Chiesa dei Santi Simone Apostolo e Giuda – Spoleto (PG)

La chiesa è solitamente è chiusa, solo sporadicamente è usata come luogo per performance teatrali e altri eventi, ma non aperta continuativamente al pubblico.

 

Cenni Storici

Nel 1250 morì a Spoleto, presso il piccolo convento francescano di Sant’Elia, sito in cima all’omonimo colle, frate Simone da Collazzone, circondato dalla pubblica venerazione.
Il Comune ottenne da Papa Innocenzo IV il processo di canonizzazione, lo stesso Papa con bolla dell’1 febbraio 1253 approvò la traslazione dei francescani di Sant’Elia in un sito più in basso del Colle di Sant’Elia, in un terreno donato dal rettore dell’Abbazia di San Marco, cui apparteneva; nel 1254 i frati minori iniziarono la costruzione di un nuovo grande convento e di una nuova chiesa, eretta in onore del loro confratello.
La progettazione fu affidata a un grande architetto: Frate Filippo da Campello, lo stesso che aveva lavorato in Assisi alla grande basilica ed all’altare di Santa Chiara.
La chiesa era originariamente a forma di navata unica, con abside poligonale.
Sfruttando l’acclività del sito fu ricavato un oratorio, posto sotto l’abside, che aveva il suo accesso indipendente.
Le due cappelle absidali sono un’aggiunta del XIV secolo, così come quelle che ornavano i bracci del transetto.
Poiché frate Simone da Collazzone non fu mai canonizzato, è liturgicamente intitolata a San Simone apostolo e a San Giuda.
Nella chiesa si trovava il sepolcro del beato, non ne resta però traccia se non nelle cronache del Campello e di Marco da Lisbona, che nel Cinquecento così lo descrive: “Una sepoltura di marmo benissimo lavorata; intorno al suo sepolcro sono molti dei cotanti dipinti di buonissima mano“.
La costruzione della Rocca sulla cima del colle nel 1359 segnò un periodo di grande instabilità per la chiesa e il convento.
La Rocca fu assediata in diverse occasioni nei secoli XIV e XV, trasformando l’area sottostante in un campo di battaglia.
Le cose andarono ancora peggio alla fine degli anni Trenta del XV secolo, quando il popolo di Spoleto si ribellò a Pirro Tomacelli, l’odiato castellano e lo confinò nella Rocca.
I suoi alleati non riuscirono a liberarlo e si accontentarono di un terribile sacco della città.
I frati considerarono seriamente di trasferirsi nel 1439, come accenna anche frate Agostino da Stroncone, ma cambiarono i loro piani nel 1440, quando papa Eugenio IV finalmente riacquistò il controllo della situazione: cessate le turbolenze cittadine, tornò ad essere la chiesa più frequentata e la più ambita per le sepolture delle nobili famiglie spoletine; li trovarono sepoltura i Campello, gli Arroni e tanti altri, fino a diventare una sorta di Pantheon cittadino.
Quando il beato Francesco Beccaria morì nel 1450 al Convento di San Francesco di Monteluco, Andreola, madre di papa Nicola V, organizzò i suoi funerali con grande solennità nella chiesa dei Santi Simone e Giuda.
Nella chiesa era venerato anche il culto di Sant’Antonio da Padova a Spoleto, celebrato con un’immagine, non più esistente, conservata in una cappella del XV secolo, che si credeva fosse un autentico ritratto del santo: secondo la tradizione, il popolo di Padova lo aveva donato a papa Gregorio IX quando era a Spoleto per la canonizzazione del Santo nel 1232.
Tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII furono aggiunte le due navate laterali, la cupola e fu allargata la facciata.
