Castello di Mucciafora – Poggiodomo (PG)

Castello oramai diventato un paesino con pochi abitanti situato sulle ultime propaggini della montagna Spoletina, posto su un crinale tra le gole del Nera e del Tessino; in passato era sulla linea di confine e fortemente conteso tra i due comuni di Cascia e Spoleto.

 

Cenni Storici

Mucciafora, frazione del Comune di Poggiodomo, in provincia di Perugia è situata a 1.070 m s.l.m., è il borgo a quota più elevata tra quelli sui monti della Valnerina.
Abitata da circa 44 residenti, posta sull’antico tracciato della mulattiera che collegava Poggiodomo con la Valnerina passando per Vallo di Nera e l’Altopiano di Mucciafora (1.300 m s.l.m.), ed è base di partenza per le escursioni sul Monte Coscerno (1.685 m s.l.m.).
La frazione è servita da un acquedotto comunale che capta l’acqua presso il fontanile “Le Trocche“, a quota c.a 1400 slm; l’acqua è nota per essere estremamente leggera in sali minerali.
In estate, quando la sorgente riduce la portata emessa e il borgo si popola alquanto di villeggianti, è integrata dall’acqua proveniente dalla zona “Fosso del Tamburrino“, posta quota più bassa di Mucciafora.
Nel 1489, a seguito di una ribellione al Comune di Cascia il castello fu semidistrutto.
Nel 1528 il comune di Spoleto, non permettendo che il paese parteggiasse per la ghibellina Cascia, occupò il castello, insieme ad altri del casciano, e smantellò la guarnigione di 600 soldati.
Mucciafora tornò dominio del Comune di Cascia nel 1533.
Nel periodo napoleonico fu costituito il comune di Poggiodomo e vi furono annessi i territori di Mucciafora, Usigni e Roccatamburo.
Divenne “appodiato” della Comunità di Poggiodomo a partire dal 1816, quando fu operato un riassetto territoriale dei territori pontifici; attualmente è la frazione più grande ed impervia del Comune di Poggiodomo.
Come gli altri luoghi appodiati aveva autonomia nella gestione amministrativo-finanziaria dei propri affari, pur essendo il bilancio sottoposto all’approvazione del consiglio della comunità principale.
Il sindaco di Mucciafora era eletto in sede di consiglio comunale, stabiliva con il gonfaloniere di Poggiodomo la ripartizione delle spese di interesse comune (stipendi del medico, del predicatore ecc.) e poteva esigere imposte locali e camerali.
Nel 1859 vi vivevano 190 persone.
Con l’Unità d’Italia Mucciafora non fu più un appodiato, in forza di una circolare della Prefettura di Perugia; tuttavia, fino al 1863 ebbe ancora autonomia amministrativa tanto che nella serie “Esercizi finanziari” dell’archivio del Comune di Poggiodomo a quella data si trovano ancora suoi registri contabili.
Nella lotta della Resistenza italiana, vi trovarono rifugio e base i partigiani, scatenando, così, la feroce rappresaglia nazifascista, che stroncò sette innocenti persone del posto.
A Mucciafora si trovava il battaglione Tito comandato da Tozo Svetozar con 85 uomini, per lo più slavi fuggiti dalla Rocca il 13 ottobre.
Gli italiani erano pochi, tra questi lo spoletino Franco Spitella che aveva guidato fin lassù la maggior parte dei compagni fuggiti con lui, sempre dalla Rocca, quattro giorni prima il 26 novembre.
All’alba del 30 novembre 1943 i nazifascisti, 700 uomini partiti da tre colonne: una da Spoleto, una da Rieti e una da Foligno, assalirono il paese, 7 paesani furono uccisi durante l’assalto per lo più davanti alle porte di casa o mentre cercavano di mettere in salvo il bestiame.
Con essi morirono 9 partigiani di cui 3 fucilati davanti al cimitero di Monteleone di Spoleto, tra questi due compagni di fuga di Spitella.
La frazione, come tante altre della Valnerina, vive oggi in una particolare condizione di isolamento, non essendo presenti in loco strutture amministrative né commerciali, sono assenti tutti i servizi.
Segni di cultura sono non solo la storia intesa come insieme di avvenimenti sociali, ma anche come usi e costumi locali.
Così, l’ubicazione delle vigne, la qualità dell’uva e il suo sistema di coltivazione sono espressione della laboriosità dei contadini, che riuscivano a detenere il primato in Valnerina per la produzione del vino: vinello asprigno a cui il cappello col cotto d’uva nera dava forza e color rosato; il D’Annunzio che lo bevve, ringraziò così l’amico Flamini Lorenzo che gliene fece regalo:
Lorenzo, è cotta l’uva di Mucciafora/corcata a solatio nel suolo arsiccio/o pendula per l’agile viticcio/della canna che ai venti più non plora./Te la colgan le dita dell’Aurora/e te la porgan folta sul graticcio/ove si muta il grappolo nericcio/ in porpora di re, che il vin colora“.
Ai bordi dei terreni, ancora oggi coltivati, si vedono cumuli di pietre (le cosiddette “Morecine”), tolte e ammassate dai contadini per ottenere terreno coltivabile.
L’intero territorio nei dintorni di Mucciafora è ricchissimo di tartufo, per il quale la raccolta è rigidamente riservata.
Nel periodo estivo alcune zone boschive offrono varie specie di frutti di bosco, tra i quali more, lamponi, fragoline di bosco.
I boschi sono ricchi di una maestosa vegetazione di querce, carpini, faggi e pini d’Aleppo.
L’altopiano abbastanza vasto offre scenari incantevoli nelle diverse stagioni, ma soprattutto in primavera si colora con la fioritura di diversi fiori spontanei.
 

