Chiesa di San Martino – Pagino di Città di Castello (PG)

Vecchia Villa di Pagino

 
 
 

Chiesa di San Martino

 

La chiesa e tutto il fabbricato, è di proprietà dell’AFOR (Agenzia Forestale Regionale), per cui la visita è interdetta ed è possibile solo attraverso l’intervento di un incaricato dell’Agenzia.

 

Cenni storici

Ci troviamo nelle montagne lungo il confine tra il Comune di città di Castello e quello di Pietralunga, un territorio ad oggi quasi disabitato, dove scorrendo con lo sguardo nell’orizzonte non si scorgono che boschi e montagne disabitate fin dove arriva l’occhio.
Un territorio meraviglioso dal punto di vista naturalistico, ma desolante per chi ci deve vivere in quanto isolato dal mondo e lontano da ogni forma di progresso. Ma non doveva essere così in passato soprattutto quando ancora le valli sottostanti erano infestate da paludi e da eserciti che transitando nelle zone pianeggianti devastavano il poco che trovavano.
Ecco, quindi che le popolazioni per trovare rifugio da malaria e devastazione si rifugiavano sulle alture dove trovavano legna da ardere, pascoli freschi per i loro animali, terreni da coltivare, castagne, frutta, fungi e altri prodotti del bosco che garantivano una sopravvivenza dignitosa.
Questo tipo di sopravvivenza è durato per secoli, se ne sono accorti i romani, che qui hanno pensato bene di insediare le proprie attività agricole e successivamente con la loro decadenza se ne sono accorte le popolazioni occupanti che vi hanno trovato sostentamento per le proprie occupazioni.
In questo territorio è chiara la lettura dell’occupazione Longobardo-bizantina dell’area che era ben definita fra le due truppe che occupavano l’Italia.
Infatti, se andiamo a vedere la definizione territoriale dell’Italia al tempo dei Longobardi e dei Bizantini notiamo che l’Italia bizantina e longobarda rappresenta un periodo di profonda frammentazione politica (VI-VIII secolo) dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, con i Bizantini che controllavano le coste e i Longobardi che invasero l’entroterra, creando un regno diviso tra Langobardia Maior (nord) e Langobardia Minor (sud), con capitale a Pavia, portando a una penisola divisa in aree latine e germaniche, una lunga lotta per l’unificazione e l’emergere della Chiesa di Roma come forza politica, culminando nella fine del regno longobardo per mano di Carlo Magno.
Tra questi c’era un territorio conteso chiamato il corridoio Bizantino che da Roma attraversando gli Appennini arrivava a Ravenna.
Ora tutto questa perifrasi per dire che in questo lembo di territorio si può leggere sul terreno la linea di demarcazione tra i popoli germanici e latini attraverso la lettura delle dedicazioni delle chiese, intitolate a santi a cui era mirata la devozione dell’una o dell’altra parte.
Ora la chiesa in questione, cioè San Martino, si trova alla destra idrografica del torrente Faena, affluente di destra del Tevere e vi confluisce a Monte Castelli, ed insieme a questa chiesa, in questo pendio di monte troviamo a poca distanza, San Michele di Candeggio e San Zino (o Zeno o Zenone), tutti santi di devozione germanica, che ci fanno intendere che alla destra idrografica del fiume il territorio era controllato dai Longobardi.
Se andiamo a vedere la parte sinistra della sponda del Faena si trova dirimpetto a San Martino al dilà della forra, il castello del Salto, con la chiesa di San Silvestro, devozione tipicamente Bizantina, infatti fu il vescovo che battezzò Costantino e traghettò la chiesa dopo le persecuzioni, alla definizione del credo nel Concilio di Nicea e alla trasformazione di Roma in città cristiana.
Le chiese Longobarde si contraddistinguono attraverso la devozione di questo popolo a particolari santi, in questo caso San Michele Arcangelo di Candeggio, San Martino di Pagino (Città di Castello) e Pieve de’ Saddi, quest’ultima dedicata a San Crescenziano (Pietralunga), sono accomunate dalla dedicazione a santi cavalieri, in particolare San Crescenziano e San Michele Arcangelo sono definiti santi “sauroctoni“, poiché raffigurati mentre uccidono o schiacciano un dragone, simbolo del paganesimo che nei primi secoli del Cristianesimo continuava a sopravvivere nei villaggi posti a maggior distanza dal centro cittadino di Tifernum Tiberinum (odierna Città di Castello).
San Martino di Tours (316-397 d.C.) è spesso raffigurato come un soldato romano a cavallo, come San Crescenziano, ma nell’atto di dividere con la spada il suo mantello per ricoprire un povero incontrato per strada.
Anche San Martino, protettore dei Franchi, era culturalmente sentito vicino dai Longobardi, un popolo di stirpe germanica dallo stile di vita nomade e dedito alla guerra.
Tutti e tre i santi ci fanno ben capire da chi fosse gestita la struttura amministrativa del territorio.
San Martino di Pagino era una chiesa affiancata ad un insediamento militare con una torre e una guarnigione che fronteggiava i nemici dalla sponda opposta del torrente Faena che a loro volta osservavano i loro movimenti dalla fortezza del Salto (vedi Torre di San Zino).
Tornando nello specifico alla nostra chiesa, torniamo al discorso dell’occupazione romana, infatti “Pagino” deriva da “Pagus“, termine romano per indicare un’unità amministrativa di una circoscrizione territoriale rurale, da cui deriva anche il termine “Pagano“, cioè, sono luoghi dove i culti non cristiani sopravvissero a lungo.
Nella forma dialettale locale il termine indica anche una zona esposta a d ovest sul versante del monte, quindi una zona poco assolata e in gran parte del giorno all’ombra, quindi “a Pagino” o in altri termini umbri “all’appommessa” o “all’oppico” (Valle Umbra) o “a Pacime” (Ternano), tutti indicanti zone all’ombra.
Questo vale per Pagino ma non vale per San Martino che si trova sul versante esposto ad est, il riferimento quindi è riferito all’abitato di Pagino (da cui prende il nome ed è forse l’antico pagus romano) che invece si trova sull’altro versante completamente in ombra.
 

