Premessa
Per capire il motivo, la necessità e la sostanza del recupero della chiesa in un posto così sperduto, dimenticato e per anni abbandonato dagli uomini, occorre fare qualche doverosa premessa.
Si, in effetti ci troviamo immersi nelle montagne e nei boschi di San Giustino nei pressi del confine con le Marche, in un territorio quasi del tutto spopolato dove difficilmente si trovano insediamenti umani e men che meno abitati; Pescio è un paese dove stabilmente non ci sono residenti ma solo persone che vi abitano nei fine settimana o solo qualche mese nel periodo estivo.
Questo si capisce in quanto anche la strada per arrivarci è alquanto impervia e non adeguatamente mantenuta; allora uno si chiede: “Che senso ha recuperare una chiesa qui? A chi serve?“.
Di primo impatto uno potrebbe proprio dire, a nessuno, solo soldi buttati, ma se proprio vogliamo andare a scavare fino in fondo, il valore vero di questo recupero è la conservazione della memoria, del collegamento dei valori e delle tradizioni come anello di congiunzione fra vecchie e nuove generazioni, un simbolo di sopravvivenza, di tenacia, di resistenza, un modello di vita che ha fatto da collante per una comunità che in questi luoghi (oggi considerati sperduti) ha vissuto, si è sacrificata ha allevato figli e soprattutto ha sfruttato ma a sua volta ha conservato un territorio.
Qui la vita era dura, ma i boschi, i pascoli, i terreni dissodati hanno garantito sempre la sopravvivenza.
Recuperare la chiesa ha significato rinsaldare i legami di una comunità che con il progresso si è disgregata, si è persa, ma qui ha ancora le proprie radici, e lo ha dimostrato il giorno dell’inaugurazione, quando una folla si è riversata fra questi boschi per rinsaldare la propria memoria, una dimostrazione tangibile dell’attaccamento alle proprie radici.
Il progetto nasce casualmente durante una scampagnata a Pescio (o a quel che ne rimaneva) dove Giovanni Cangi e Fabio Massetti, inoltrandosi tra i rovi scovano il rudere dell’antica chiesa della Madonna, solo misere alzate tra le spine e le piante, dove però resisteva una meravigliosa monofora di stile romanico orientata perfettamente al solstizio d’inverno (21 dicembre), il che li fa subito pensare che si trovavano davanti a qualcosa di straordinario e così decisero che avrebbero fatto di tutto per salvare questo preziosissimo bene che era quasi del tutto crollato.
Purtroppo Fabio non c’è più, ma Giovanni con ancora più determinazione ha concretizzato quel sogno, per cui oggi questo bene è tornato ad una seconda giovinezza.
Il progetto è stato realizzato con lo scopo di conservare e valorizzare un edificio storico insieme al paesaggio rurale in linea con gli obiettivi di tutela del patrimonio culturale e degli elementi caratteristici dei paesaggi rurali storici e di sostegno ai processi di sviluppo rurale, fondamentali per la storia e l’identità delle comunità.
Ciò al fine di recuperare un edificio che ha subito un progressivo processo di abbandono, degrado e alterazioni che ne hanno compromesso le caratteristiche tipologiche e costruttive e il suo rapporto con gli spazi circostanti.
Ora la piccola comunità di Pescio ha un motivo in più per ritrovarsi in questi “sperduti” luoghi con uno spazio importante per ricompattarsi e ritrovare le sue radici.
Il territorio
Per capire oggi quel che era quest’area collinare posta lungo il confine umbro-marchigiano, sulla sinistra del Tevere, che agli occhi del viaggiatore moderno sembra dimenticata e abbandonata da Dio e dagli uomini, occorre sgombrare la mente da stereotipi comuni e vedere invece con gli occhi di un viandante del XII secolo, quando questi posti pullulavano di vita con un’economia fortemente sviluppata e favorita da fiorenti circuiti stradali e commerciali.
Il contesto di riferimento è quello della valle del torrente Lama e dei suoi affluenti; si tratta di un sistema idrografico complesso, solcato dal fosso di Parnacciano che, unendosi al fosso di Cantone, forma il torrente Lama; questo è a sua volta alimentato dal fosso di Valdimonte e muta infine denominazione in torrente Selci in località Fondaccio.
