L’Abbazia è molto affascinante sia dall’esterno che dall’interno, per chi volesse approfondire le conoscenze si consiglia di acquistare il libro ” La vera Storia del Monastero di Petroia” di Giuseppe Franchi chidere copia al parroco.
La fortezza monastica
L’Abbazia è molto affascinante sia dall’esterno che dall’interno, per chi volesse approfondire le conoscenze si consiglia di acquistare il libro ” La vera Storia del Monastero di Petroia” di Giuseppe Franchi chidere copia al parroco.
Cenni Storici
L’abbazia sorge su un colle leggermente elevato sulla valle del Nestore, affluente del Tevere, in posizione dominante lungo la strada che da Trestina porta a Morra, un punto nevralgico per il transito delle persone e delle merci dirette nell’Alto Tevere e in Toscana, tanto che sul versante opposto della valle sorgeva il castello di Ghironzo che, insieme all’abbazia, e un punto di Dogana, oggi scomparso, svolgevano funzioni di controllo dei traffici che si svolgevano lungo questa direttrice viaria. L’Abbazia è molto affascinante sia dall’esterno che dall’interno, per chi volesse approfondire le conoscenze si consiglia di acquistare il libro ” La vera Storia del Monastero di Petroia” di Giuseppe Franchi chidere copia al parroco.
Si pensa che la stessa esistesse già nel X secolo, dati i frammenti preromanici e il riutilizzo di materiale di spoglio d’epoca romana presenti nel tessuto edilizio dell’edificio sacro.
Il nome probabilmente deriva dal fatto che anticamente sul luogo vi era una cava di pietra o perché tutta la località in genere era desolata e pietrosa.
La storia di Badia Petroia inizia infatti nel 960 con la costruzione del monastero benedettino e della sua chiesa che prende il nome di S. Maria al quale, come risulta da un documento dei 1781, si affianca quello di S. Egidio.
Il complesso fu costruito a mo’ di cittadella fortificata, capace non solo di tenere lontano gente non desiderata, ma anche di resistere, ad ogni eventuale attacco militare.
Infatti le salde compagini del Monastero-Paese, non furono distrutte dal Salimbach nel 1382, né dal Belthrot nel 1388, né da nessun altro esercito medioevale, ma dai frequenti terremoti che hanno per secoli, devastato irreparabilmente tutte le località dell’Alta Valle del Tevere.
In uno di questi terremoti, quello del 1353 cadde il campanile del monastero del Borgo e andarono distrutti molti privilegi sia imperiali che apostolici, che ivi erano conservati; da qui le liti interminabili fra il Vescovo di Città di Castello e gli Abati del Borgo.
I benedettini costruirono l’Abbazia per conto di Ugo dei Marchesi di Colle, (località vicino a S. Leo Bastia), pro amore et timore Dei, che poi diventarono anche i Marchesi di Monte S. Maria Tiberina il cui vero nome era Marchesi Bourbon.
L’abbazia poi fu dotata e protetta dai medesimi Marchesi del Monte i quali dal X al XV secolo ne furono i munifici protettori e insigni benefattori.
In una pergamena che si trova nel monastero di Passignano vicino a Figline Valdarno, si legge che nel 972 Guido, figlio di Ugo, fece una donazione al Monastero di S. Maria di Petruvio: donò loro un pezzo di terreno adiacente al monastero perché vi costruissero una cantina per l’uso dei frati e perché vi coltivassero un orto quindi a quell’epoca il monastero doveva essere già stato costruito ed era funzionante.
Si può dedurre che la primitiva costruzione della chiesa fosse effettuata fra il 1000 e il 1100.
La nuova chiesa romanica veniva riedificata nel 1200-1300 nell’attuale forma a tre navate, con tre absidi e cripta, secondo modi architettonici e decorativi di ispirazione ravennate e con uno sviluppo longitudinale compiuto nella seconda metà del XII secolo.
Badia Petroia è citata nel celebre privilegio di Onorio II del 1126, indirizzato ai canonici di Città di Castello, nel quale sono elencati 12 monasteri della diocesi tifernate.
Risale al 1166, l’atto con cui Ugolino di Uguccione e il fratello Enrico concedevano protezione all’abate di Santa Maria di Petroia.
Con il passare del tempo il monastero divenne ricco e potente, in conseguenza delle numerose donazioni concesse dai marchesi Bourbon.
All’inizio del 1200 il dominio e l’estensione dei possedimenti del Monastero di Badia di Petroia erano più grandi di quelli del Comune di Città di Castello.
