Castello di Collemancio – Cannara (PG)

Collemancio è una frazione del comune di Cannara, un ridente borgo dove il tempo sembra essersi fermato

 

Cenni storici

Arroccato alla sommità di un colle nei pressi di Cannara il borgo di Collemancio è circondato da boschi ed olivi, ricco di storia e profondamente immerso nella quiete e nel silenzio, lasciando il proscenio a profumi e tradizioni antiche che si rinnovano nella quotidianità dei collemancioli.
La storia di Collemancio affonda le proprie radici sino all’epoca romana, ne è testimonianza il sito archeologico di Urvinum Hortense, il cui antico municipio romano è collocato in una posizione incantevole, perfetto dominatore del magnifico panorama.
La storia di Urvinum Hortense sembra avere inizio nel corso del III secolo a.c. durante il consolidamento delle posizioni militari romane nell’area umbra. Urvinum Hortense, probabilmente la città menzionata nella “Naturalis historia” (III, 114) di Plinio il Vecchio.
Fondata su un vicus preromano (III secolo a.C.), essa esercitava una funzione di controllo sulla rete stradale e serviva come centro di passaggio per le merci.
Nel primo periodo imperiale, “Augusto” la inserisce tra i municipi della Regio VI; probabilmente, la sua urbanizzazione avvenne intorno al I secolo.
Nel 69, il console romano Fabio Valente venne ivi imprigionato, mentre lottava per il potere contro “Vespasiano”.
Intorno al V secolo, per ragioni non meglio chiarite, il borgo andò incontro allo spopolamento ed al suo abbandono.
Nel 545 le orde barbariche guidate da “Totila” saccheggiarono la città.
Le prime campagne di scavo furono effettuate sotto la direzione del Prof. Bizzozzero negli anni dal 1932 al 1938, in quell’occasione furono riportati alla luce una grande quantità di reperti tra i quali un mosaico policromo del I sec. d.c. Attualmente gli scavi proseguono con un piano annuale in collaborazione con l’Università di Perugia.
Dopo la distruzione della città romana, il nucleo abitativo si spostò dove si trova tuttora e la tradizione vuole che a fondarlo sia stato l’abate Mancio. Le notizie più antiche riguardanti Collemancio ed il suo Castello risalgono al 1224, anno in cui Onorio III concesse al vescovo di Assisi la giurisdizione temporale sull’allora Collismanci, ma le sue origini vanno certamente ricondotte a prima dell’anno 1000. Nel 1323 Collemancio diventa comune e nel 1377 si sottomette a Perugia. In seguito, nel 1435, entrò a far parte dello stato dei Baglioni che ne fecero la loro residenza estiva per la bellezza e la piacevolezza del luogo. Dal 1500 Collemancio visse la sua autonomia come libero comune, avendo quindi statuti propri, scuole, chiese e gendarmi. Successivamente, come Cannara, entrò a far parte dei territori ecclesiastici nel 1648, e del comune di Cannara nel 1870.
Le sue solide mura a strapiombo, il robusto cassero a protezione della principale porta d’accesso al borgo, dove è scolpito lo stemma di Collemancio (una torre sormontata da un cassero e merli guelfi), rievocano un fascino antico ancora vividamente presente.
 

Struttura

Il Castello è di pianta molto semplice, all’interno si snodano due strade principali e parallele che attraversano tutto il borgo. La strada inferiore conduce al nucleo intorno al quale si è sviluppato l’antico paese, costituito dalla chiesa di Santo Stefano e dal Palazzo del Podestà. Nota sin dal trecento, la Chiesa di Santo Stefano ha un’unica navata ed al suo interno sono presenti diversi affreschi nonché una colonna romana. Nella piazzetta antistante è presente il Palazzo del Podestà, una costruzione del XIV secolo, al cui piano terra era sita una piccola cappella detta Santa Maria Nuova a destra della quale esisteva un piccolo e tetro carcere.
Attualmente il Palazzetto è sede dell'”Antiquarium Urvinum Hortense“, sorta per valorizzare le risorse artistiche del luogo.
 