Tale articolazione idraulica ha storicamente condizionato non solo l’assetto agricolo, ma anche l’organizzazione degli insediamenti e delle vie di comunicazione.
La Valcerfone si innesta nella valle del Lama attraverso l’abitato di Selci, costituendo un naturale corridoio di attraversamento, una “strada Maestra” che risale verso i passi appenninici lungo antiche mulattiere di valico.
La valle di Cantone e il centro di Pescio, situato più a monte, permettono il collegamento con Mercatello, seguendo il fosso dell’Auro, che confluendo nel Meta dà origine al Metauro.
L’importanza di questi antichi itinerari emerge con chiarezza se si considera che il tracciato tra Cantone e Pescio ricalca in superficie un percorso quasi sovrapponibile a quello previsto per la SNG E78 Grosseto-Fano, nel tratto che verrà realizzato in galleria.
Il territorio quindi, per secoli ha rappresentato un nodo strategico tra la Valle del Tevere e la valle del Metauro; quest’area costituiva un crocevia fondamentale per i traffici commerciali, per la transumanza e per i pellegrinaggi, inserendosi in una rete articolata di percorsi che attraversavano l’Appennino umbro-marchigiano.
Tra le principali direttrici vi erano la via del legname che da Bocca Trabaria scendeva verso Roma seguendo il corso del Tevere, ma soprattutto i tratturi della transumanza, percorsi stagionalmente dai pastori maremmani diretti verso i pascoli delle Marche.
Una via di transumanza seguiva la valle del Lama fino a Renzetti, con sosta presso il mulino, per poi salire lungo l’èia di butteri, Castellonchio e la cresta che conduce a Pièn d’Arnuccio, attraversando i prati di confine con le Marche fino a giungere a Pescio, dove il suggestivo fontanile offriva ristoro a pecore e armenti.
Questi stessi valichi costituivano anche il passaggio più agevole per i pellegrini diretti a Roma e provenienti da settentrione.
Dallo Sbocco delle Macinelle i viandanti percorrevano il sentiero per Passano, raggiungendo l’Abbadia d’Uselle e il convento francescano di San Martino nei pressi di Pitigliano e Colle Plinio.
Le architetture religiose minori svolgevano un ruolo essenziale: segni riconoscibili nel paesaggio, spazi di ristoro spirituale e materiale, capaci di rispondere alle esigenze delle comunità rurali disperse e dei viandanti di passaggio.
I contadini accoglievano con semplicità il pellegrino che attraversava l’alpe a piedi, lasciando sulle scale di casa una brocca d’acqua o un fiasco di acquerello o di vinello, secondo le possibilità.
Anche San Francesco passando per San Giustino, Celalba e Passano attraversò lo Sbocco delle Macinelle nel suo viaggio del maggio 1213 per poi ridiscendere verso Mercatello sul Metauro, Sant’ Angelo in Vado, Carpegna e San Leo dove li ricevette in dono il monte della Verna.
Stesso percorso, in senso inverso, fece nel 1677 la giovane Orsola Giuliani (poi Santa Veronica Giuliani) per raggiungere Città di Castello ed entrare in clausura nel monastero delle Cappuccine dove morì nel 1727.
Questi percorsi, profondamente radicati nella geografia storica dell’area, confermano il ruolo strategico dei valichi appenninici e dei piccoli edifici di culto disseminati lungo le direttrici di attraversamento, come quello di Santa Maria di Pescio.
Territori questi, come si diceva, oggi semiabbandonati e deserti, ma che un tempo erano segnati “dalla civiltà monastica e contadina: borghi medievali, pievi romaniche e resti di castelli raccontano una storia di confine tra lo Stato Pontificio e il Ducato di Urbino, di pellegrinaggi e commerci, di arte e devozione popolare“, un paesaggio quindi radicalmente differente di come lo vediamo oggi, quasi inimmaginabile se non si scava nella storia e si guarda con occhi nuovi.
La chiesa e la sua storia
Il territorio in questione era già fortemente antropizzato e strutturato sin dai tempi dei Romani, che occupavano le aree lungo i diverticoli viari strategici in direzione dell’Appennino umbro-marchigiano; proprio a Colle Plinio fu scoperta una villa appartenuta a Plinio il Giovane (I-II sec. d.C.).