Le donazioni di vasti possedimenti durarono fino a tutto il secolo XIV, come indicano le fonti documentarie, poi progressivamente l’abbazia di Petroia giunse a disporre di un patrimonio fondiario che si estendeva dal fiume Nestore al fiume Aggio nei distretti di Perugia, Città di Castello e Cortona.
Come fondazione di una famiglia comitale, l’abbazia rimase relativamente indipendente dalle istituzioni politiche e religiose locali; nonostante ciò, nel secolo XIII gli abati di Petroia erano tenuti a compiere un formale atto di obbedienza al vescovo di Città di Castello.
Nel 1202 l’abate Magno, per ragioni politiche e per ottenere protezione, fece un trattato con Perugia e due anni dopo lo stesso abate, anticipando la voglia di Città di Castello di riprendersi con la forza i possedimenti che erano nel suo distretto, fece un trattato assoggettando la popolazione a pagare un tributo a Città di Castello in cambio della protezione militare, in caso di necessità.
Nel 1226 sempre l’abate Magno fece un simile trattato con la città di Cortona per quanto riguardava i possedimenti in tale comune.
Papa Onorio III nel 1228 con una bolla confermava tutti i beni e i privilegi dell’abbazia di Petroia.
Nel 1339 il monastero paga le decime alla Camera apostolica in una prima rata Lib. IIII° e in una seconda Lib. III°.
Nel 1398 gli abitanti dell’Abbazia di Petroia ottennero dal Comune di Città di Castello il permesso d’innalzare un fortilizio, non solo per difendersi dalle continue invasioni che avevano luogo, ma anche per difendere gli interessi della Città.
Il campanile venne costruito verso la fine del Milleduecento e nel 1330 era già funzionante come si ricava dalla data della campana maggiore.
Durante il Medio Evo alcuni discendenti dei Marchesi Bourbon diventarono abati del convento e rettori di alcune parrocchie.
Questo succedeva sia perché le famiglie potenti allungavano così le mani sui beni ecclesiastici e anche perché i figli dei nobili divennero sempre più maggioranza nella popolazione dei monasteri ed era ben difficile convincere i nobili di accettare una vita meno dignitosa per i loro figli senza dote.
Alla metà del XIII secolo si legge che un Abate era talmente tormentato dalle scarse entrate del suo monastero e dalle frequenti domande di ammissione che fece il voto di non accettare più nessuno finché il numero dei monaci non fosse sceso a trenta; questo fatto suscitò un tale pandemonio che il Papa dovette dispensarlo dal suo voto.
Nel 1287, il vescovo di Città di Castello, auspicando una riforma dei costumi dei monaci di Petroia, fece eleggere come abate Raniero, arciprete della pieve di Falzano e monaco di San Salvatore di Montecorona.
Il monastero fu finanziato da Ugo suo fondatore e dai suoi discendenti che l’arricchirono di beni fino al XV secolo.
Per questo motivo rimase indipendente dalle istituzioni politiche e religiose, tanto che i monaci portavano un abito differente dagli altri monaci benedettini.
La decadenza del monastero cominciò a manifestarsi nel secolo XIV e portò progressivamente alla sua chiusura; infatti nel 1571, i marchesi smisero di fare donazioni al monastero e quantomeno dallo stesso anno, iniziò a dipendere da un abate commendatario.
Dopo essere stata abbandonata dai monaci, in quell’anno l’abbazia fu data in commenda al canonico Pietro di Giovanni dei Fiorenzi di Perugia abate della chiesa di S. M. Maggiore di Città di Castello in regime di commenda durò fino alla metà del secolo XIX; questa chiesa in passato dipendeva dai monaci di Petroia.
Dell’antico monastero parte è oggi usata come chiesa parrocchiale, parte è in rovina e il resto appartiene alla famiglia Rossi; infatti, come si legge in una lapide murata all’interno del portale di ingresso al giardino, papa Pio VI il 4 Agosto del 1781 diede in concessione con i terreni rimasti, quelli di Badia Petroia e Badia S. Cassiano, ai gemelli Tommaso e Giambattista Rossi, beni che in seguito riscattarono con una ingente somma di denaro.
Nel 1912 la Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie dell’Umbria iscrive la chiesa abbaziale di Petroia nell’elenco degli edifici monumentali dell’Umbria.
La chiesa del Convento di Badia di Petroia oggi è parte in rovina e parte chiesa parrochiale; il Convento è una casa privata.
La Chiesa
Oggi dell’antica chiesa è utilizzata solo una parte della navata centrale, il transetto e la cripta che, fino a pochi anni fa, era adibita a cantina.
La stessa è in stile romanico-lombardo a croce latina in origine con tre navate.
