Eremo del Buonriposo – Città di Castello (PG)

E’ un eremo molto caro a San Francesco che da qui passava per tornare alla sua amata Assisi dopo le soste all’eremo della Verna, qui si fermò per l’ultima volta dopo che li ricevette le stimmate.
Il luogo è di proprietà privata, ma è visitabile su prenotazione contattando Andrea Coltellini (custode) 335 5407782 – andreacoltellini@hotmail.it

 

Cenni storici

Si trova a pochi chilometri da Città di Castello sulle pendici del Monte Citereste e a 762 metri d’altezza, celato dietro il colle di Sant’Angiolino, alla destra del Tevere e protetto da un bosco rigoglioso di castagneti in un contesto paesaggistico ricco dì storia.
Nei pressi dell`eremo ci sono delle fonti di acque salutari, ricche di ferro “Acqua acidula marziale” che nell’Ottocento venivano utilizzate per curare l’anemia.
Il complesso architettonico che vediamo oggi è frutto di una lunga storia e con pochi documenti pervenuti.
In origine esisteva un romitorio costituito da alcune grotte naturali che si aprono sulla rupe, dove abitavano e stavano in contemplazione gli eremiti, i quali avevano scelto questa selva perché si confaceva al tipo di vita che conducevano.
Di queste grotte soltanto una resta visibile e accessibile in quanto il monastero fu poi costruito a ridosso della parete rocciosa.
Tale grotta è denominata “Grotta del diavolo” poiché, secondo la leggenda, in tale luogo San Francesco fu più volte tentato dal demonio e il ramo che sporge dalla rupe sopra la grotta ricorderebbe, con le sue forme, un demone imprigionato.
Dalla fine del Duecento il sito fu anche detto Sante Croce di Nuvole poiché si trovava in questa parrocchia ed è così che viene chiamato nelle cronache che riportano i lavori al tempo dei Guelfucci tra Duecento e Trecento.
San Francesco durante i sui viaggi, da Assisi al Monte de La Verna, passava per questi sentieri per trovare accoglienza presso gli eremiti.
L’Alta Valle del Tevere era per il frate un percorso obbligatorio.
In una cronaca del Seicento sui santi di Città di Castello, l’eremo viene anche nominato “Sante Crucis Bone Quietis” e tale denominazione così si spiega: “acquistò sito l’etimologia di Buonriposo dalle parole dello stesso san Francesco, essendo che nei viaggi, che da Assisi faceva al sacro Monte dell’Alverna, come luogo assai comodo all’orazione, segregato dalla presenza del popolo, quivi trovavasi in contemplazione a pascere lo spirito e a dare qualche stentato riposo alle affaticate sue membra, con tanta pace che, giunto che qui fosse, soleva dire:oh, che buon riposo!”.
Lo storico Muzi narra nella sua opera (Memorie ecclesiastiche…) che San Francesco si fermò in questo romitorio nel 1213 e ancora nel 1224 di ritorno da la Verna dopo aver ricevuto le stimmate.
Muzi ancora scrive che nel 1291 l’oratorio consistente in una cappellina con annesso un orto fu ceduto ai frati minori in memoria di San Francesco da Cristiano Guelfucci “per uso e abitazione dei frati, e per incremento del culto del Signore”.
Le cronache di Città di Castello cominciano ad interessarsi di Buonriposo e dei Francescani che vi abitavano, quando la città corse il pericolo di essere assalita dai Visconti nel 1352.
L’Amministrazione Comunale di Città di Castello decise di portare all’Eremo una campana (che porta appunto la data 1352), da suonare in caso di pericolo e, nella stesso anno, furono aggiunti al primitivo romitorio chiesa e convento.
Significativo nella storia dell’Eremo fu l’arrivo nel 1365 dei Gesuati, nuovo ordine fondato dal beato Giovanni Colombini da Siena anche loro per concessione della famiglia Guelfucci che diede anche alcune terre nei dintorni, quindi le due comunità religiose si trovarono ad abitare l’una vicina all’altra.
La convivenza fu assai difficile, perché i Gesuati si sentivano «padroni» avendo ereditato le terre, e i Francescani non volevano allontanarsi dal luogo caro a San Francesco.
In alcuni documenti conservati nell’archivio della Porziuncola si legge che il Comune di Città di Castello tentò di porre termine al dissidio e nel 1401 pagò la somma di 50 fiorini ai Gesuati, affinché lasciassero le terre ai Francescani che, nel frattempo, avevano aderito alla regala dell’osservanza.
