Chiesa di Santa Maria di Sala – Farnese (VT)

Alcuni affreschi della chiesa di Santa Maria di Sala nel 1979 sono stati staccati, restaurati e trasferiti all’interno del Palazzo Comunale di Farnese, dove sono custoditi tutt’oggi, per salvarli dal degrado e dall’umidità della struttura rurale.

 

Cenni storici

La chiesa, conosciuta anche come Santa Marisala, è un suggestivo luogo di culto rurale e antica abbazia cistercense situata a circa 3 chilometri a nord del borgo di Farnese, in provincia di Viterbo, proprio alle propaggini della splendida Riserva Naturale Selva del Lamone.
L’edificio sorge in prossimità del fiume Olpeta, in un’area densa di storia, vicino a una sorgente naturale, a una necropoli etrusca e ai resti di un antico insediamento medievale, di un castello e di un abitato rupestre.
La costruzione della chiesa risale a epoca antica, antecedente al X secolo, data ipotizzabile in base alle caratteristiche della muratura.
In via presuntiva potrebbe essere identificata con la Sala citata nel Privilegio emanato nell’anno 852 da papa Leone IV e indirizzato al vescovo di Tuscania, ma non se ne ha certezza.
La prima documentazione sicuramente riferibile a questa chiesa risale al 1189, quando il vescovo di Castro, diocesi di appartenenza di Santa Maria, chiamò i Cistercensi dell’abbazia di Staffarda in Piemonte, forse nel tentativo di far prendere sviluppo a una piccola comunità monastica che si era insediata nella chiesa nel X o nell’XI secolo.
Appare plausibile che la chiesa esistesse già prima della venuta dei Cistercensi.
Le caratteristiche architettoniche, infatti, non mutuano alcunché dello stile tipico di tale ordine.
La muratura ben curata, la finestra a doppia cornice con ghiera a sezione circolare e i capitelli posta sulla facciata, sembrano piuttosto condurci nell’ambito di un architettura preromanica e romanica, comunque precedente al 1189.
Le motivazioni che spinsero il vescovo di Castro a offrire Santa Maria di Sala all’ordine benedettino riformato possono ricercarsi nei mutamenti politici che stavano avvenendo in quei luoghi.
Tra il 1172 ed il 1203 i territori che erano di dominio del conte Ranieri di Bartolomeo passarono di proprietà ai conti Ildebrandini; questi possedevano già Grosseto, Sovana, S. Fiora, Capalbio, Orbetello e l’Argentario con le isole.
Tra i territori passati di dominio si trovava anche il Castello di Sala e nei primi anni del XIII secolo vi si aggiunsero Montalto e Castro.
L’insediamento dei Cistercensi risultò da subito problematico, forse per la difficoltà di mettere a cultura le aree circostanti; nel 1205 il Capitolo Generale incaricò l’abate di La Ferté di verificare se a Santa Maria esistevano o meno le condizioni per garantire l’osservanza dell’ordine, che prevedeva la presenza di dodici monaci.
La verifica dovette riportare esiti negativi, poiché nel 1257 Santa Maria di Staffarda vendette per 80 libbre ai Cistercensi di San Martino al Cimino “i beni che possedeva nel territorio di Rocca di Sala, la grangia di S. Anastasio in Monte Calvello, i beni nelle valli di Casale, Sanguinaria ed Eosa , in Vegennio inter Ialla, nella valle de Camiliano, in Stençano, Farnese, Ischia, Oteano, S. Ermete, Valentano, Latera, Galliano, nel territorio di Meça, intus et foris, in çilla, valle de Bresça, Castiglione, Veia, Valle Gellata, le possessioni dei SS. Clerico e Lorenzo” e finalmente “La chiesa di S. Maria de Sala con l’obbligo di restaurarla e di pagare annualmente venti soldi al monastero pedemontano“.
Veniva così comprato insieme alla chiesa un numero cospicuo di territori, molti dei quali situati nei dintorni; forse fu questo il motivo per cui Santa Maria di Sala divenne uno dei sette luoghi in cui l’abbazia di San Martino tenne costantemente amministratori; infatti, era lì residente un frate Angelo.
La chiesa dovette trascorrere nella seconda metà del XIII secolo uno dei suoi periodi più felici, quale centro amministrativo e probabilmente anche religioso di un territorio abbastanza vasto.
Nel frattempo il castello di Sala, dopo essere passato di dominio dei conti Ildebrandini, appare nella divisione della loro contea, avvenuta nel 1216.
Nel 1222 il gastaldo di Sala, insieme a quelli di Farnese e di Castiglione, confermò l’omaggio feudale al comune di Orvieto e nel 1223 gli orvietani occuparono Sala, Ischia, Farnese e Mezzano, legittimando poi con atti ufficiali il possesso di quei territori.
È questa l’ultima volta che si trova documentato il castello di Sala presumibilmente fu abbandonato di lì a poco e oggi ne rimangono pochissimi resti.
Ma torniamo ora alla storia della chiesa, la cui ultima notizia è del 1319, mentre non sappiamo quando venne lasciata dai Cistercensi.
Nel 1478, è attestata la più antica visita pastorale del vescovo di Castro, il documento afferma che la chiesa era stata data in commenda al frate da Battista Anguillara di Farnese.
In seguito, verso la fine del XV secolo, divenne la dimora di un eremita dell’ordine degli Agostiniani di nome Tommaso; da questo momento in poi a Santa Maria si troverà per lungo tempo la presenza degli eremiti.
Nel 1588 la chiesa ha un rettore, un presbitero di Farnese di nome Fabrizio Cipolletta, che si trova in carica ancora nel 1603 come possessore del “beneficio semplice” di Santa Maria di Sala.
Da un documento datato 1809 Santa Maria risulta essere un feudo indipendente da quello di Farnese e la chiesa, almeno fino al 1851, non sarà mai soggetta alla parrocchia del vicino centro abitato; infatti è solo da quest’ultima data che la si trova inserita tra le chiese che pagavano prebende alla parrocchia di Farnese.
Dopo periodi di abbandono e crolli, il complesso è stato oggetto di interventi di recupero e valorizzazione (anche tramite fondi regionali), entrando a far parte dei beni culturali e dei luoghi promossi dal Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI).
Alcuni affreschi della chiesa di Santa Maria di Sala nel 1979 sono stati staccati, restaurati e trasferiti all’interno del Palazzo Comunale di Farnese, dove sono custoditi tutt’oggi, per salvarli dal degrado e dall’umidità della struttura rurale.
 