L’altezza delle colonne in pietra arenaria, nella zona riservata anticamente ai fedeli, rivela il proposito non comune di grandiosità non riscontrabile in altre abbazie dello stesso periodo in queste zone dell’Umbria, con la tribuna absidata rivolta a levante.
Il campanile non esiste più, eccetto la parte bassa che si nota entrando, nella parte destra di forma quadrata; lo stesso si sopraelevava di poco sul frontale della chiesa.
La parte sporgente del campanile fu danneggiata gravemente dal terremoto del 1917 e quindi, essendo pericolante, fu demolita nel 1919.
Le campane, dopo lungo tempo furono sistemate su una struttura metallica, donata dalla Pro-Loco, vicino alla casa parrocchiale, furono sicuramente fuse dal maestro Tubia che lavorava nella vicina Cortona.
Sulla più grossa è incisa la data del 1330, sulla minore c’è 1334.
La facciata è integra e ai lati della porta ci sono due colonnine in marmo con capitelli romanici che probabilmente sorreggevano due edicole con immagini sacre.
Sullo stipite di destra c’è e la liberazione della patria.
La navata di sinistra è completamente scomparsa per la costruzione di due case coloniche, parte della navata centrale e di quella di destra sono senza tetto, fungendo così da atrio alla odierna chiesa parrocchiale.
Le colonne dell’atrio, di forma poligonale, in pietra arenaria, hanno i capitelli molto bassi e smussati agli angoli, che ci ricordano lo stile lombardo.
Nel capitello dell’arco vicino a ciò che resta del campanile ci sono incise le lettere S-Q-S separate da motivi triangolari che vogliono certamente significare “Sum Qui Sum” “lo sono colui che è“.
La facciata dell’attuale chiesa è costituita da un muro costruito all’inizio del XV secolo fra il coro dei monaci e la parte riservata ai fedeli e fu innalzato perché i vari terremoti avevano danneggiato più volte l’edificio.
Le formelle in terracotta con motivi lineari, nodi incrociati e disegni di grifi, inserite all’esterno del muro, appartengono sicuramente ad una costruzione più antica; infatti sono in stile longobardo (quindi anteriori all’arte romanica) ma non se ne conosce la provenienza; c’è poi una figura più grande che sembra un cavallo senza testa.
La chiesa è divisa in otto campate (compreso il transetto) da colonne con archi a tutto sesto; la copertura è a capriate con le absidi laterali precedute da una volta a crociera.
E’ costruita su più piani, il più alto è il transetto, c’è poi il coro (l’attuale chiesa) e più in basso la parte riservata ai fedeli (che ora è l’atrio) e sotto il transetto la bellissima cripta.
Fra la navata centrale e il transetto avrebbe dovuto esserci una cupola della quale fu edificato il solo quadrato che si arricchisce di un motivo a piccole arcate cieche, dal quale partono quattro pennacchi con archetti che dovevano servire per il passaggio alla forma ottagonale (arte bizantina).
Nell’abside centrale, costruita in maniera mirabile fra le più belle e grandi del periodo romanico, si apre una finestra senza strombatura il cui arco di protezione è costruito con piccoli cunei di pietra e cotto alternati.
Dopo il terremoto del 1403, il comune di Città di Castello fece rafforzare l’arco di trionfo con un altro arco in mattoni, costruito da due muratori del luogo e dopo tale modifica, sembra che la chiesa non abbia subìto ulteriori trasformazioni.
Dal presbiterio partono tre campate che si posano su quattro colonne lisce poste su alti dadi di pietra, sormontate da capitelli in stile romanico; una colonna ha il capitello dorico adattato ad un frammento in pietra con motivi preromanici posata su un dado di granito.
Visita descrittiva
Entrando si nota in controfacciata a sinistra un bel Fonte Battesimale in pietra e nella parete che conduce al presbiterio, dietro un confessionale compare una fascia affrescata con una scritta, ma l’affresco soprastante è completamente perso; L’Abbazia è molto affascinante sia dall’esterno che dall’interno, per chi volesse approfondire le conoscenze si consiglia di acquistare il libro ” La vera Storia del Monastero di Petroia” di Giuseppe Franchi chidere copia al parroco.
Nella scrittura della prima campata vi si legge:
QUESTA OPERA FE FAR MAESTRO DE TOFANO DE PAULO DEL ABBADIA DI PETROIA – 1404.
Nella terza campata si leggono malamente alcune lettere e la stessa data 1404, data molto importante perché ci fa dedurre con sicurezza che i lavori di rifacimento e di consolidamento della chiesa furono effettuati fra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo.