Per quanto riguarda nello specifico l’abitato di Pescio, questo è citato in diversi documenti sin dalla fine del 1300 ed è citato anche un castello nelle vicinanze detto Castello di Valle Bona, o anche di Valbona o Valmona, a testimonianza che li era presente un importante avamposto militare al confine tra il territorio di Città di Castello e quello della Massa Trabaria; un punto di controllo di un’area strategica per i collegamenti transappenninici verso l’Adriatico.
I pochi ruderi di questo castello si trovano su una collinetta tra l’abitato di Cantone e quello di Pescio.
Il territorio è stato progressivamente abbandonato a partire dagli anni 60′, come gran parte delle aree interne, anche se oggi si registra un rinnovato interesse sia da parte dei discendenti delle famiglie che vi hanno vissuto, sia di chi ama immergersi in contesti naturali incontaminati.
La chiesa in questione compare negli elenchi delle Rationes Decimarum del XIV secolo, l’edificio di culto compare come S. Marie de Pescio che nel 1349 paga una decima di XIII libbre e faceva parte del territorio dell’antica Pieve di San Cipriano (De Plebatus S. Cipriani), i cui ruderi sono visibili in una collina denominata Pieve Vecchia o Pievaccia a monte di Colle Plinio.
Pescio fu tra le proprietà acquisite da Niccolò Vitelli nel 1464.
La chiesa venne visitata il 5 settembre 1571 da monsignor Paolo Maria Della Rovere, vescovo di Cagli e visitatore apostolico della diocesi di Città di Castello, il quale non la trovò in uno stato eccellente tanto che minacciò una pena di 25 scudi se non fossero state fatte le necessarie opere alla struttura entro un anno.
Nella visita pastorale del 1598 da parte di mons. Paolo Pagani ordinò di costruire l’altare secondo le regole (della Controriforma) vicino alla parete, dopo avere chiuso la finestrella (monofora della parete di fondo che come vedremo più avanti fu salvata – per fortuna – ricorrendo ad uno stratagemma).
Mons. Giuseppe Maria Sebastiani, con il suo seguito, visitò la chiesa verso la fine di settembre del 1673 e ordinò di ristrutturare il calice, entro tre mesi.
Essendo la chiesa della Madonna di Pescio annessa alla chiesa parrocchiale dedicata a Santi Simone e Giuda di Passano, nell’inventario dei beni di quest’ultima eseguito il 28 luglio 1677, ne troviamo una dettagliata descrizione dove si cita tra l’altro la presenza di un quadro dove vi era raffigurata la Madonna tra San Pietro e Sant’Ambrogio che potrebbe coincidere con l’immagine della Madonna della Neve citato in un documento successivo.
L’inventario cita anche una campana (ora scomparsa) datata 1497 il cui peso era stimato in circa libbre 200, fatta eseguire da un certo Giovanni del Castello di Promano; l’edificio viene descritto lunga passi 9 e larga passi 4 in circa con una porta verso l’occidente.
Altre visite pastorali si susseguirono fino agli inizi del XIX secolo, dove la chiesa di Pescio viene segnalata con la dedicazione alla Madonna della Neve.
Il culto della Madonna della Neve risale al IV secolo d.C., quando il 5 agosto del 358 un’abbondante nevicata imbiancò a Roma il colle Esquilino e Papa Liberio, in seguito ad un sogno, tracciò sulla neve fresca la pianta della basilica di Santa Maria Maggiore, originariamente intitolata a Santa Maria ad Nives.
In tantissime parti della Regione sono presenti edifici di culto con tale dedicazione a memoria di copiose nevicate che sono avvenute nel periodo estivo.
La chiesa è sopravvissuta fino agli inizi del 1900 quando nel verbale di visita pastorale di mons. Filippo Maria Cipriani, del 4 giugno 1944, si legge che “esiste una cappella decaduta in parte, in località Pescio. Utile a ripristinarsi“; il vescovo riconosceva l’utilità di questo piccolo e antico edificio di culto per gli abitanti del luogo e non solo.
La piccola chiesa con il tempo è divenuta un rudere avvolto dai rovi, ma la sua bella monofora romanica è giunta intatta fino a noi.
