Cenni storici
Il castello sorge alla destra del Tevere a picco sulle profonde gole che sfociano nel Forello a poca distanza dall’abitato di Casemasce; la stessa origine dell’abitato risale al 1470 quando un certo Mascio di Matteo d’Acqualoreto e si fa costruire un paese, usando proprio il materiale del castello di Montemarte distrutto.
Il termine Casemasce riconosciuto è proprio “Case di Mascio” anche se alcuni autori tendono a definirlo derivante da “Case mosce” in allusione ai due nuclei ed ai cedimenti del terreno che porterebbero il paese man mano allo scivolamento verso il Tevere.
Secondo lo Jacobilli il castello di Montemarte fu edificato da un avo del Conte Farulfo e da Mascio nel 922 (Tomo II pag 215) su di una rupe a destra del Tevere ai confini tra Todi e Orvieto; a Farulfo invece è attribuita l’edificazione del castello di Titignano nel 970 mentre era Capitano Generale in Italia di Ottone; fu lo stesso Imperatore che il 26 aprile 976 lo nominò Conte di Titignano con una tenuta così vasta che raggiungeva persino la Toscana.
Le notizie certe sull’origine di questa famiglia non si conoscono, infatti i documenti che ne parlano sono tutti a partire dal XIII secolo.
Una famiglia questa che pare sia giunta nel 844, provenienti dalla Provenza, scendendo in Italia al seguito di Ludovico II il Giovane, ma sono tutte congetture prive di prove documentative.
Il castello fu al centro di numerosi conflitti tra la città di Todi e di Orvieto in quanto si trovava in una zona di confine ambita da entrambe i Comuni.
Nel 1199 un certo Conte Farolfo, non solo era padrone del castello di Montemarte, ma vi amministrava la giustizia incarcerando coloro che venivano condannati dal suo tribunale, o anche semplicemente quelli che riteneva di far mettere sotto chiave per motivi propri.
In origine i Montemarte erano nobili di Todi ma che ebbero problemi con la città e furono cacciati e di conseguenza entrarono nelle simpatie della città di Orvieto che aveva il suo bel tornaconto territoriale su questo feudo.
Questo avamposto costituiva una vera spina nel fianco per i Todini; infatti dallo sperone roccioso dove sorgeva il castello si può notare come questa posizione abbia un impressionante colpo d’occhio sulla città di Todi.
Non c’è quindi da meravigliarsi se nel corso del Duecento tra le due città confinanti siano sorte a più riprese tensioni che inevitabilmente avrebbero coinvolto anche gli stessi proprietari del castello.
Negli anni intorno al 1150 il Comune di Orvieto era in piena espansione ed il castello di Montemarte rappresentava un cuneo infilato in territorio tuderte a ridosso delle mura della città.
Nella seconda metà del secolo XIII, il comune di Orvieto aveva creato la terra comitum, sorta di marca di confine in cui ai Montemarte veniva demandato il compito del presidio delle frontiere nord-orientali in funzione antitodina, con la contropartita di un controllo totale sul territorio.
Già nel 1220 Montemarte fu oggetto di un accordo tra i comuni di Todi ed Orvieto in cui quest’ultimo riconosceva il pieno diritto della controparte su di esso e sul suo territorio e giurisdizione; gli Orvietani riconobbero che il castello di Montemarte spettava di diritto al contado di Todi al quale apparteneva da tempi immemorabili.
Il conflitto però fra le due città si inasprì e nel 1229 in quanto i Conti, con il sostegno di Orvieto, rifiutarono
l’obbedienza a Todi.
I Tuderti, stanchi del comportamento ambiguo del Conte Andrea, lo invitarono in città con un pretesto e lo rinchiusero in carcere senza cibo né acqua, costringendolo a firmare l’atto di vendita del castello di Montemarte.
Todi iniziò subito a demolire la rocca, ma i danni furono ben presto riparati soprattutto per l’intervento del papa Gregorio IX che con un breve diretto ai Todini alle calende di ottobre del 1229 gli ordina di Liberare il prigioniero e risarcire i proprietari, cosa che Todi fece e il Conte Andrea, qualche anno dopo, poté ricostruire il castello.
Verso la fine del 1200 questo castello divenne per la famiglia comitale una specie di “sede di rappresentanza” più che una vera e propria dimora di abitazione per cui nel 1290 si arrivò all’alienazione del detto castello da parte dei suoi proprietari a favore del comune di Perugia che lo demolì e poi lo rivendette al comune di Todi insieme al suo territorio.
Nel 1250 si aprì un devastante conflitto fra Orvieto e Todi che iniziò con una guerra di logoramento avanzata dai todini che costruirono un castello (Montegadano) dirimpetto a Montemarte per far valere la propria posizione e a sua volta Orvieto edificò il castello di Titignano di fronte a questo e in posizione ancor più elevata.
Il 1 gennaio del 1252 gli Orvietani mossero guerra a Todi schierando il loro esercito nell’altopiano di Titignano; la battaglia venne combattuta sul poggio di Pompognano e si concluse a sera con la vittoria dei Tuderti che uccisero molti nemici e tanti altri ne fecero prigionieri.