Nel 1602, Sant’Antonio, molto legato a Spoleto perché canonizzato nel Duomo e vissuto da eremita sul Monteluco, fu designato come uno dei santi protettori di Spoleto per volere dei frati dei Santi Simone e Giuda.
Dopo il terremoto del 1637 furono effettuati importanti restauri.
Il culto per Sant’Antonio fu rafforzato nel 1698 quando la principessa Olimpia Giustiniani – Barberini, moglie di Maffeo Barberini, principe di Palestrina e figlio di Taddeo, nipote di papa Urbano VIII, donò una reliquia del cranio di Sant’Antonio, contenuta in un prezioso reliquiario ai frati e trasportata con una grande cerimonia nella chiesa.
La reliquia di Sant’Antonio era però falsa, infatti, nel 1981, il corpo del santo di Padova fu indagato e trovato completo.
Dopo il tremendo sisma del 1703 l’interno fu completamente restaurato e rimodellato, i lavori furono completati nel 1710.
Nel 1747 fallì anche un secondo processo per la canonizzazione del Beato Simone da Collazzone.
Ulteriori restauri di danni causati da eventi sismici furono effettuati sulla navata destra nel 1776.
Durante l’invasione napoleonica il convento fu soppresso e se ne iniziò la spogliazione di arredi sacri ed opere d’arte.
I frati furono allontanati ma riuscirono a tornare nel 1815, dopo la restaurazione pontificia e la restituzione dell’edificio all’uso conventuale.
Nel 1844 fu rafforzata la cupola, danneggiata dai tanti eventi sismici.
Il 17 settembre 1860, le truppe piemontesi comandate dal generale Filippo Brignone presero a cannonate gli ultimi resti delle forze papali asserragliati nella Rocca.
Un’iscrizione sulla facciata della chiesa commemora i caduti della battaglia per la liberazione di Spoleto.
L’edifico smise d’essere dedicato al culto quando, nel 1862, il Comune di Spoleto ne dispose l’utilizzo a caserma, tale decisione, cita Bruno Toscano, “costò la vita di una delle più antiche e più belle chiese francescane dell’Umbria“, triste esempio di come un tesoro di opere d’arte e di memorie, accumulatesi nel corso dei secoli, possa essere dilapidato da una sciagurata deliberazione.
Le reliquie del Beato Simone da Collazzone furono poste in due urne, una contenente il teschio, l’altra il resto delle reliquie, e portate al Duomo.
Nel 1893 fu annesso all'”Istituto Nazionale per gli Orfani degli Impiegati dello Stato“, oggi Enpas, e per questo uso fu pesantemente modificato.
L’Ufficio Tecnico Comunale divise la navata centrale in due piani con la costruzione di un solaio sostenuto da una fila di colonne che resero la parte sottostante simile ad una moschea, furono aperti i finestroni sulle absidi e sulla facciata, tirati i tramezzi, coperti i sepolcri con mattonelle, il sottostante oratorio fu adibito a fabbrica di cementi artistici.
Alcuni frati riuscirono a rimanere a Spoleto dopo la soppressione e si trasferirono a Sant’Ansano nel 1896.
Portarono con sé il reliquiario di Sant’Antonio da Padova e cambiarono la dedica della chiesa, ora titolata ai Santi Ansano e Antonio.
Hanno poi cercato inutilmente di tornare alla chiesa dei Santi Simone e Giuda negli anni ’30 del secolo scorso.
Un’ala del convento fu demolita nel 1950 per far posto alla brutta struttura appositamente costruita per ospitare gli orfani.
Nel 2000 le spoglie del Beato Simone sono state traslate a Sant’Ansano, allocate nel sarcofago del XIX secolo che Papa Pio IX aveva donato ai frati per ospitare le reliquie di Sant’Isacco.
Attualmente la chiesa è sporadicamente usata come luogo per performance teatrali e altri eventi, ma non aperta continuativamente al pubblico.
 

