Cenni storici
Dopo la riforma dell’ordine monastico camaldolese iniziata da S. Romualdo, nell’area tuderte alla destra del Tevere, nelle gole del Forello, dove oggi insiste l’invaso di Corbara, si propagò un consistente movimento eremitico religioso che avrebbe fatto capo a Camaldoli, grazie alla presenza di San Romualdo ad Orvieto e alla famiglia dei Montemarte che promosse la costruzione di alcuni monasteri e cenobi camaldolesi, anche per la conversione del loro figlio Guido che fu accolto nell’Ordine all’età di 14 anni.
Tutte queste strutture religiose, di cui alcune si sono perse le tracce, insistevano negli ampi possedimenti dei Conti di Montemarte che in quell’area detenevano il loro ampio feudo compreso fra Orvieto, Baschi, Todi e Marsciano.
I Conti, in maniera quasi strategica pensarono di stanziare le presenze monastiche che avrebbero garantito tranquillità al territorio, nonché una cura adeguata ai loro possedimenti.
Secondo l’autore degli annali camaldolesi, e lo Jacobilli (Tomo II pag 216), il conte Farolfo di Montemarte si recò a trovare San Romualdo a Valdicastro e gli avrebbe fatto nel settembre 1005 una donazione terriera di circa 500 ettari, oggi identificabili nel comune di Baschi e in provincia di Terni.
Sul perimetro di questo territorio nei secoli XII e XIII sorsero castelli, che poi si evolsero nei centri che ne definivano il perimetro, distanti fra loro in linea d’aria meno di 1000 metri, ma nessun castello fu eretto dentro i 500 ettari dell’area affidata a S. Romualdo.
I castelli perimetrali furono ampiamente descritti dall’Alvi e si tratta di:
il castello di Acqualoreto, con chiesa dedicata a S. Valentino;
il castello di Fulignano, vicino a Morruzze, di proprietà della famiglia Trinci di Foligno, con chiesa dedicata a S. Claudio, che nel 1320 comprendeva 20 “fuochi“;
una “villa” presso l’eremo della Ss.ma Trinità di Valcerasa con chiesa dedicata a S. Ermete;
la “villa” di S. Gemini di Massa, che comprendeva 7 “fuochi“;
la “villa” di Scoppieto, che insieme ad un’altra villa denominata Ponticelli forma l’attuale frazione di Scoppieto, con Chiesa dedicata a S. Pietro, che comprendeva 32 “fuochi“.
Gli insediamenti monastici concentrati nella zona erano:
quello di S. Romana, S. Maria di Montemarte, la Madonna della Pasquarella, S. Lorenzo del Forello, S. Trinità di Val Cerasa, S. Gregorio Magno.
A riguardo di quest’ultimo sito la chiesa oggi non esiste più e doveva trovarsi sulla riva sinistra del Tevere tra S. Romana e la cosiddetta Roccaccia di Titignano; tradizioni del luogo indicherebbero che qui lo stesso Gregorio Magno si sarebbe ritirato in penitenza prima di essere eletto papa.
Gli insediamenti monastici erano raggiungibili da qualsiasi posto limitrofo o a piedi o a cavallo o in barca attraversando il Tevere poiché non esistevano strade di rilievo.
L’eremo dove si stabilì San Romualdo fu l’Eremo della Pasquarella, che abbandonò anni dopo per trasferirsi presso Preggio.
Forse la fondazione di questi cenobi camaldolesi nelle terre concesse da Farolfo di Montemarte sia avvenuto per volontà dei discepoli dello stesso San Romualdo, fondatore dell’Ordine, quali Guido da Montemarte, figlio di Farolfo, morto ad appena 18 anni il 7 settembre del 998, accolto nell’Ordine dallo stesso Santo che lo rivestì dell’abito monacale nel 995, entrò nell’Ordine a quattordici anni e morì a diciassette, (secondo la tradizione agiografica, non da tutti gli studiosi accettata, tale Guido sarebbe identificato come il beato Guido figlio del detto conte Farolfo); parlò di lui anche il sapiente ed austero S. Pier Damiani che gli fu quasi contemporaneo.
L’abbazia di Santa Maria di Montemarte (oggi scomparsa) è stata identificata nei pressi dell’abitato di Casemasce di Todi, sorta nei pressi del castello dei Montemarte; l’origine del paese di Casemasce risale al 1470 quando un certo Mascio di Matteo d’Acqualoreto e si fa costruire un paese, usando il materiale prelevato dal distrutto castello di Montemarte.