Aspetto

L’impianto urbano è caratterizzato da una strada di spina che si svolge ripidamente a gradinate e da strade trasversali curve.
Tale impianto è ancora chiaramente percepibile nonostante recenti interventi di espansione a monte e la costruzione di una strada di sproporzionata larghezza e dubbia utilità che cinge l’antico centro a nord.
Il tessuto edilizio di Mucciafora è omogeneo nella zona attorno alla Chiesa di San Bartolomeo, ove le case di pietra, con i loro comignoli sempre fumanti, sovrastano le gole profonde dei fiumi Nera e Tessino.
Nel corso dell’estate il borgo si ripopola con il ritorno dei paesani emigrati in massa negli anni sessanta.
Ciò ha portato ad un processo di ristrutturazione diffuso delle abitazioni precedentemente danneggiate dai terremoti umbri, con l’eliminazione degli intonaci aggiunti alle murature nel corso del secolo XX, riportando alla luce le vecchie pietre vive provenienti dalle zone circostanti, che hanno caratteristiche colorazioni variabili tra il bianco e il rosato.
 
 
 

Chiesa di San Bartolomeo

La chiesa di San Bartolomeo, già Santa Maria, è la parrocchiale del paese.
Di origine romanica, il suo aspetto, arricchito da altari e soffitto a cassettoni in legno intagliato, rispetta però la ricostruzione dopo il terremoto del 1703, curata dal parroco Don Mattia Amadio.
La facciata della chiesa di San Bartolomeo, a capanna, è in cortina levigata bianca e vi è un portale di stile cinquecentesco presenta una finestra rettangolare ricavata durante i restauri.
Nel lato sinistro della chiesa è presente un campanile a vela di epoca trecentesca a doppio fornice.
 

Interno

L’interno è a navata unica ed è ricco di tele barocche e arredi del XVIII secolo.
Entrando, al pavimento in cotto si contrappone il bel soffitto in legno intagliato.
In un vano sotto l’ingresso della chiesa, si trovano i resti del corpo di Don Mattia Amadio e sul pavimento vi è l’iscrizione dettata da lui qualche anno prima di morire: “Qui giace Don Mattia Amadio che non amò abbastanza iddio, calpestate le sue ossa ma pregate per lui“.
Spicca l’altare maggiore con le due colonne a chiocciola che racchiudono una tela raffigurante l’Assunta con ai lati San Bartolomeo e Sant’Andrea Avellino.
L’antico altare, con tabernacolo, del 1700, è stato sostituito da un moderno manufatto in marmo del 1942.
Gli altri quattro altari sono dedicati al Rosario, alla Concezione, a San Giuseppe e a Sant’Antonio di Padova.
Sulle pareti sono presenti delle tele raffiguranti gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa, della fine del XVII secolo inizio XVIII secolo.
Tra i numerosi arredi sacri nella Chiesa di San Bartolomeo spiccano un Crocifisso ligneo proveniente dalla Madonna della Pace e una statua della Madonna del Rosario con Bambino, del ‘700.
In sacrestia è conservata una ricca suppellettile fatta eseguire a Roma da Don Mattia Amadio, tra cui un calice sbalzato del 1756, opera di Antonio Politi e una pisside dello stesso periodo di Agostino Tioli.
 