Ma le glorie militari di Todi durarono poco, infatti nel 1255 Orvieto scatenò una grande offensiva avendo la meglio sulle truppe tuderti e rase al suolo il castello di Montegadano da queste costruito; nel 1257 si definì una resa incondizionata del comune di Todi, il quale si vedeva togliere il castello di Montemarte, ceduto ai suoi nemici, con l’aggiunta dell’obbligo di distruggere Montegadano e del divieto di costruire in futuro alcuna fortificazione in quel territorio.
Una volta acquisito il controllo dell’area contesa, i Conti riacquistarono prestigio con il loro castello che divenne una sorta di “marca di confine“, o meglio di “stato cuscinetto“, creato dal comune orvietano all’indomani del trattato del 1257 per coprirsi le spalle a settentrione contro possibili ritorni offensivi della città nemica.
Con una trattiva iniziata il 18 aprile del 1290 e conclusasi il 17 ottobre, con un sacrificio finanziario non indifferente, il comune di Todi entrò definitivamente in possesso del castello a cui teneva con la mediazione attiva del comune di Perugia, il quale prima acquisì dai conti di Montemarte il loro castello in cambio della cifra di 25.000 fiorini d’oro e poi lo rivendette per lo stesso prezzo al detto comune tudertino.
Il tutto per una superficie totale di 3900 ettari, vale a dire 39 chilometri quadrati.
Questa vendita fatta dai Conti fu interpretata dagli Orvietani come un tradimento ma la transazione di fatto salvò la faccia ai signori che avevano venduto il castello ad una città neutrale (Perugia); anche in questo caso il castello andava distrutto prima di procedere alla vendita a Todi, ma di fatto le cose andarono in un altro modo.
La demolizione doveva essere effettuata a cura e spese del comune di Perugia prima della consegna del territorio ai Todini, fatto salvo il diritto dei venditori di portarsi via i materiali di risulta, come travi, tegole, assi di legno e quant’altro poteva essere recuperato, durante la demolizione e fino allo scadere di un mese dal termine di essa; a ciò si aggiungeva il divieto di edificare abitazioni coloniche in gruppi superiori a sei unità, distanti tra loro non meno di 60 canne perugine, cioè più di 327 metri.
Nell’accordo si insisteva energicamente sulla necessità di distruggere il detto castello e di mai più riedificarlo, come pure di limitare le nuove costruzioni a case coloniche poste tra loro a debita distanza, così da impedire che potessero essere riconvertite ad usi militari, in realtà pare che i Todini avessero fatto di tutto per aggirare la lettera dell’accordo, riuscendo con un escamotage a erigere non una ma tre fortezze, Montemarte, Montemeleto e Pompognano.
Francesco di Montemarte nella sua “Cronaca” spiega bene come Todi aggirò l’accordo, infatti ci dice che, subito dopo fatta la vendita (del 1290), fecero della tenuta tre parti, una fu la vera tenuta di Montemarte, l’altra la tenuta della rocca di Montemeleto e l’altra della tenuta di Pompognano; ciascuna di queste tenute fu ripartita in centocinquanta parti e costrinsero quattrocento cinquanta cittadini ad acquistarne una.
Fatto questo i Todini, in tutte le tre tenute fecero una fortezza cioè una a Pompognano, l’altra nel terreno della rocca di Montemeleto, alla quale posero nome l’Appromessa, e l’altra nella tenuta di Monte Marte.
L’accordo prevedeva che nella tenuta si potessero fare quattro o sei case per i braccianti quindi furbescamente fecero le fortezze a forma di 6 case dei lavoratori lunghe 40 piedi e con le mura alte ben quaranta piedi e spesse quattro piedi o più, separate l’una dall’atra di pochi centimetri (da quattro o sei deti) con una sola porta di accesso.
Affinchè non si potesse dire che fossero fortezze non vi realizzarono nessun fossato, steccato e nemmeno merli o camminamenti di ronda, e in questo modo tennero questi luoghi per diversi anni aggirando le imposizioni.
Così nel 1300 rinacque anche “Montemarte Nuovo“.
Aspetto
Del castello rimangono alzate frammentarie delle mura perimetrali in parte ancora ben visibili seppur invasi dalla boscaglia; una maestosa torre diruta per due terzi mantiene in piedi poco più di un lato munito di due finestre ma che conserva nella base un ampio locale voltato ancora in piedi.
A fianco della torre uno scoglio piano si affaccia poderoso su un dirupo che campeggia su un impervio fossato che sfocia nel Tevere.
Nella parte più bassa si nota un ampio brandello di muraglia che probabilmente era la chiesa.
Fonti documentative
Ludovico Jacobilli – Vite dei Santi e dei Beati dell’Umbria TOMO II (pag. 215) – 1656
Sandro Tiberini – I conti di Montemarte. Vicende e orientamenti di un lignaggio orvietano, dalle origini alla fine del secolo XIV – 2022
Valerio Chiaraluce – Il castello di Montegadano. Un raro esempio di bastia del XIII secolo – In CittàViva n. 4 Giugno/Luglio 2021
Mappa
Link alle coordinate: 42.750619 12.298631