Aspetto
La chiesa rurale di Santa Maria di Pescio sorge ai margini dell’abitato ed è orientata est-sud/est, in corrispondenza della levata del sole al solstizio d’inverno (21 Dicembre), elemento di particolare rilievo simbolico e storico.
Per lungo tempo le poche tracce murarie che erano ancora conservate, fra cui una piccola monofora a doppia strombatura collocata al centro della parete orientale, erano sommerse da una fitta vegetazione, solo con la ripulitura delle sterpaglie è stato possibile ridefinire il perimetro e datarne la costruzione alla prima metà del XII secolo.
L’impianto era di forma rettangolare, articolato in un’unica navata con copertura a capanna; sulla parete meridionale erano visibili le tracce di una seconda porta laterale; il campanile doveva elevarsi sopra la porta d’ingresso nella tipica forma a vela piana.
La monofora posizionata ad est, che doveva essere tamponata, come prescritto da mons. Paolo Pagani nel 24 agosto 1598 per adattare l’edificio secondo le regole della Controriforma successiva al Concilio di Trento, che imponevano la chiusura della monofora romanica e il posizionamento dell’altare contro la parete segnando l’abbandono dell’illuminazione naturale legata all’oriente e ai cicli astronomici, tipica delle chiese romaniche, a favore della centralità del Tabernacolo quale fonte della luce divina, invece qui si salvò perché fu adottato un sistema che conciliò la sua presenza.
Qui infatti la monofora non venne chiusa, fu invece realizzata una parete divisoria per ricavare un piccolo ambiente adibito a sacrestia, davanti alla quale venne collocato un nuovo altare; i resti di questa muratura sono emersi durante i recenti interventi di restauro.
Le murature erano realizzate in pietra arenaria locale, utilizzata diffusamente in tutto il nucleo abitato, mentre la copertura originaria era con ogni probabilità costituita da lastre di pietra dello stesso materiale.
Oggi la chiesa di Santa Maria della Neve ha recuperato la propria forma originaria, conservando e valorizzando quanto restava delle strutture antiche.
La vela di campanile e il manto di copertura in pietra hanno restituito all’edificio coerenza storica e dignità architettonica.
La campana riposizionata è solamente un’immagine stilizzata di una campana avvolta da fili che rappresentano l’armonia del suono, ma anche l’aura che avvolge intorno a se la comunità; l’opera è stata realizzata da Alberto Alunni; la stessa presenta un contorno ben marcato a sinistra mentre il bordo è impercettibile a destra proprio a rimarcare il posizionamento della chiesa ad Oriente.
L’intervento di recupero e la conseguente ricomposizione delle parti crollate è stata affrontata in modo critico, attraverso l’impiego di materiali compatibili e tecniche coerenti con l’edilizia storica locale, evitando qualsiasi forma di riproduzione acritica o mimetica; la chiesa è stata letta come un palinsesto materiale e simbolico, nel quale convivono l’impianto romanico originario, le trasformazioni liturgiche post-tridentine, le fasi di abbandono e rovina e, infine, l’intervento attuale, chiamato a confrontarsi consapevolmente con la complessità di tale eredità storica.
Interno
L’interno mantiene la struttura originaria con la parete di fondo che conserva la monofora e l’ambiente creato dopo la riforma Tridentina che a quel tempo ne ridusse la navata ricavando un locale ad uso sacrestia accessibile da una porta, poi tamponata, presente nella parete destra accanto ad una feritoia.
Nella parete di sinistra è stata recuperata una nicchia che forse un tempo conteneva un’immagine sacra.
La struttura della copertura è stata impostata con un passo differenziato, disponendo le incavallature in simmetria rispetto alla nicchia laterale e suddividendo lo spazio interno in quattro campate per evidenziare gli spazi dell’aula e del presbiterio.
Il pavimento rialzato nella parte di chiesa più recente, venne realizzato in seguito alla trasformazione settecentesca e venne ricavata al centro dell’aula, una sepoltura coperta da una volta laterizia.
Accanto alla monofora è stata posizionata una croce in legno e sulla soglia della stessa monofora è stata sistemata un’opera in ferro dello scultore Alberto Alunni che rappresenta una Madonna inginocchiata stilizzata che punta lo sguardo alla croce e che si illumina ai primi raggi di sole.