La chiesa

La struttura religiosa oggi si trova addossata ad un caseggiato abbastanza grande con delle singolari merlature guelfe e sorge su un declivio del monte su un dolce pianoro che si affaccia sulla gola del torrente Faena a stretto contatto visivo dall’altra parte, con i ruderi del castello del Salto e a vista con la torre di San Zino; il tutto circondato da colline ammantate da folti boschi che in autunno creano un paesaggio unico di colori variegati.
La struttura è proprietà dell’AFOR che anni or sono l’ha ristrutturata per adibirla ad attività ricettiva, ma che poi non è mai decollata.
 

Aspetto

La chiesa è inglobata nel caseggiato e sarebbe praticamente impossibile distinguerla, dal resto della struttura se non fosse per un campanile a squadra privo di campane posto sull’angolo sinistro della facciata; infatti, la porta, rialzata di due gradini dal piano di calpestio del terreno è squadrata come lo sono le altre porte del fabbricato e nella parte retrostante non presenta absidi, ma una piccola monofora murata che corrisponde alla parete d’altare.
La stratificazione muraria dell’edificio manifesta interventi in varie epoche ma si può ben definire, come suddetto, che si trattava di un edificio di culto inserito in un fabbricato privato.
 

Interno

La chiesa si presenta a navata unica completamente spoglia di arredi e con il tetto voltato a botte; le pareti sono intonacate e non presentano tracce di affreschi, mentre la parete d’altare è completamente affrescata.
Il dipinto, datato 1524, è diviso in tre parti: la parte centrale è strutturata come un porticato diviso da quattro colonne con capitelli corinzi poggianti su un basamento modanato e che sorreggono un lungo architrave decorato da una fascia a grottesche, con tre stemmi gentilizi, che separa la scena mediana da quella superiore, mentre nella parte sottostante il basamento sono dipinti dei drappi ricamati; anche la fascia della volta è decorata con grottesche molto elaborate.
Le colonne scandiscono le tre scene centrali.
Nella parte alta la lunetta contiene un’Annunciazione, dove nella parte sinistra l’Arcangelo Gabriele genuflesso con le vesti ricche di pieghe porge il giglio simbolo di purezza alla Vergine; il volto dell’Angelo purtroppo è perso così come è andata perduta tutta la parte centrale che separa l’Angelo da Maria, forse rappresentava un ambiente interno di una stanza.
La Vergine, sulla destra si trova in una stanza inginocchiata su un inginocchiatoio, disposto in diagonale, dove si vedono dei libri disposti alla rinfusa sui ripiani interni; la stessa sembra spaventata dall’improvvisa apparizione, posa la mano destra sopra un libro aperto sulle sacre scritture e l’altra mano alzata con le dita piegate nel segno della parola, un segno antico che troviamo nelle immagini medievali, che sta a indicare la risposta della Vergine all’Angelo.
La Madonna ha i capelli sciolti sulle spalle e indossa un velo bianco; un ampio mantello di colore verde disegna le morbide curve delle sue spalle, la veste rossa è cinta da una sottile fascia dorata sotto il petto.
L’architrave che divide la parte superiore da quella mediana contiene tre stemmi gentilizi delle caste dei committenti prelati e capitani che qui hanno dimorato.
Lo stemma al centro dell’architrave appartiene ai Ciappetti, un’antica famiglia tifernate che diede uomini d’arme: “Croce d’argento, gigli d’oro, testa al naturale in fondo turchino“.
Lo stemma di sinistra appartiene ai Marchesani: “una quercia d’oro con ghiande in campo turchino e nel pedale dell’arbore vi è un picchio che salisce, pure d’oro“; i componenti di questa famiglia furono vescovi, cavalieri e conti.
Lo stemma di sinistra, poco leggibile a causa di una lacuna, potrebbe appartenere ai Brozzi: “sbarra o squadra rossa, all’intorno contornata da un filetto d’oro, con stelle d’oro e leone parimente d’oro in fondo turchino“.
La fascia mediana sottostante è divisa in tre scene: a sinistra San Martino a cavallo che dona un pezzo di mantello al povero; al centro l’Adorazione dei pastori; nella parte destra un Santo vescovo forse si tratta di San Martino di Tours.
Il San Martino di sinistra è raffigurato a cavallo come un soldato o, meglio, come un paggio del Rinascimento, che con un movimento ampio ed elegante divide il mantello con un povero.