La faccenda si risolse soltanto con la bolla papale Sacrae Religionis del 24 febbraio 1402, con la quale Bonifacio IX destinava in modo ufficiale all’Osservanza l’eremo del Buonriposo, richiamando la donazione della nobile famiglia tifernate Guelfucci e concedendo ai frati la possibilità di costruire abitazioni, una chiesa con campanile e un cimitero, contravvenendo in ciò alle disposizioni di Bonifacio VIII, che proibivano agli ordini mendicanti di accettare e trasformare abitazioni.
Il 25 giugno 1415 si legge nei libri del Comune di Città di Castello che ci fu una nuova lite tra Gesuati e minori osservanti per via di alcuni terreni e si decise di allontanare i Gesuati e di nominare quattro deputati incaricati di risolvere queste differenze.
Nel 1416 i Gesuati furono allontanati e si trasferirono in un nuovo sito detto Sant’Angelo di Corano, per poi tornare poco dopo a Buonriposo “da loro di malavoglia abbandonato“.
Secondo documenti di archivio, la questione è sicuramente risolta nel 1431, allorché Buonriposo risulta inserito nell’elenco dei conventi Francescani del territorio di Città di Castello.
Leggiamo infatti che nel 1431 frate Santuccio da Cascia è il primo guardiano dell’Osservanza presente nell’eremo di Buonriposo.
Ormai l’eremo ha una struttura di tipo convenutale a tutti gli effetti, eppure di tanto in tanto qualche frate decide di fare vita ritirata in una grotta, come accade a partire dal 1488 nel caso di frate Angelo, che pure rimanendo obbediente al padre guardiano vive ritirato in un anfratto.
Quando nel 1650, con una bolle del Papa Innocenzo X, vennero chiusi tutti i conventi con meno di 10 religiosi, a Buonriposo ne vivevano 12: infatti il guardiano del convento dette risposta ad un questionario della curia romana, che chiedeva il numero e gli uffici dei frati.
Gli osservanti restarono a Buonriposo fino al 1864, abbandonando l’Eremo solo per 10 anni, agli inizi del XIX secolo, durante la dominazione napoleonica.
Nel 1864 le autorità italiane decretarono la chiusura del convento, che fu ceduto ai privati.
Nell’aprile del 1894 era proprietario Domenico Palazzeschi, che così scriveva al padre provinciale degli Osservanti Ludovico delle Grotte, spiegando di aver acquistato l’eremo nel 1873 “…soltanto per conservare intatto un luogo così caro a s. Francesco e non per lucro” e si mostrava “disposto a restituirlo ai Padri Osservanti ogni qualvolta lo richiedessero” ma la proposta non ebbe esito concreto.
All’eremo i monaci vivevano in delle anguste celle, distrutte poi con l’edificazione della nuova fabbrica durante cui fu costruito l’oratorio.
Qui si trovava anche un rifugio per monaci voluto da San Francesco ed edificato dal nobile tifernate Cristiano Guelfucci e da suo figlio Ludovico.
Il Buonriposo rimase sempre attivo nei secoli ed ospitò molti religiosi, divenuti poi celebri, come Sant’Antonio da Padova, San Bonaventura e San Bernardino da Siena il cui bastone, posto di fronte alla porta di ingresso, germogliò e divenne moro gelso o moro nero.
Ancora nel Settecento Certini poteva ammirare i germogli di questa pianta.
Vi soggiornò anche a lungo il Beato Francesco da Pavia, a proposito del quale, viene riferito il seguente aneddoto, che può avere ispirato il film «Marcellino, pane e vino».
Di notte tempo, uno sconosciuto bussò alla porta del convento di Buonriposo. Un frate addetto andò ad aprire, ma non trovò altro che un bimbo appena nato avvolto in stoffa di lana.
Lo aveva abbandonato lo sconosciuto padre, perché frutto di un’illecita relazione.
I Frati del Convento ne furono scandalizzati tanto da volerlo rifiutare, ma il beato Francesco da Pavia lo prese in braccio ed invitò i frati ad avere tanta carità verso il piccolo, che per diverso tempo visse e crebbe con i frati
». (Da la Francescana, testo volgare umbro del sec. XV.)
Anche nella II guerra mondiale, l’Eremo ebbe la sua importanza; infatti, durante la ritirata dei tedeschi, offri rifugio a numerosi sfollati (si parla di più di 500 persone che sopravvissero tutte tranne una e questo episodio è commemorato in una lapide presso l’eremo), che furono costretti a ritornare in città, quando gli inglesi cominciarono il cannoneggiamento di Monte Cedrone, dove era una postazione tedesca.
Oggi Buonriposo è abitato dagli eredi di Domenico Palazzeschi ed è tornato a splendere grazie ai lavori di restauro di Emilio Rossi, che si è così tanto appassionato al luogo da ricercare le numerose storie riguardo a esso e racchiuderle sotto il titolo di Fabula Bonae Quietis.
 

