Eremo dei Frati Bianchi – Cupramontana (AN)

Percorso, circa 25 minuti, davanti alla sbarra ci sono 4 posteggi.
La parte eremitica in grotte.
Convento, celle eremitiche e fonti.

 

Cenni Storici

L’Eremo anche detto delle Grotte è situato nella profonda gola naturale del corvo , tra Cupramontana e Poggio Cupro in provincia di Ancona. La sua costruzione risale secondo la tradizione ai primi anni dell’XI secolo e si pensa che fu fondato da S. Romualdo, al quale venne dedicata una delle grotte ricavate dalla parete suddetta, chiamata in sua memoria “Cella di San Romualdo”. Le prime grotte furono scavate direttamente nella ripida parete di arenaria, alla fine del 1200 da due monaci. Dopo la morte dei beati Giovanni e Matteo le Grotte conobbero un periodo di abbandono, interrotto probabilmente nella prima metà del XV secolo, fra il 1420 e il 1466 circa, dall’arrivo di molti fraticelli giunti a Maiolati e nel Massaccio per scampare alle persecuzioni non solo dell’Inquisizione, ma anche e soprattutto degli stessi francescani, loro confratelli, che avevano accettato di sottomettersi alla gerarchia ecclesiastica e di osservarne le direttive e per questo chiamati “Osservanti”. Le persecuzioni iniziarono dopo che papa Giovanni XXII dichiarò eretici i fraticelli a causa del loro stile di vita povero.
Rimaste di nuovo deserte, le Grotte vennero affidate a Padre Angelo, Priore della vicina abbazia camaldolese di S. Salvatore di Poggio Cupro, che le ebbe in custodia fino al 1509, anno in cui le vendette a tale Antonio da Ancona desideroso di vivere in solitudine e preghiera. Saputo però che i francescani non potevano possedere nulla e dovevano vivere in comunità, non volendo rinunciare alle sue grotte e al gruzzolo che vi nascondeva, chiese l’ammissione nell’Ordine dei camaldolesi.
Nel mese di gennaio del 1510,dalle mani dello stesso Priore Angelo di Poggio Cupo, ricevette l’abito di oblato e si diede un tenore di vita molto austero. Della sua vita ci viene dagli annali camaldolesi, ove si può leggere: “Questi [Antonio] nato a Recanati, qui in gioventù aveva preso moglie, ma in seguito, come era noto a tutti, avendola sorpresa in flagrante adulterio, egli stesso l’aveva uccisa.
Essendo Antonio di natura mite e di animo pio, quantunque poco avesse da temere dalla giustizia terrena, tuttavia non poteva non temere il “tremendo giudizio di Dio…” Macchiatosi di questo reato egli decise quindi di espiare le sue colpe in pace e solitudine, con sacrifici, preghiere e opere. Per meritare ancora di più il perdono di Dio, nel 1515 decise di scavare una grotta più grande delle altre e adattarla a oratorio da dedicare ai beati Giovanni e Matteo suoi predecessori. Nel 1516, portato a termine questo progetto, trasformò l’oratorio in una vera e propria chiesetta e lo dotò di una campana e di una pala d’altare in terracotta invetriata raffigurante in alto la Madonna con in braccio il bambino, circondata da angeli, e in basso S. Giovanni Battista e S. Romualdo, con accanto i beati Giovanni e Matteo.
Nel 1516 Antonio, ormai rinfrancato, cedette le Grotte al Capitolo generale dell’Ordine Camaldolese facendole diventare così parte integrante dell’Ordine stesso a cui saranno assoggettate gerarchicamente, disciplinarmente ed economicamente.
Nel 1520 il monastero diede ospitalità a Ludovico e Raffaele Tenaglia i quali, più tardi, avrebbero collaborato alla creazione dell’Ordine dei Cappuccini.
L’eremo delle grotte era di scarsa capienza e soprattutto di scarsa solidità, compromessa continuamente da frane e smottamenti. L’escavazione delle grotte durante i secoli, tanto che nel 1780 dalle pareti a strapiombo si erano staccate frane che avevano ostruito gli accessi all’eremo impedendone la funzionalità.
Inoltre, a causa di piogge abbondanti, le acque del ruscello di fondovalle avevano reso impraticabile la strada d’accesso e distrutto il muro di sbarramento che serviva da clausura. L’impossibilità di porre rimedio entro breve tempo alla situazione costrinse i monaci alla decisione di costruire un nuovo eremo non molto lontano dalle Grotte, in una zona di più facile accesso. Ritornati nelle loro Grotte dopo il restauro avvenuto nel 1792, i frati posero sopra la porta di accesso, per decisione del nuovo Priore, una grande lapide con una incisione allo scopo di tramandare ai posteri il passato dell’Eremo. Oggi a causa degli atti di vandalismo e dell’incuria la lapide è andata in frantumi. Dopo lo scampato pericolo di soppressione a seguito della decisione di Innocenzo X di eliminare tutte le piccole comunità religiose, essi vennero raggiunti dal decreto napoleonico del 1810 con il quale si intimava di chiudere confraternite, eremi, monasteri e abbazie dove il numero dei religiosi fosse inferiore a 24. La soppressione imponeva l’abbandono dei monasteri e la chiusura delle chiese annesse ad essi.
I frati bianchi, che erano non più di una dozzina, i camaldolesi e i vicini francescani furono costretti a tornare dalle loro rispettive famiglie. Dopo il 1820 furono di nuovo autorizzati a rientrare nelle loro sedi, ma essi ripresero possesso delle Grotte solo dopo il 1822 In seguito ad un decreto del Commissario straordinario Lorenzo Valerio emise, nelle Marche, un decreto con il quale sopprimeva le congregazioni religiose, e anche a causa delle leggi distruttive durante l’Unificazione Italiana, il monastero fu saccheggiato perdendo un gran numero di preziose opere d’arte.
Quando i monaci tornarono, dopo il 1866, non vi erano rimasti ne’ la ricca biblioteca, ne’ l’altare di maiolica della scuola Della Robbia.
Nel 1925 fu presa la decisione di chiuderlo, ma l’’abbandono avvenne gradualmente fino al 1928. Ormai vuoto, venne venduto ad un privato cittadino di Cupra Montana al prezzo di L. 25.000.
L’acquirente intenzionato a valorizzare ed utilizzare la struttura ne adibì una parte ad abitazione per una famiglia colonica. Questa soluzione, che potrebbe sembrare non appropriata, ebbe il vantaggio di poter vigilare sull’eremo preservandolo così da atti di vandalismo e saccheggi, che invece ebbero luogo una ventina di anni dopo, quando la famiglia migrò e l’eremo rimase definitivamente incustodito.
Nel 2000 l’Associazione Eremo srl. ha attivato importanti lavori di ristrutturazione dell’Eremo. Questo ha permesso di recuperare e riutilizzare l’imponente e suggestiva struttura che in più occasioni è stata sede di congressi, eventi culturali, mostre e cerimonie di prestigio.
 