 
 

Chiesa di Santa Giuliana

Esattamente di fronte alla parrocchiale si trova la piccola chiesa di Santa Giuliana, al momento non agibile.
 
 
 

Chiesa della Madonna della Pace

La piccola chiesa della Madonna della Pace, ancora oggi oggetto di venerazione da parte dei paesani, si trova a circa un chilometro dal castello, sulla strada per Vallo di Nera, in località Piscina.
Fu costruita per commemorare la pacificazione con località vicine, è stata restaurata nel 1949-50.
La tipologia è la tipica delle cappelle votive di transito tardo-cinquecentesche, con semplice facciata e il portale compreso tra due finestre che consentivano ai passanti di vedere l’immagine venerata anche a chiesa chiusa, il piccolo campanile a vela è a un solo fornice.
L’interno si presenta oggi spoglio, ornato di un’unica tela seicentesca sopra l’altare.
 
 
 

Chiesa di Sant’Angelo di Casale

La Chiesa di Sant’Angelo de’ Casale è oggi la cappella cimiteriale.
Nell’abside, si conserva un affresco che rappresenta San Michele Arcangelo tra i Santi Girolamo e Antonio abate.
 

Nota di ringraziamento

Ringrazio Silvia Bartocci e Aurelio Fabiani per i preziosi suggerimenti
 

Nota

La galleria fotografica ed il testo sono stati realizzati da Silvio Sorcini.
 

Fonti documentative

EGILDO SPADA Poggiodomo e il suo territorio Alfagrafica Città di Castello, 1998
NESSI-CECCARONI, Da Spoleto a Monteleone attraverso il Monte Coscerno, Itinerari Spoletini 1, Spoleto, 1972
GENTILI, GIACCHÈ, RAGNI, TOSCANO, L’Umbria – Manuali per il territorio – La Valnerina, Il Nursino, Il Casciano – Edindustria Roma, 1977
FABBI A. Guida della Valnerina: storia e arte. Abeto (PG), presso l’autore, 1977
FABBI A. Storia dei comuni della Valnerina, Abeto (PG), presso l’autore, 1976
FAUSTI L., I Castelli e le ville dell’antico contado e distretto della città di Spoleto, Editoriale Umbra, Perugia, 1990
FAUSTI L., Le Chiese della Diocesi di Spoleto nel XIV secolo secondo un codice del XVI secolo, Archivio per la storia ecclesiastica dell’Umbria, Foligno, 1913
SPERANDIO B. (2001). Chiese romaniche in Umbria. Perugia: Quattroemme. p.96.
Informazioni tratte dal sito web dell’Associazione dei Comuni della Valnerina http://www.lavalnerina.it
Sito del comune di Poggiodomo http://www.comune.poggiodomo.pg.it
Informazioni tratte dal sito web http://www.poggiodomoturismo.it/itinerari.php
 

Da vedere nei dintorni

Castello di Poggiodomo (PG)
Chiesa di San Pietro – Poggiodomo (PG)
Chiesa di San Carlo Borromeo – Poggiodomo (PG)
Edicola della Quercia – Poggiodomo (PG)
Castello di Usigni – Poggiodomo (PG)
Chiesa di San Salvatore – Usigni di Poggiodomo (PG)
Chiesa di San Pancrazio o dell’Immagine – Poggiodomo (PG)
Chiesa di San Nicola – Roccatamburo di Poggiodomo (PG)
Chiesa di Santa Maria Annunziata – Roccatamburo (PG)
Eremo della Madonna della Stella – Cerreto di Spoleto (PG)
Castello di Roccatamburo– Poggiodomo (PG)
 

Mappa

Link alle coordinate

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>