Poco dopo, nella campata successiva una grossa tela con l”immagine di Sant’Egidio.
Il presbiterio è rialzato di sei gradini per cui è molto sopraelevato rispetto alla navata; sul primo gradino a sinistra c’è una statua con la Vergine e il Bambino, mentre all’interno si aprono i due transetti e dietro l’altare campeggia una croce.
Nel transetto di destra si apre la porta della sacrestia con un architrave in pietra con uno stemma non identificato (forse di un ramo della famiglia Bourbon) affiancato da due gigli (simbolo di Firenze) e un cerchio con una croce templare inscritta.
In questo transetto è conservata la grossa tela prelevata dalla chiesa di San Vetturino ora abbandonata e semicrollata; per fortuna la tela che era su quell’altare è stata messa in sicurezza dall’attuale parroco di Petroia don Adolfo.
In questa tela è raffigurato il trasporto della Sacra Casa di Loreto e sotto San Vetturino con la palma del martirio, un Santo Vescovo e altro Santo non identificato.
Alla destra della scalinata si apre la porta che conduce alla cripta recentemente messa in sicurezza e riaperta al pubblico.
Nella parete destra oltre alla grossa tela con la Madonna con Bambino fra santi, sono murati interessanti reperti scultorei altomedievali.
La Cripta
La Cripta era stata chiusa in seguito al terremoto del 1984 ed è stata riaperta solo il 24 agosto del 2025 dopo un intervento di messa in sicurezza della struttura con una particolare intelaiatura addossata alle esili colonne. L’Abbazia è molto affascinante sia dall’esterno che dall’interno, per chi volesse approfondire le conoscenze si consiglia di acquistare il libro ” La vera Storia del Monastero di Petroia” di Giuseppe Franchi chidere copia al parroco.
Il corridoio di accesso è costellato di reperti preromani murati alla parete e recuperati in loco, come altrettanti ne sono stati a suo tempo murati in chiesa e nella parete di facciata.
L’ambiente è Triabsidato ed è databile alla metà del secolo XI; è coperta da volte a crociera poggianti su otto colonne in granito o travertino, l’eterogeneità degli elementi presenti suggerisce che per la sua costruzione siano stati utilizzati in parte materiali di recupero.
I fusti delle colonne, alcune in travertino o granito, altre in pietra arenaria, sono di diversa altezza e posano direttamente su un semplice dado seminterrato o su un plinto di pietra quadrata; uno addirittura presenta una base a campana.
La vasta cripta si estende sotto l’intero transetto e vi si accede attraverso un’interessante apertura semplice e rozza, composta da due mensole massicce, affrontate, che si reggono a spinta formando il caratteristico architrave; le volte, divise da fasce, hanno pianta quadrata e sono a sesto rialzato.
La volta dell’abside maggiore ricade su mensole, mentre le volte a crociera ricadono, nel centro, su pilastri e colonne e ai lati su lesene.
Guardandole sembra impossibile che reggano il peso di gran parte del transetto tanto sono esili e leggere.
All’ingresso della cripta c’è un capitello arcaico in pietra a forma di piramide rovesciata e, data la sua rozzezza, è difficile datarlo con sicurezza senza particolari procedimenti.
Nella fascia esterna del pilastro sinistro è stata riutilizzata una lastra, in pietra scolpita, che rappresenta in modo stilizzato, la palma dell’abbondanza.
Altri tre capitelli, uniti direttamente al fusto delle colonne, hanno la forma rudimentale del capitello cubico preromanico.
Le tre colonne in pietra, di cui una poligonale, si uniscono al capitello tramite una pietra ad anello.
Nell’ambiente che collega la chiesa e la cripta, su un muro dell’antico monastero, probabilmente del sottoportico del chiostro romanico, distrutto come sembra nel 1387, restano due arcatelle con gli archi in pietra a tre incassi raccolti su mensole sorrette da un pilastro.
Il Giardino del monastero
Il giardino del potente monastero di Petroia si apre alla destra proprio a ridosso della struttura ecclesiastica; superato un cancello di proprietà privata si ammira l’area che era il luogo di refrigerio e di svago per i monaci che ne godevano di acqua fresca e di una corposa ombra prodotta dagli alberi che vi crescevano.
Nel bel mezzo del giardino si apre il pozzo, che notate bene, non è una cisterna di raccolta di acqua come verrebbe spontaneo pensare vista la posizione collinare del monastero, ma si tratta di un vero e proprio pozzo che al momento della sua costruzione non poteva contare su una sorgente in quanto si trovava in una posizione sopraelevata; infatti i benedettini, viste le proprie capacità architettoniche nonché le conoscenze del territorio, vista la vicinanza del fiume pensarono bene di scavare un pozzo molto profondo tanto da andare ad attingere alla falda acquifera che si trovava proprio ai piedi della collina.