Il bosco

Il bosco è silenzioso e bellissimo. Ontani neri, gigli rossi, orchidee piramidali e molte altre specie rare accompagnano la passeggiata lungo un sentiero suggestivo che, ad ogni passo, si carica di spiritualità. Un’area floristica protetta attraversata da un ruscello, detto Fossato del Corvo, il cui scorrere lento scandisce un tempo che qui sembra dilatarsi fino a diventare eterno.
 

I monaci e l’innovazione sul territorio

L’eremo è, altresì, famoso per essere stato dimora di beati e santi.
Si deve ricordare anche che i monaci benedettini e camaldolesi hanno introdotto la coltivazione della vite e della produzione del vino che ha fatto, oggi, di questa parte d’Italia, la “Capitale del Verdicchio”.
 

Aneddoti e Leggende

Soprattutto l’Eremo dei Frati Bianchi costituisce un luogo di grande suggestione, per l’ambiente in cui è inserito e per i resti monumentali della struttura, che hanno anche ispirato alcune poesie di Luigi Bartolini. Qui il poeta andava spesso a passeggiare e a cui ha dedicato una raccolta di poesie tanto da fargli guadagnare il titolo di “padre del paesaggio marchigiano”. Famosa acquaforte “Le mie acqueforti trovarono e trovano la loro ragione d’essere nel fermare e nell’approfondire visioni. Io quando incido vedo le cose angelicarsi: e dopo che sono stato due o tre, e talvolta anche dieci ore, ad accendermi, esaltarmi, direi a battermi come un cavaliere di ventura, disegnando, sulla lastra, a piena grand’aria, gli occhi mi si abbacinano. Entro in trance. Mi tremano le vene come a chi compie atto d’amore con donna che ama. E mentre odo, in me, il sangue che ruscella, riluce intorno a me la speranza umana della santa pace. (Speranza perduta da parte dei cittadini delle grandi metropoli). Tutto è chiaro nell’ora del mio Iddio! Ed è il bene di Lui che diventa mia gioia. E’ la Sua grazia che io ricevo come un viatico: un viatico con cui riesco a sopportare, schivare, superare i mali inerenti alla comune quotidiana esistenza. La grazia d’Iddio mi remunera di talune mie sconfitte umane”. (Luigi Bartolini artista e scrittore, tra l’altro del famoso film di Vittorio De Sica, di “Ladri di biciclette”, Cupramontana 1892 – Roma, 1963).
 

Fonti documentative

http://www.lamemoriadeiluoghi.it/comune-cupramontana/cupramontana-frati-bianchi.html http://www.eremo.net/it/
 

Ringraziamenti

L’intera pagina è stata prodotta da Monti Alberto e Roberta Antonini che grazie alla loro passione, dedizione e impegno hanno reso possibile la pubblicazione superando tenacemente tutte le difficoltà della distanza che ci separa.
 

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