopo la visione, dovette chiedere agli abitanti del luogo notizie sulla vita del santo a lui apparso. Il Chronicon inoltre cita il termine peregrinus utilizzandolo come sostantivo e tutti i documenti precedenti la donazione avvenuta nel 1093 ad opera di Gerberto, non definiscono il santo come martire. Si potrebbe allora ipotizzare l’esistenza di un culto locale di origine popolare che trasforma un santo pellegrino in San Pellegrino, protettore dei viaggiatori, visto che nella prima scena il santo indossa un copricapo tipico del pellegrino? Inoltre la stessa rappresentazione di queste storie si può inserire all’interno della contesa Bominaco-Valva e leggerla come una volontà di ribadire la fondazione carolingia e rivendicare l’autonomia del monastero? Per completare l’analisi iconografica delle prime due campate, torniamo in controfacciata dove campeggia, imponente, la figura di S. Cristoforo, giustificata dalla credenza non solo abruzzese che, se guardato giornalmente, avrebbe preservato da una morte improvvisa, come si legge anche dall’iscrizione posta tra le sue gambe. Alla destra del santo, in basso, è raffigurato S. Onofrio, coperto solo dalla sua barba, con ai suoi piedi, una figura di donna, dall’iscrizione denominata Maria, da interpretare più come una semplice devota che come una donatrice. Interessante, al di sopra dell’eremita, la presenza di S. Francesco. Rivolto a destra con il busto, il suo gesto con la mano sinistra si può mettere in relazione con la scena corrispondente sul lato opposto, l’Ingresso a Gerusalemme, inerente la Passione, fungendo così da tramite tra il fedele e l’avvenimento della storia santa. Direttamente sulla porta d’ingresso due Profeti del Vecchio Testamento, Zaccaria in alto ed Isaia in basso. Al culmine della controfacciata un medaglione con l’Agnus Dei, simbolo per eccellenza del sacrificio di Cristo. Il primo registro in basso è invece occupato, come in tutto il resto dell’oratorio, da vela dipinti su fondo azzurro. Sulle pareti laterali della prima campata, sul secondo registro dal basso, si sviluppano le scene, a sinistra dell’Inferno, a destra dei Beati dopo la morte, con S. Pietro che apre le porte del Paradiso, i tre Patriarchi con le anime in grembo dei Beati e S. Michele che pesa le anime. Nella seconda campata invece, sul lato sinistro sempre sul secondo registro dal basso, è raffigurato Cristo assiso Benedicente tra quattro Apostoli, mentre il corrispondente sul lato opposto è praticamente illeggibile. Attraversato lo stretto spazio tra i plutei, dirigendosi verso l’altare, la decorazione assume toni diversi. A sinistra partendo dall’alto: Mosè, Giobbe, Giona e Isaia, stanti con cartigli spiegati, i primi sei Mesi del Calendario, l’Incontro in Emmaus e S. Martino che divide il mantello con il povero sullo stesso registro. Sulla parete a destra, di fronte: Adamo, Daniele, Samuele, Salomone ed Elia, seduti sotto arcate trilobe e, più in basso, gli ultimi sei Mesi: L’ultima campata è quella più deteriorata. Si distinguono entro clipei, in alto a sinistra, cinque figure di Profeti, sul registro inferiore tre santi stanti ed il Profeta Abdia entro clipeo. A destra le figure nei medaglioni sono pressoché illeggibili, più chiare invece le immagini di santi sotto arcate a rivestire la parete frontale della scala. In queste ultime campate gli affreschi sono distribuiti in riquadri più ampi, la narrazione è ridotta al minimo, i toni sono più pacati. Ciò è spiegabile anche con il fatto che ci si trova nella zona riservata ai religiosi, in cui erano conservate le reliquie del santo e in cui avevano luogo le funzioni sacre. Interessantissimo e raro è il Calendario liturgico. Sono rappresentate, al di sotto di eleganti arcatelle trilobate, le raffigurazioni allegoriche dei Dodici Mesi intervallate dalle pagine corrispondenti, sulle quali, oltre ai segni dello zodiaco, appaiono, utilizzando le lettere dell’alfabeto ad indicare i giorni, le singole festività. Il Calendario di Bominaco è tra i pochi, e meglio conservati, giunti fino a noi e raccoglie nella sua parte figurata, elementi esclusivamente profani, legati alle attività lavorative da svolgersi nel mese corrispondente. Dipinto in corrispondenza ai lati destro e sinistro dell’altare, evidenzia che fu dipinto per uso liturgico della comunità monastica e benché celebri i Santi Panfilo e Pelino, il 28 Aprile e il 5 Dicembre, non rispetta la liturgia della Diocesi di Valva e Sulmona, avvicinandosi molto a quello adottato dalla Curia romana e trovando notevoli rispondenze anche con la liturgia di Montecassino. Attraverso il Calendario e i personaggi su questo raffigurati, il tempo del lavoro dell’uomo si identifica così con il tempo di Dio, l’Ora et Labora della regola di S. Benedetto, lo spazio