Aspetto esterno

La chiesa è a pianta rettangolare con una sola navata, che misura 17,46 m. in lunghezza e 5,32 m in larghezza, e termina a ovest in una piccola abside a pianta semicircolare, consolidata nei tempi recenti con l’aggiunta di una notevole quantità di malta stesa a tamponare gli interstizi tra le pietre.
A pochissimi metri dalla chiesa, in prossimità dell’abside, si trova una sorgente che sgorga dalla parete della roccia, che è stata regolarizzata artificialmente per poter accogliere l’edificio sacro.
Una piccola porta, larga 58 cm., oggi murata, è sul lato nord della costruzione, a breve distanza dalla sorgente, evidentemente in rapporto funzionale (probabilmente rituale) a questa.
Il portale, sul lato est, ha una lunetta che reca ancora tracce di pittura.
Ai lati si aprono due finestrelle devozionali.
Vi sono altre finestre, a fessura con doppia cornice, tre sono sul lato lungo della chiesa, tra queste è un oculo circolare, e due ai lati dell’abside; una ancora è posta sopra il portale e presenta una decorazione mancante alle altre. Incassata tra le due cornici che la conchiudono, vi è infatti una ghiera a sezione circolare, interrotta da due capitelli compositi.
Il tetto, a due spioventi sorretti da capriate, era crollato, il campanile a vela a un solo fornice è posto leggermente disassato a sinistra, in linea con la facciata.
Due porte sul lato sud danno accesso ad altri ambienti addossati alla chiesa, che seguono la pendenza del terreno, costruiti su due piani probabilmente in epoche differenti; dovettero servire da sagrestia e da abitazione per gli eremiti che durante i secoli vi presero dimora, ora ne rimangono pochi ruderi.
Un altro locale, una specie di nartece, di altezza inferiore rispetto alla chiesa, è costruito davanti all’entrata, addossato alla parete di facciata, proseguendo in linea retta il lato lungo dell’edificio.
Presenta un’apertura ad ampio arco a tutto sesto, che fronteggia il portale della chiesa originaria.
Anche il tetto di questo ambiente esterno era a doppio spiovente, posto appena sopra la lunetta; quest’ultimo ambiente fu di certo costruito in tempi successivi all’erezione del corpo principale dell’edificio; il fatto risulta evidente dall’osservazione delle differenti murature, quella dell’avancorpo composta da pietre informi di varie dimensioni, legate da abbondante malta, quella della chiesa, estremamente regolare, costituita da blocchi di tufo ben squadrati, con un’altezza costante di 30 cm. e di larghezza variabile, disposti su file regolari e quasi senza malta.
Ai lati corti del nartece si trovano due sedili in muratura.
 