Il Chostro

Entrando ci troviamo nel chiostro, cuore dell’eremo, circondato da un portico su cui affacciano le cellette al primo piano, mentre al piano terra sono distribuiti vari ambienti che un tempo costituivano il refettorio, la cucina e altri vani.
Osservando attentamente le strutture comprendiamo come l’eremo con chiostro, convento e chiesa siano nati nel corso di più fasi storiche, alcune parti sono più antiche mentre altre aggiunte e o sovrapposte successivamente tra XI e il XIV secolo.
La parte più antica dell’eremo è quella occidentale dove troviamo: l’entrata della chiesetta, antico oratorio, oggi adibita a legnaia con all’interno tracce di sinopie; la parte di chiostro con aperture architravate e il pavimento in tavolato; le cellette al primo piano e la colombaia.
Mentre il resto del chiostro con arcate a tutto sesto di ampio respiro sostenute da pilastri in cotto è più recente di almeno un secolo.
In base ad alcuni documenti conservati presso l’Archivio della Porziuncola ad Assisi, la parte ovest del chiostro era collegata all’antico eremo e alla primitiva cappellina francescana, il tutto costruito sopra i resti di alcune casupole di proprietà di Capoleone Guelfucci.
Entrando al primo piano, salendo strette scalette, ci troviamo nello spazio adibito a dormitorio.
Le celle si aprono su un corridoio che ha un andamento curvilineo in quanto segue la più antica struttura, forse risalente al 1200, costituita da un porzione di muro con delle monofore incassate poi tamponate.
Le porte delle celle sono architravate, e alcuni architravi recano scolpiti dei simboli.
Dal chiostro è possibile procedere verso il giardino che si affaccia con bel panorama sull’alta Valle del Tevere.
Si passa per un portone in legno, originario, che riporta in alto sagomata la croce di Gerusalemme.
Sulla sinistra troviamo l’entrata della chiesa e sulla parte sinistra della facciata resta la traccia di un affresco raffigurante San Girolamo, protettore degli eremiti e dei gesuati.
Probabilmente la chiesa fu ricostruita dai gesuati, infatti all’interno ci sono parti più antiche come il catino absidale.
Dal giardino è visibile l’antica grotta e l’olivo secolare che secondo la leggenda nacque da un bastone piantato da San Bernardino da Siena.
Da qui è visibile il campanile della chiesa la cui campana fu donata ai frati nel 1352 dall’amministrazione comunale di Città di Castello.
 

La Chiesa

Si accede alla chiesa anche passando per l’interno per una sorta di criptoportico suggestivo e da qui accediamo alla parte absidale dove si trovava l’antico coro ligneo andato perduto.
La chiesa del 1402 ha una pianta rettangolare con copertura a volta absidale presenta una volta antecedente alla costruzione della stessa.
E stata rimaneggiata in stile barocco nel 1641 per volontà di Pompeo Bourbon del Monte feudatario del territorio, il cui nome viene riportato dipinto nella cornice della mostra lignea che incornicia la pala d’altare.
Il rimaneggiamento seicentesco ha rovinato i pregevoli affreschi quattrocenteschi, una Crocifissione con San Bernardino, una Madonna con Bambino e un grande affresco di ispirazione giottesca, alcuni riportati in luce, mentre di altri restano delle sinopie poco leggibili; affiancano il portale d’ingresso sinopie di angeli.
Alla metà del Settecento viene definita da Certini “ben ornata di quadri” e con “volta a botte all’antica“.
Vi si trovano tre altari ornati con stucchi, statue e putti di cui il maggiore divide la mensa dove viene celebrata la funzione.
La sacrestia è dedicata alla Beatissima Vergine.
Sulla parete a sinistra possiamo ammirare un affresco di scuola senese rappresentante una Crocifissione con ai lati san Bernardino e san Francesco, del quale in parte si conserva solo la sinopia.
San Bernardino reca in mano il simbolo che soleva mostrare al popolo durante le sue prediche e un libro aperto, mentre San Francesco mostra le stimmate.
Sempre sulla parte sinistra vicino all’entrata un altro affresco pregevole mostra una storia legata alla vita di san Bernardino da Siena.
Sopra l’altare maggiore una macchina lignea incomincia una pregevole pala d’altare che raffigura al centro della composizione la Crocefissione, mentre ai lati la Vergine e santi e in lato due angeli svolazzanti.
Da evidenziare è la simmetria della composizione e il caldo cromatismo umbro che ricorda i dipinti di Raffaello.
Nella parte posteriore della tela vi è dipinta una Deposizione in stile manierista del pittore detto lo Sguazzino di Città di Castello (inizi XVII secolo) di bella fattura.
Ai lati della navata vi sono due nicchie con due statue: l’Addolorata e san Pasquale.
Nella parte absidale, che ha una copertura a vela probabilmente antecedente alla costruzione della chiesa, si conservano delle reliquie, all’interno di una teca vi sono custoditi due teschi.
Sulla parete vi è un dipinto che raffigura beato Stefano con un teschio.
Le cronache religiose tramandano che beato Stefano, profondamente colpito dal fatto che la madre fosse morta di parto, portava sempre il teschio della donna con sé, e volle farlo seppellire accanto a sé.
Un tempo nell’abside era presente un bel coro ligneo che oggi purtroppo è andato perduto.
A metà circa della navata si apre una porta che conduce ad una primitiva cappellina, identificata come la cappellina di San Francesco, dove il santo si ritirava a pregare e dormire.
Oltre la chiesa e sotto il portico si trova la cappelletta che Certini definisce per “commodo delle donne” che per qualche necessità avessero avuto bisogno di trattenersi in questo luogo, essa è probabilmente il piccolo ambiente che si trova in fondo al chiostro utilizzata ora come ripostiglio.
 