architettonico della chiesa scandisce il tempo della chiesa stessa. Ma l’oratorio di S. Pellegrino offre anche una grande varietà di elementi decorativi a completare le storie e le raffigurazioni descritte. Il culmine della volta, in ogni campata, presenta decorazioni sempre diverse che si stendono come preziosi tessuti ricamati. Sulla prima un cielo blu notte ricoperto di grandi stelle che, regolari e disposte su file, lo illuminano. Tra queste, a sinistra, tre misteriosi uccelli, due bianchi e uno nero, si appoggiano sulla cornice. La campata successiva è un tripudio di colore: due nastri bruni si intrecciano dando luogo ad anelli continui riempiti all’interno da rossi fiori, da ottagoni bicromi, losanghe decorate, tutto a ricoprire un cielo azzurro sul quale, tra gli anelli, compaiono le stelle. Curiosa la presenza della figura di un leone, simbolo dell’Evangelista Marco, apparentemente inserito senza uno scopo preciso all’interno della decorazione. Sulla terza campata è invece una fascia che spartisce geometricamente lo spazio, nei toni sfumati del rosso e dell’azzurro, ripiegandosi rigida e tridimensionale. Nell’ultima campata un più regolare, dal punto di vista coloristico, modulo geometrico, crea, tra grandi stelle a otto punte, motivi cruciformi rossi e verdi. Ovunque quindi torna la stella, anche se in forme diverse e torna anche il cielo quale elemento unificatore dell’insieme, accompagnato ai tralci vegetali che, più rigogliosi e naturalistici in alcuni punti, più stilizzati e rigidi in altri, incorniciano scene, spartiscono spazi, celano ed annullano le strutture portanti. All’interno del cantiere di S. Pellegrino si è cercato di individuare le diverse mani che vi lavorano, al fine d’identificare i linguaggi figurativi che qui agirano. Tre maestri, naturalmente con diverse caratteristiche, furono attivi contemporaneamente a Bominaco. Non si dimentichi infatti che il 1263, anche se non segnala l’anno preciso dell’esecuzione degli affreschi, indica tuttavia che furono frutto di un’unica fase pittorica che interessò l’edificio. Identificati già dal Carli, sono stati dati loro convenzionali: il Maestro dell’Infanzia di Cristo, il Maestro della Passione e il Maestro del Calendario o Miniaturista. Al primo si attribuiscono le scene nei primi due registri superiori delle prime due campate, ad esclusione dell’Ultima Cena attribuita al Maestro della Passione. Fedele alla cultura bizantineggiante e più legato alla tradizione, è incline ad arricchire i fondi di architetture che come quinte scenografiche, danno solo l’indicazione di un contesto spaziale, senza tuttavia riuscire ad inserirvi le figure che si presentano allungate, esili e sinuose. Al Maestro della Passione, oltre alla già citata Ultima Cena, vanno attribuiti gli affreschi in controfacciata, le immagini di santi sulla parete frontale della scalinata e gli affreschi dei registri più bassi sulle pareti laterali. La sua personalità è meno legata a schemi tradizionali: rifugge qualsiasi articolazione spaziale, il suo fondo è un piano costituito da due bande, una alta color ocra per la terra, una azzurra per il cielo. Non altro a caratterizzare il paesaggio. Le figure sono robuste, con le teste grandi e i volti vivaci e meno generici che non nel Maestro dell’Infanzia. Il terzo Maestro è quello al quale è attribuito il Calendario e per il quale si è voluta vedere una formazione nel campo della miniatura a causa del segno calligrafico e del gusto per i particolari. L’aristocratica eleganza delle figure indica una personalità aggiornata alle nuove tendenze, fondamentalmente di matrice sveva, come anche la cronologia conferma. Gli esiti artistici del XIII secolo sono qui più tangibili e concreti, soprattutto se rapportati agli arcaismi del Maestro dell’Infanzia. Purtuttavia, “ la radice formale stilistica e l’orizzonte figurativo del Calendario fanno parte di un orizzonte latamente campano, tangente certamente alle formulazioni sveve, ma che non è da inserire totalmente all’interno di quel mondo”. L’esperienza di Bominaco non sarà ignorata nell’orizzonte pittorico della regione, soprattutto nei suoi risvolti più moderni ed innovativi. Sarà raccolta, rielaborata, riproposta. La grande avventura del monastero che pur solitario fa sentire ancora la sua voce è a noi per la maggior parte sconosciuta. Fortunatamente restano la straordinaria chiesa di Santa Maria Assunta con i suoi arredi e l’incantevole Oratorio di San Pellegrino con la sua preziosa decorazione che, protagonisti di tante vicissitudini, testimoni della grande esperienza del medioevo abruzzese, hanno ancora molto da raccontare. Bisogna saperli ascoltare.

Per approfondimenti maggiori: www.comunecaporciano.aq.it

 

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