Interno

È a navata unica e termina in un’abside a pianta semicircolare, edificata con conci di pietra squadrati; la copertura, ricostruita, è a capriate lignee, il pavimento attuale è realizzato con mattoncini di cotto posti a spina di pesce; è visibile un lacerto della pavimentazione originaria a sinistra dell’ingresso.
Un tempo la chiesa doveva essere interamente decorata a fresco.
Sulla parete di sinistra un’ampia caduta d’intonaco mette in mostra la muratura originaria.
Lungo la parete sinistra si trovava un affresco raffigurante San Sebastiano e la Madonna col Bambino: è stato rimosso per motivi di conservazione e trasferito nel Comune di Farnese, ora me resta una riproduzione.
L’affresco è opera di uno sconosciuto artista dallo stile ingenuo e primitivo e risale, probabilmente, alla prima metà del XVI secolo; su uno sfondo con drappo il Santo è dipinto trafitto da innumerevoli frecce disposte in maniera simmetrica, a lui è rivolto il Bambino sorretto sul grembo della Vergine assisa in trono.
Il presbiterio è rialzato di due gradini, sopra si trova un altare in muratura, un tempo decorato, ai lati sono disposti due sedili in muratura.
Il ciclo dell’abside mostra tre affreschi incorniciati da eleganti decorazioni in stucco; Di questi, solo due sono sopravvissuti e sono stati anch’essi staccati e ora sono conservati in Comune.
A sinistra è un’Annunciazione: raffigura il momento in cui l’Arcangelo Gabriele reca il divino annuncio alla Vergine Maria, ritratta con le mani incrociate in segno d’umiltà; di fronte a Lei è un leggio con sopra un libro aperto.
L’opera risale presumibilmente alla prima metà del XV secolo.
Al centro è una raffigurazione della Madonna col Bambino in trono.
L’opera sembra essere più tarda delle precedenti, presumibilmente alla fine del XV secolo o agli inizi del successivo, è di buona mano; La Vergine è assisa in trono e sorregge con la mano destra un libro in cui sono trascritte le prime parole dell’Annunciazione.
Il Bambino è seduto sulle ginocchia della madre, benedice con la destra e con la sinistra sorregge un globo sormontato da una croce.
Il terzo affresco purtroppo è stato lasciato in situ all’interno della chiesa ed è oggi del tutto illeggibile a causa del grave deterioramento.
Nel catino dell’abside, è ancora visibile una decorazione caratterizzata da un motivo di stelle dipinte su un fondo azzurro, che simulava un cielo stellato sopra lo spazio sacro.
Lungo la parete destra si scorgono tracce di affreschi, è appena riconoscibile il volto di una persona adulta.
Durante i lavori di restauro è stato rinvenuto reimpiegato sotto la copertura un frammento di una lastra di epoca etrusca con iscrizioni in latino.
 

Nota

Testi e foto di Pierluigi Capotondi e Silvio Sorcini.
 

Nota fotografica

Le foto degli originali degli affreschi conservati presso il comune sono di Simone Fulvio Rollini e Luca della Rocca, che si ringraziano.
Le foto della chiesa prima del restauro sono ricavate dalla cartellonistica in loco.
 

Fonti documentative

Cartellonistica in loco
https://comune.farnese.vt.it/luoghi/2148165/s-maria-sala-suoi-affreschi
https://www.farneseonline.it/cultura/disala.htm
 

Mappa

Link alle coordinate: 42.576646429101906, 11.743569123637709