Manifestazioni

Da ricordare la “Festa del Vino” il “nettare di Bacco” (mese di luglio): Durante la festa viene offerto vino ai visitatori lungo le vie del Castello dopo l’acquisto di un boccale di coccio all’ingresso del paese, possono attingere direttamente dalle botti poste lungo le vie.
 
 
 

URVINUM HORTENSE

Doveroso riservare una sezione per gli scavi dei resti di Urvinum Hortense (I secolo): Si pensa essere stato un importante municipio romano. Attualmente emergono i resti di un terrazzamento in arenaria, l’anfiteatro, una strada con tracce del foro lungo il suo percorso, un’area funeraria e una domus, costruite in età tardo-repubblicana e ampliate in epoca adriana

 
Urvinum Hortense è sede municipale prescelta nel corso del I secolo a.C. per organizzare e gestire un ambito territoriale non vasto e neppure strategico, anzi a suo modo assolutamente periferico. Ai più grandi centri posti sul versante opposto della Valle Umbra al confine con l’Etruria, soprattutto Asisium, Assisi, e la colonia di Hispellum, Spello, o a quelli posti in pianura come Fulginiae, Foligno, e Mevania, Bevagna, spettò la giurisdizione e il controllo politico dei terreni più fertili e più aperti alle opportunità economiche, imprenditoriali e commerciali.
Del resto questo consentivano sia le vie d’acqua sia le importanti interconnessioni viarie dell’estesissimo orizzonte vallivo dell’Umbria mediana. Urvinum, alla stregua di Vettona, Bettona, è, invece, centro defilato, arroccato in posizione dominante e naturalmente difesa. Topograficamente e urbanisticamente Urvinum e Vettona appaiono quasi una scelta anacronistica per i tempi, una replica, per di più realizzata in entrambi i casi in forme poco più che miniaturistiche, di tradizioni insediative vecchie, addirittura obsolete. La pace, restituita finalmente all’Italia tutta, consentiva, difatti, agli insediamenti di scendere di quota, di affrancarsi da ancoraggi orografici aspri e resi sicuri dalla natura e dai dislivelli del terreno, di aprirsi al territorio ed alla rete stradale a sua volta sempre più estesa e curata.
Allora occorre trovare qualche buon motivo per dare una ragione a questa scelta di ubicazione.
In primo luogo la necessità di gestire le risorse dell’entroterra dei Monti Martani e dunque le estesissime superfici boschive quelle destinate al pascolo e all’allevamento e, forse più raramente, all’esercizio di pratiche agricole prevalentemente di versante (in altura).
Certo la non lontana via Amerina che congiungeva Roma ad Ameria, Amelia, Tuder, Todi, e Perusia, Perugia, attraverso Vettona, l’attraversamento dei Martani secondo più direttrici attenuavano il senso di isolamento che sembra proprio di Urvinum, così tangibilmente distaccato (dal punto di vista topografico) dal mondo circostante.
Ma c’è verosimilmente almeno un altro motivo che dà ragione di questa scelta municipale e di questa collocazione sul terreno, ed è la preesistenza di un monumentale edificio di culto sorto sulla sommità del pianoro de La Pieve, a quota 526 metri.
E’ molto probabile, difatti, che attorno o nelle immediate vicinanze dell’edificio si sia nel tempo, a partire forse già dal III secolo a.C., formato e strutturato un piccolo insediamento. Di questo ancora non si ha alcuna documentata e sicura osservazione archeologica, ma la presenza diffusa di materiale residuale mobile, ceramico e numismatico, di età repubblicana talora neppure troppo avanzata, proprio per la quantità e la stessa dispersione dei reperti (peraltro forse indotta anche dalla periodica azione di messa a coltura dell’area, ripetutasi fino ad anni recenti), lascerebbe coerentemente aperta questa eventualità.