Il pozzo quindi ha una consistente profondità, ma non solo, ad un certo punto dello scavo gli stessi monaci hanno provveduto a creare un cunicolo che sfociava lontano nella valle e che sarebbe servito, in caso di assedio o di imminente pericolo, all’evacuazione del monastero attraverso questo passaggio segreto che avrebbe garantito la salvezza dei monaci.
Durante i lavori di restauro questo cunicolo è stato trovato, ma purtroppo, a causa di uno sbancamento e un collasso del terreno è interrotto dopo pochi metri per cui è stato impossibile scoprire la sua effettiva lunghezza e dove sbucava.
Comunque questo prova che il posizionamento dell’attuale pozzo coincide con il primitivo costruito dai monaci.
Altro elemento di conferma della superficie dell’area è l’aver constatato che il muro perimetrale attuale coincide perfettamente con l’effettiva perimetrazione del giardino originale.
La struttura monacale è appoggiata alla parete destra dell’antico edificio sacro e che oggi corrisponde alla parte scoperta della chiesa e che ne è diventata un portico.
A causa di uno scollamento si è reso necessario un restauro con delle catene che hanno ancorato la parete monastica a quella ecclesiastica al fine di evitare un collassamento.
La struttura ha subito numerose modifiche strutturali per soddisfare le necessità dei vari proprietari che si sono avvicendati nel corso degli anni, comunque le celle dei monaci in origine erano sistemate al primo piano, e sono quegli ambienti che maggiormente sono stati adattati, mentre al piano terra i locali hanno mantenuto grossomodo l’originale aspetto tranne qualche muro aggiunto per sezionare l’ambiente originale.
Questo, che è la parte più antica del convento, presenta un lungo ambiente in pietra voltato a botte la cui parte finale del muro divide questi ambienti con la chiesa.
Non è ben chiaro lo scopo e l’utilizzo di questo ampio locale, forse serviva per ospitare i pellegrini o forse come sala mensa per i monaci, oggi non lo sappiamo poiché non sono stati trovati documenti che ne attestino l’utilizzo o quantomeno la presenza; questo è dovuto al fatto che la documentazione disponibile arriva fino alla fine del 1400 dopodiché l’alternarsi dei vari proprietari non ha lasciato tracce documentarie.
Non è ben chiaro nemmeno chi abbia apportato modifiche interne seppur abbia lasciato dipinto su una parete lo stemma di un casato, ma ad oggi non è stata ancora identificata la famiglia nobile che lo ha fatto.
Una presenza molto interessante è costituita da una lastra in pietra arenaria originale contenente scolpito un “Motu Proprio” di papa Pio VI che fa una concessione alla famiglia Rossi che secondo la prassi, pagò il debito riscatto per i beni dell’abbazia e per il convento e ne divenne così la legittima proprietaria.
I Rossi pagarono la somma di duemila lire per l’acquisto di Badia di Petroia e di San Cassiano con i beni annessi.
La scritta così recita:
IL SOMMO PONTEFICE PIO VI CON UN MOTU PROPRIO IL 4 AGOSTO 1781 DIEDE IN ENFITEUSI TUTTI l BENI DI SANTA MARIA E SANTO EGIDIO DI PETROIA E DEI SANTI IPPOLITO E CASSIANO Al FRATELLI GEMELLI GIOVANBATTISTA E TOMMASO ROSSI Fino alla terza generazione.
Resta comunque un posto affascinante e particolarmente curato dalla proprietaria che lo mantiene e custodisce con particolare minuziosità e cura.
Ringrazio altresì Francesco Fulvi del Comitato Abbazia di Petroia.
Fonti documentative
Giuseppe Franchi – La vera storia del monastero di Petroia – 1986
Giustino Farnedi e Nadia Togni – Monasteri Benedettini in Umbria alle Radici del paesaggio Umbro – Regione dell’Umbria Centro Storico Benedettino Italiano 2014
Pietro Sella – Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV Umbria – 1952
Francesco Guarino e Alberto Melelli – Abbazie Benedettine in Umbria – 2008
Nota di ringraziamento
Ringrazio di vero cuore la Signora Laura Franchi proprietaria del giardino del monastero per la sua disponibilità, cortesia e la particolare cura con cui mantiene questo prezioso bene.
Ringrazio altresì Francesco Fulvi del Comitato Badia di Petroia per il suo prezioso interessamento.