I Gesuati a Città di Castello

Nel 1363 venne a Città di Castello beato Giovanni Colombini, fondatore dell’ordine dei Gesuati, che trovò largo seguito e l’appoggio del vescovo.
Alla metà del Quattrocento i Gesuati lasciarono Buonrisposo per trasferirsi prima in un piccolo convento appena fuori porta Sant’Andrea a ridosso delle mura cittadine e poi nella chiesa di San Girolamo, attuale chiesa del seminario.
Proprio da questa chiesa proviene la tavola datata 1492 realizzata da un pittore che si firma “Giovanni Battista”, tra i più prolifici allievi in zona di Luca Signorelli.
La tavola, raffigurante una Madonna con Bambino e i santi Giovanni Battista, Gerolamo e in ginocchio Beato Giovanni Colombini da Siena (fondatore dell’ordine) è conservata nel salone gotico del Museo del Duomo di Città di Castello.
L’ordine fu soppresso nel 1653.
 

Curiosità e note storiche

• La credenza popolare narra che il Beato Angelo da Assisi, di ritorno da un pellegrinaggio, conficcando nel terreno il suo bastone di legno di olivo diede vita a un albero vigoroso che ancora oggi sa può ammirare presso l’eremo.
• Durante una campagna di scavi archeologi ritrovarono tra gli altri reperti due teschi vicini: uno di uomo e l’altro di donna. Sono stati messi in connessione con la tradizione secondo la quale il beato Stefano da Castello, profondamente colpito dal fatto che la madre fosse morta nel metterlo alla luce finché restò in vita non volle mai staccarsi teschio di lei e chiese di non esserne separato neppure nella tomba.
• Al tempo della II Guerra Mondiale, rimante le ritirata dei tedeschi la grotta offri rifugio a numerosi sfollati ( si parla di 500 persone) che furono costretti a tornare in città, quando gli alleati inglesi cominciarono il cannoneggiamento di Monte Cedrone, dove vi era una postazione tedesca.
• Sempre durante la Seconda Guerra Mondiale all’eremo soggiornò il ciclista Bartali.
• Il poeta Capoleone di Branca Guelfucci inviò alla poetessa Turina Bufalini una satira giocoso. “Nelle falde più basse in seno al monte Buon riposo vid’io nato alle genti, Ove alzai per pietà l’alma e la fronte; Conciosiachè, ab atiquo i miei parenti In onor dell’Altissima Regina Quel luogo edificar da’ fondamenti”.
 

Fonti documentative

Materiale fornito dalle guide FAI durante l’apertura dell’Eremo.
Opuscolo realizzato dalla Classe II° scuola Media Statale “R. Fucini” di Città di Castello – 1991
L. Zazzerini E. Mezzasoma – In ascolto dell’Assoluto viaggio tra gli eremi in Umbria – 2007

http://www.ilsentierodifrancesco.it/

 

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