Il Santo indossa un largo cappello rosso da parata; la veste è ricamata con motivi arabescati, una cintura verde alla vita e i pantaloni attillati.
La lunga spada ha il manico di metallo, d’oro, con un elegante disegno da orafo; anche i finimenti del cavallo, di colore rosso e con le giunture d’oro, sono molto raffinati.
Il povero è ricoperto dal manto donato da San Martino ed è visto di spalle nell’atto di avvicinarsi al santo; il particolare che colpisce in questa scena sono le lumache dipinte per terra sulla strada dall’incerto significato simbolico.
Nella parte destra del portico si vede un Santo vescovo raffigurato a figura intera, forse si tratta di san Martino di Tours.
Indossa un elegante piviale, un mantello arabescato di color arancio con fili dorati, bordato di rosso e foderato di verde; la veste bianca è fitta di pieghe e sembra di un tessuto pesante, di lana dove al di sotto si intravede un vestito rosso.
Indossa guanti chiari con pendenti e sotto il braccio sinistro stringe un libro sacro.
Con la mano sinistra sorregge in diagonale il pastorale; sullo sfondo una tenda legata alla colonna.
La scena centrale, forse la più interessate, rappresenta “l’Adorazione dei pastori“; in primo piano si vedono i pastori, poveri e malvestiti, simbolo di un’umanità derelitta, genuflessi dinanzi a Gesù Bambino che è raffigurato disteso fuori dalla capanna ed è rivolto verso la Madre; la sua aureola dorata ha impressa una croce rossa.
Alle spalle di Maria e Giuseppe, posti sotto la capanna, si vede la greppia con il bue e l’asinello.
Il primo pastore è inginocchiato e porta in braccio un agnellino, che prefigura l’agnello sacrificale (Cristo), e un lungo bastone; il pastore al centro, il più giovane dei tre, dalla pelle bruna e coi capelli scuri arricciati, porta sulle spalle un bastone a cui è attaccata una cesta con manici contenente dei panetti (simbolo dell’Eucarestia), porta anche una borsa di stoffa o di cuoio a tracolla; il bastone e la borsa a tracolla sono anche simboli dei pellegrini.
Il terzo pastore, il più anziano dei tre, indossa un copricapo a punta scuro, ha anch’esso una borsa a tracolla, ha un lungo bastone e le sue mani sono giunte in preghiera come quelle di Maria, in modo da far convergere lo sguardo su Gesù.
Sullo sfondo sono raffigurati l’Annuncio ai pastori in un paesaggio roccioso e fiabesco dove si trova un pastore con il suo gregge, e da un rilievo più basso con una strada bianca che sale disegnando delle morbide curve.
Un angelo in volo porta l’annuncio a un pastore seduto sul tronco di un albero mentre pasce il suo gregge, assieme a due cani bianchi, all’estremità sinistra si intravede un secondo pastore.
L’angelo ha il braccio sinistro disteso verso il basso e con l’indice della mano, da cui esce una calda luce dorata, indica la scena sacra, mentre con l’indice dell’altra mano si rivolge al pastore.
La Madonna e San Giuseppe sono nella capanna, Giuseppe è seduto e si appoggia al proprio bastone, dietro di lui sta la greppia con il bue e l’asinello, il cui recinto è formato da canne intrecciate, come si usava all’epoca nelle campagne.
La capanna è una semplice struttura fatta di pali di legno intrecciati con corde, con il tetto ricoperto di paglia; si intravede la struttura interna del tetto costituita da una intelaiatura di assicelle.
Appesa ad un palo, tramite una corda, è una piccola botte forse contenente del vino (simbolo dell’Eucarestia).
Il pittore sconosciuto dimostra di avere attinto ad opere di artisti come Perugino, Pintoricchio, Signorelli ma con un’iconografia arcaizzante.
 

Nota di ringraziamento

Ringrazio Fabrizio Conti abitante di Pagino che inizialmente mi ha messo a disposizione le foto interne con gli affreschi.
Ringrazio il Dott. Michele Bazzani dirigente AFOR e responsabile del Demanio che ha gentilmente accolto la mia richiesta.
Ringrazio il Dott. Andrea Ruta dirigente AFOR che cortesemente mi ha aperto la chiesa; lo ringrazio per la sua disponibilità e la pazienza nei miei confronti.
Ringrazio la Dott.ssa Nadia Burzigotti per avermi messo a disposizione un suo articolo con i dettagli pittorici degli affreschi.
 

Fonti documentative

Articolo di Nadia Burzigotti in “dalla parte della montagna” Anno XXXVI – Dicembre 2022 edito a cura del Club Alpino Italiano Sezione di Città di Castello.
 

Mappa

Link alle coordinate: 43.432721 12.347330