Cenni storici
Il monastero, anticamente detto “Monasterium Sancti Ioannis de Marzano” o anche “Abbatia de Marzano“, è ubicato a ridosso della cima del Monte Pagliaiolo e si affaccia sulla valle percorsa dal torrente Aggia, ed è situato lungo l’antica strada che collegava Lippiano a Cortona, a pochissima distanza dal confine con la Toscana.
In epoca romana vi erano sicuramente alcuni insediamenti, probabilmente di origine etrusca.
In località Col di Fabbri si sono rinvenuti vari reperti, tra cui un pezzo di mosaico, che fanno pensare alla presenza di una villa romana.
Esisteva però, sempre durante l’epoca romana imperiale, un tempio dedicato alla dea Fortuna, nell’attuale località Marzano.
Nel VII secolo, al posto del tempio pagano sorse un’abbazia benedettina; come è noto, questi monasteri godevano di una larga autonomia ed erano sempre centro di un insediamento urbanistico, così intorno ad essa si sviluppò il borgo, di cui ancor oggi si vedono tracce notevoli.
Il complesso, immerso nei boschi di castagni e di querce, si trova a ridosso della cima del Monte Pagliaiolo e si affaccia sulla valle percorsa dal torrente Aggia.
Purtroppo, la documentazione riguardante il monastero è andata perduta e risulta difficile ricostruire la storia del sito.
L’unica documentazione rimasta riguarda l’elenco delle chiese tassate dalla Camera apostolica nei secoli XIV e XV, che si conserva nell’Archivio storico di San Pietro di Perugia e che servì anche allo storico Muzi per compilare la sua Storia Ecclesiastica di Città di Castello.
Il più antico documento pervenutoci relativo al monastero è la bolla emessa nel 1126 da Onorio Il, che conferma a Ranieri, vescovo di Città di Castello, tutte le chiese e i monasteri della diocesi tifernate, tra i quali figura San Giovanni di Marzano “Monasterium Marzani“.
Un analogo documento che in pratica confermava il precedente, fu indirizzato nel 1207 da papa Innocenza III al vescovo Giovanni.
Con il diploma datato 1136, papa Innocenzo II pose il monastero di San Giovanni sotto la diretta autorità del pontefice, ne affermò l’esenzione dalla giurisdizione del vescovo e da quella del Capitolo cattedrale e ne riconobbe i beni e le dipendenze che, già all’epoca, erano numerosi.
Il monastero era infatti a capo di un vasto patrimonio fondiario e, tra le sue dipendenze, figuravano almeno 40 priorati e chiese, dislocati nelle diocesi di Città di Castello, Arezzo, Cortona, Perugia, Gubbio e Chiusi; a queste vanno aggiunte le proprietà a nord e a ovest del lago Trasimeno, che il monastero di San Giovanni vantava “pro indiviso” con l’abbazia di Santa Maria di Farneta in Val di Chiana, oggi in diocesi di Cortona.
I rapporti tra la comunità monastica di San Giovanni di Marzano e i vescovi di Città di Castello furono spesso difficili e conflittuali: nel 1140 si concluse la lite per la proprietà della chiesa di San Giovanni in Campo che, secondo alcuni storici locali, era soggetta al monastero fin dall’anno 800 in virtù di un diploma di Carlo Magno.
Nel 1266, il vescovo Niccolò scomunicò l’abate e i monaci di San Giovanni di Marzano perché non si erano assoggettati a lui e la stessa cosa venne replicata 1270, quando i monaci impedirono al vescovo di entrare nel monastero.
Spesso i monasteri erano sottoposti alla giurisdizione della famiglia dominante territorialmente, altre volte, invece, il castello della famiglia comitale sorse grazie all’appoggio della comunità monastica o sul terreno concesso dal monastero; in questo caso successe questa seconda casualità; infatti, tra le dipendenze di San Giovanni figurava anche “Civitella comitum” (diventata poi Civitella Ranieri), in diocesi di Gubbio ed il monastero la concesse prima in enfiteusi e poi, nel 1425, la cedette al famoso condottiero Ruggero Cane, della famiglia Ranieri in cambio di un versamento di 135 fiorini.
Questa somma fu utilizzata dai monaci per acquisire l’antico monastero femminile di Sant’Angelo del Renaio o Renario (Sancii Angeli de Arenario), posto alle falde del Monte Malbe, nel Contado di Porta Sant’Angelo in Perugia dove in seguito si trasferirà la comunità monastica dopo la decadenza del cenobio.
Dalle Rationes Decimarum risulta che il monastero di Marzano nel 1349 versa la decima alla Camera Apostolica per un importo di VIII Libre.
A partire dal secolo XIV e soprattutto nel XV, il monastero di San Giovanni di Marzano dovette subire le continue pressioni esercitate dai marchesi Bourbon del Monte le cui famiglie si contendevano il dominio del monastero e proprio a causa di questa insicurezza che minacciava la comunità, i Capitoli non si tennero più nel monastero, ma nelle chiese dipendenti di Borgo San Sepolcro e di Città di Castello; gli stessi abati furono costretti a risiedere nelle pertinenze del monastero a Pietramelina, alle porte di Perugia.