La ripresa, sistematica ed estensiva, degli scavi voluta a partire dal 1998 dall’Amministrazione comunale Cannarese e affidata all’Università degli Studi di Perugia su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha restituito una nuova, assai più dilatata, dimensione topografica ai pregressi interventi di scavo (degli inizi del XIX secolo e della prima metà del XX secolo).
Si sono dunque scavate superfici sempre più estese su versanti opposti del colle e ora più che mai si ha, la nozione di un centro abitato che ha avuto fasi distinte e prolungate di vita.
Per quanto in forme comunitarie fortemente diversificate e sperequate evidentemente segnate da opportunità analogamente ineguali e da alterne fortune.
Lo scavo, oggi, si articola in due distinti Saggi (convenzionalmente Saggio A e Saggio B).
Il primo (Saggio A) quasi in cresta al pianoro de La Pieve, per quanto lievemente orientato verso la valle Umbra e verso Est, e il secondo (Saggio B), decisamente lungo il versante orientato ai Martani e al Sambro, verso Ovest.
Il Saggio A, scavato a partire dal 1998, presenta una sezione importante, ancorché limitata e a prevalente sviluppo longitudinale, dell’abitato municipale romano.
L’asse principale della viabilità urbana, una grande strada lastricata secondo un singolare e funzionale disegno a spina di pesce, ne costituisce l’attuale limite occidentale.
Sulla strada, verosimilmente marginata da crepidines (marciapiedi), forse in qualche tratto anche porticate, affacciano residui di tabernae (negozi) e, connesse con rifacimenti e innalzamenti del piano di calpestio stradale antico, strutture anche più tarde, analogamente riferibili a un impianto insediativo.
Una grande cisterna, il cui scavo è tuttora in corso, chiude sul lato opposto il Saggio.
Quest’ultima è articolata in più vani comunicanti e presenta caratteristiche costruttive assai avanzate e di rilevantissimo impegno economico, segno dichiarato di una notevole disponibilità di risorse finanziarie da parte della comunità locale o, almeno, da parte di alcuni suoi membri, tra la prima e la media età imperiale e di un affidamento progettuale e d’intervento operativo che, a sua volta, sembra coinvolgere progettisti e maestranze di cantiere non necessariamente locali.
Un condotto in cunicolo, anch’esso ancora in corso di scavo e di spurgo, fuoriesce dal lato settentrionale dell’ultimo dei vani della cisterna orientato verso Nord e verso valle.
E’ il canale di deflusso dell’acqua, a sua volta forse direzionato verso il complesso termale riportato in luce negli anni Trenta del secolo scorso con pavimentazione a mosaico policroma rappresentante scene nilotiche.
Il Saggio B, scavato a partire dal 2001, presenta una univoca e coerente situazione abitativa.
Si tratta di una domus articolata su più vani digradanti lungo il versante protetto dai venti e favorito dal continuo soleggiamento diurno che guarda ai Martani.
E’ una posizione topograficamente e climaticamente favorevole che sfrutta le pendenze naturali dell’altura, tuttavia, a loro volta, forse artificiosamente intagliate mediante terrazzi ricavati a quote diverse e ravvicinate. Lo scavo ha messo in luce una situazione generalizzata di crollo delle strutture d’alzato e verosimilmente delle stesse coperture dei diversi vani che compongono l’abitazione, denunciando forse una non rapida e non precoce fase di abbandono e di rovina, per di più non segnalata, almeno al momento, da cause in qualche modo apprezzabili di violenta e cruenta destrutturazione a seguito di incendi o perseguite distruzioni.
 

Bibliografia – link non più attivi

www.amicidicollemancio.it
Giovanni Canelli Bizzozzero – La zona archeologica di Collemancio “Urbinum Hortense” – 1933 Estratto dal Bollettino R. Deput. di Storia Patria per l’Umbria Vol XXX fasc. I III N° 80 82.
 

Mappa

Link coordinate: 42.981017 12.521505

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