Aspetto attuale

Ora rimane ben poco della chiesa, con annesso convento: è possibile ammirarne la turrita abside poligonale e l’imponente facciata, che presenta le caratteristiche del gotico locale, ancora influenzato dal romanico, mentre la grande aula interna a tre navate versa ancora in un pessimo stato conservativo causato dalle pesanti alterazioni ottocentesche.
Della decorazione pittorica originaria rimane visibile unicamente una Madonna col Bambino, collocata in una nicchia trilobata su di un pilastro nei pressi dell’abside della navata sinistra, nella stessa abside si intravedono flebili tracce di decorazione a fresco.
È conservata presso il Museo del Ducato, alla Rocca Albornoziana, parte della pala che ornava l’altare, ove erano poste le reliquie del Beato Simone di Collazzone, a sinistra della porta d’ingresso, opera dello spoletino Jacopo Zabolino di Vinciolo, raffigurante la Madonna col Bambino con San Francesco, il Beato Simone, identificato dalle parole “Sanctus Simon” inscritte nella sua aureola nonostante il fatto che non sia mai stato canonizzato, San Bernardino da Siena e Sant’Antonio da Padova.
L’opera, di ottima qualità, risente della lezione di Benozzo Gozzoli, probabilmente è stata completata nel 1454, i due angeli in alto furono aggiunti nel XVIII secolo.
L’opera fu trasferita nella residenza comunale al tempo dell’occupazione napoleonica.
Il 30 ottobre 1466, due anni dopo Jacopo Zabolino di Vinciolo riceve un’ulteriore commessa per un’altra tavola, destinata all’altare maggiore della stessa chiesa, che doveva raffigurare una Madonna col Bambino tra i santi Pietro e Francesco, Paolo e Giovanni Battista, le figure dell’Eterno e dell’Annunziata nella cimasa e altri santi nei pinnacoli.
Ma il lavoro, evidentemente andava a rilento e fu oggetto di contenzioso; a giudicare fu chiamato addirittura il Lippi, che il 16 marzo 1467 valutò che il polittico era terminato “usque ad medietatem et ultra“.
L’impegno a realizzare l’opera è confermato nel 2 maggio 1472, con consegna dell’opera entro la metà del mese di dicembre.
Quel che resta del grande polittico è il pannello laterale sinistro, rinvenuto nel 1861 da Giovanni Battista Cavalcaselle e Giovanni Morelli: “Nella sagrestia della chiesa di S. Simone dei PP. Minori Conventuali havvi parte di una tavola su cui sono rappresentati sopra fondo d’oro i SS. Gio. Battista e Pietro; al di sopra vi è un angelo e in cima S. Giovanni Evangelista. Pittura a tempera della scuola umbra, della fine del secolo XV. Valore circa 500 lire, diconsi cinquecento. Fu incaricato il sig. Insinuatore di apporvi il R. sigillo“, ora anche questo pannello è conservato al museo Nazionale del Ducato Spoletino, alla Rocca Albornoziana.
Lo stile del pannello superstite rientra nel panorama della pittura nell’Umbria meridionale dell’ultimo metà del XV secolo, profondamente rinnovato in seguito al soggiorno spoletino di Filippo Lippi e partecipe del suo insegnamento.
La chiesa sottostante, impropriamente chiamata cripta, in realtà Oratorio di San Francesco, ha un accesso separato in via delle Felici, è posta sotto la tribuna della superiore e ne ricalca la pianta e l’aspetto.
Rimangono resti interessanti e ancora poco studiati della decorazione pittorica che la ricopriva, risalenti ai secoli XIV e XV.
Partendo dalla sinistra dell’ingresso un santo vescovo, forse Sant’Agostino e San Leonardo, riconoscibile dalle solite manette.
Segue San Francesco che riceve le stimmate da un Cristo crocifisso, insolitamente raffigurato in volo a mo’ di angelo, una Pietà di cui resta praticamente solo la sinopia.
L’affresco più interessante del ciclo è una Madonna della Misericordia, che con il suo manto protettore, foderato di ermellino e la veste decorata in luogo dei soliti fedeli avvolge i membri incappucciati di una confraternita, forse quella dei disciplinati, con a sinistra San Francesco che sembra pregare la vergine di accoglierli sotto la sua protezione.
Segue poi una teoria di santi, tra cui si riconoscono, ancorché molto danneggiati, gli ultimi due a destra, San Cristoforo e Sant’Antonio abate.
Chiudono la serie degli affreschi due santi, forse identificabili in Santa Scolastica e Sant’Ansano, poi una decorazione del primo Trecento imitante una stoffa.
 

Fonti documentative

GENTILI, GIACCHÈ, RAGNI, TOSCANO, L’Umbria – Manuali per il territorio – Spoleto – Edindustria Roma, 1978
JACOBILLI L., Vite de Santi et beati dell’Umbria, 1656
Restauro conservativo della facciata in materiale lapideo ed intonaco della Chiesa dei S.S. Simone e Giuda. Relazione tecnica conclusiva.

http://www.keytoumbria.com/Spoleto/S_Simone_e_Guida.html

http://www.fratellofrancesco.org/www.fratellofrancesco.org/pdf/spoleto_orme.pdf

https://provinciaitalianasanfrancesco.it/conventi-umbria/convento-santi-ansano-e-antonio-spoleto/

 

Nota

La galleria fotografica ed il testo sono stati realizzati da Silvio Sorcini.
 

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