L’influenza dei Marchesi però fu tale che alcuni personaggi di famiglia furono monaci, ad es. Antonio di Ranieri (1407).
Nella prima metà del secolo XV iniziò la decadenza del monastero di San Giovanni di Marzano, anche se a questo periodo risale il governo di uno dei suoi monaci più illustri: Antonio di Puccio Micheloni, abate dal 1403 al 1411 e che poi divenne vescovo di Perugia dal 1411 al 1434.
Intorno al 1425 gli edifici dei monaci erano in uno stato di forte degrado dopo essere stati quasi integralmente distrutti dal terremoto del 25 dicembre 1352 tant’è che nel 1435 fu definito “(dirutum) e funditus cum omnibus domibus ipsi monasterio coniunctibus“.
Nello stesso anno la comunità si trasferì nella dipendenza di Sant’Angelo del Renario in diocesi di Perugia (come detto acquistato pochi anni prima), pur conservando lo statuto giuridico di comunità monastica appartenente alla diocesi di Città di Castello.
I monaci rimasero nel monastero di Sant’Angelo fino al 1478, quando il complesso fu confiscato dal Comune di Perugia per trasformarlo in ospedale.
Dopo la dispersione dei monaci di Marzano, i pochi beni superstiti furono dati in commenda al vescovo di Città di Castello.
Lo stesso Giovanni Muzi, storico e vescovo della città tifernate, assunse il titolo di Abate commendatario di Marzano e come tale si cita nelle Memorie ecclesiastiche e civili di Città di Castello.
Questo però non portò migliorie e il degrado continuò progressivamente; infatti, la situazione degli edifici mai ristrutturati in seguito agli eventi sismici del 1352, non fece che aggravarsi ulteriormente.
La chiesa rimase rettoria ed è rimasta in funzione fino agli anni 50 del dopoguerra.
Aspetto
Dopo i danni subiti con il terremoto del 1352, la chiesa è stata ricostruita o modificata varie volte.
Quel che resta della chiesa sono le pareti laterali tenute in piedi dalle edere che l’hanno invasa e che impediscono ulteriori crolli; il tetto non c’è più e gli intonaci interni sono in gran parte sgretolati a causa degli effetti atmosferici e con loro sono scomparsi gli affreschi che la decoravano, si leggono solo qua e le tracce di colore delle cornici che contenevano le immagini pittoriche.
I conci degli archi e le modanature architettoniche di pregio sono stati trafugati insieme ai capitelli e due colonne con capitelli rozzamente lavorati di chiara fattura paleocristiana, allo stesso modo è stato smontato l’antico portale in pietra trafugato anch’esso.
Solo un capitello si è salvato ed è ora conservato nella cripta del duomo di Città di Castello.
La struttura architettonica originaria doveva essere a pianta rettangolare, appoggiata ad un unico muro maestro sul quale insisteva anche la canonica.
Le dimensioni molto elevate delle colonne, riutilizzate nel nuovo edificio, fanno pensare che la chiesa primitiva fosse molto più imponente e grande di quella attuale.
La facciata, con tetto a due spioventi, presenta un campanile a vela, un portale molto semplice e una finestra con una piccola lunetta.
Le murature perimetrali della chiesa mostrano ampi riutilizzi di conci di un edificio più antico; tra i materiali di reimpiego figura una cornice con bassorilievo a treccia che costituisce una preziosa testimonianza di pregio della costruzione preesistente.
A destra, addossata alla chiesa si trova la vecchia canonica con il primo locale che era la cripta dell’antica costruzione; un vano a unica sala, di cui è crollata la copertura; questa è stata costruita con pietre di notevoli dimensioni recuperate da un ben più antico edificio.
Essendo questo locale dedicato alla cripta, si deve pensare che la chiesa, nel tempo, sia stata ruotata di 90°; in origine con l’abside ad est e la porta ad ovest, mentre ora la porta è in direzione sud e guarda dritta la torre dell’Aggia.
Accanto a questo si trova un locale voltato a botte che consentiva l’accesso ad un forno di cui ancora oggi si nota la cupola di cottura nonostante tutto il resto sia crollato.
Nella parte occidentale, le fabbriche monastiche comprendevano un edificio di servizio, che è stato destinato ad abitazione colonica sino ad epoca recente.
Tutto il paese di Marzano e la stessa Osteria posta al crocevia dell’antica via medievale, è diventato un paese fantasma completamente abbandonato con case semi-dirute e coperte da rovi.
Un paesaggio immerso nella natura selvaggia coperta da fitti boschi e abitata da animali selvatici che qui trovano il loro habitat ideale.
Fonti documentative
N. Togni G. Farnedi – Monasteri Benedettini in Umbria, alle radici del paesaggio Umbro – 2014
F. Guarino A. Melelli – Abbazie benedettine in Umbria – 2008
Pietro Sella – Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV Umbria – 1952
Nota
La foto storica dell’abbazia di San Giovanni è stata tratta dalla pagina Facebook “Foto storiche – Monte S. Maria Tiberina, Gioiello, Marcignano e Lippiano”; ringrazio Moreno Mancini autore per la gentile concessione.
Mappa
Link alle coordinate: 43.415551 12.066123