Elemento di particolare rilievo è l’orientamento sacrale dell’edificio, con la parete absidale rivolta ad Oriente.
L’asse longitudinale risponde a un preciso simbolismo religioso, legato al sorgere del sole e, in particolare, all’alba del solstizio d’inverno, in coincidenza con il Natale quando i primi raggi di sole dividono perfettamente a metà l’edificio.
Tale aspetto rafforza la lettura della chiesa come espressione consapevole della cultura architettonica romanica, nella quale lo spazio sacro era concepito come immagine del cosmo e del tempo liturgico.
Il Recupero
Il progetto di recupero è stato finanziato tramite Avviso pubblico per la presentazione di proposte di intervento per il restauro e la valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico rurale – da finanziare nell’ambito del PNRR [M1 .C3 – Misura 2 “Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale, religioso e rurale” – Investimento 2.2], approvato con D.D. n. 3732 del 14 aprile 2022, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU e gestito dal Ministero della Cultura; soggetto attuatore Regione Umbria.
Il recupero della Chiesa di Santa Maria di Pescio – Madonna della Neve situata nel Comune di San Giustino (PG), si colloca nell’ambito della Mission 1: “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo“, Componente 3: “Turismo e Cultura” Investimento 2.2: “Protezione e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale“.
Le finalità dell’Avviso riguardano la conservazione e valorizzazione di un’articolata gamma di edifici storici rurali (fra cui edifici religiosi – chiese rurali, edicole votive…), e di tutela del paesaggio rurale in linea con gli obiettivi di tutela del patrimonio culturale e degli elementi caratteristici dei paesaggi rurali storici e di sostegno ai processi di sviluppo rurale, fondamentali per la storia e l’identità delle comunità.
Il recupero della chiesa di Pescio diventa un esempio concreto di come la conservazione del patrimonio possa generare valore culturale e sociale, contribuendo alla costruzione di una nuova consapevolezza collettiva.
La chiesa restaurata non è solo testimonianza del passato, ma risorsa viva, capace di sostenere processi di rigenerazione identitaria e di restituire centralità a un luogo che, pur nella sua marginalità geografica, torna a essere parte attiva di una storia più ampia.
Ed è in questo contesto che si è inserito ed è stato possibile realizzare il sogno di Fabio Massetti e Giovanni Cangi che oggi ha preso forma nella struttura della recuperata chiesa collante della comunità dei pochi custodi della memoria che tenteranno in tutti i modi di trasmettere i valori e la tradizione alle future generazioni.
Quasi sicuramente non torneranno gli abitanti di un tempo, ma chi sale fin quassù, anche solo per una preghiera, contribuisce a mantenere viva la memoria di Péscio e del suo territorio, restituendogli, almeno per un momento, nuova vita.
Fonti documentative
Giovanni Cangi e Marco Conti – Santa Maria di Pescio Madonna della Neve – Vicende storiche e recupero della chiesa romanica – 2026
Nota di ringraziamento
Ringrazio veramente di cuore l’ing. Giovanni Cangi che mi ha dato sia l’opportunità di conoscere questo bene, sia per avermi dotato del materiale informativo, ma che soprattutto mi ha dato la possibilità di conoscere un territorio e la disponibilità, la cortesia e la generosità dei suoi abitanti, cosa che credo mai scorderò.
Va meritatamente riconosciuto il sacrificio delle poche persone che ancora vivono (anche se saltuariamente) in questi luoghi che tenacemente e con grande spirito di sacrificio si impegnano costantemente a mantenere il paese in una forma più che dignitosa, anzi direi proprio bella e accogliente, a loro va il merito di sacrificarsi ogni giorno per far si che Pescio non muoia, ma che anzi ritorni a vivere.
Senza di loro e senza il loro silenzioso ma efficace lavoro la chiesa non sarebbe stato possibile ricostruirla.
Una comunità piccola, ma si può dire anche multietnica in quanto vi abitano anche persone straniere che qui hanno acquistato la loro casa vacanze e che attivamente contribuiscono al mantenimento e alla valorizzazione di questo angolo di paradiso.
Grazie quindi a tutta la comunità sperando che allarghino l’interesse ad altre persone per rafforzare lo spirito di conservazione del paese.
Mappa
Link alle coordinate: 43.572909 12.259128