Il monastero di Santa Maria fu quindi eretto per volontà dallo stesso Farulfo di Montemarte nel castello di loro proprietà e ben presto divenne una celebre Abbazia (Vita dei santi e beati… Tomo III pag. 281) ai tempi dello Jacobilli era diruta e i suoi beni erano passati al Monastero di San Gregorio di Roma del medesimo ordine camaldolese.
Si trattava di un monastero maschile ma non sappiamo quanti monaci erano presenti durante il periodo della sua esistenza.
S. Maria di Montemarte doveva essere una cappella all’interno delle mura del castello di Montemarte ed aveva un altare dedicato a S. Martino; ciò è confermato dalle Rationes Decimarum (nn. 9018 e 9224) dove, nelle decime degli anni 1275-1280, si afferma che i collettori ricevettero per conto della chiesa di San Martino di Montemarte III libbre XII soldi VIIII denari cortonesi e III aquilini.
Nella voce successiva la stessa chiesa paga III libbre XV soldi e V denari cortonesi VIII aquilini e I veneto (o veneziano).
L’abbazia di Santa Maria e la chiesa Di San Martino sono ricordate anche nelle memorie del Dizionario Topografico Tudertino dell’Alvi, infatti la menziona diruta ai suoi tempi, ma cita che su un muro ancora è visibile un affresco con l’immagine della Madonna.
Ricorda però che il titolo è stato trasferito alla chiesa di Casemasce e che fu visitata dal Visitatore Apostolico, il quale descrive Rettore D. Fabbio da Collepepe, e spetta al Beneficio semplice che gode D. Giovanni Bini Priore di Cordigliano fin dall’anno 1743; la rendita risulta di scudi 7.
Riscontra altresì che gli abitanti di questo paese non avevano mai avuto un parroco proprio erano serviti da un Cappellano che era obbligato mantenervi dal Priore di Quadro da cui si esercitavano le Funzioni Parrocchiali in questa Chiesa.
Ad oggi il titolo è definitivamente passato alla chiesa di Casemasce che a breve verrà pubblicata.
Non conosciamo le vicende che portarono alla scomparsa del monastero e della relativa chiesa, ma possiamo immaginare che a poco a poco la vita monastica abbia avuto una contrazione e una successiva perdita dei valori o forse fu soggetta a qualche commenda da cui conseguì lo sfacelo.
Aspetto
Come detto il castello di Montemarte è un rudere su un promontorio che si affaccia sulle gole del Forello e della chiesa non rimane che qualche misera traccia, nulla rimane dell’affresco di cui parla l’Alvi.
Rimane solo una parete a picco sulla scarpata che si affaccia verso il paese di Casemasce e si riconoscono le tracce del muro che doveva essere la parete d’altare in quanto presenta un grande arcone a mò di abside con una feritoia esposta ad est che era sicuramente la parte centrale della navata che ospitava l’altare maggiore.
Ai lati si apre una finestra e varie nicchie all’altezza del piano di calpestio.
E’ crollato il pavimento ce divideva la parte inferiore della chiesa da quella superiore e che doveva contenere o l’ossario o una eventuale cripta, ma in queste condizioni è difficile dirlo.
Nota
Le poche foto che è stato possibile scattare sono di pessima qualità a causa dell’impraticabilità del luogo invaso da alti sterpi e una foresta di spine.
Fonti documentative
Marcello Rinaldi – Eremo della Pasquarella, Storia di un santuario terapeutico medievale al Forello – 1988
L. Jacobilli – Vite de Santi e Beati dell’Umbria – 1661 Tomo II pag. 216 Tomo III pag. 281
F. Panzetta – Tra storia e storie 1000 anni di presenza camaldolese nei luoghi dell’infanzia – 2018
AAVV – Civitella di Massa di Todi dei Pazzi del Lago, Castelli Ville Paesi Chiese di una Massa di Todi – 1985
Ruggero Iorio – Le origini della diocesi di Orvieto e di Todi alla luce delle testimonianze archeologiche – 1995
P. Sella – Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – 1952
Giovan Battista Alvi – Il Dizionario Topografico Tudertino – 1765
Getulio Ceci – Todi nel Medioevo – 1897
Mappa
Link alle coordinate: 42.750659, 12.298631