Arce di Pitio – Collemancio (PG)

In questo diruto castello storia e leggenda si confondono e spesso l’una è a conferma dell’altra, restano comunque elementi che le sostengono entrambi.

 

Cenni storici

La storia di questa fortificazione non si conosce né tantomeno sono stati trovati diplomi imperiali, atti o documenti specifici che la riguardino, forse perché si trattava di un edificio “Minore” rispetto a tutte le fortificazioni vicine che interessavano quel territorio di cui invece è ben nota la storia.
Sicuramente non doveva trattarsi di un castello di difesa ma piuttosto dedito ad altri compiti poiché la sua posizione non era strategica come poteva essere quella delle fortificazioni vicine, ed il suo posizionamento non gli consentiva di avere un’ampia visuale dell’area circostante essendo posto più in basso rispetto alle alture che lo circondavano; per questo compito c’erano castelli a lui limitrofi, penso a Collemancio che controllava tutti gli accessi dalla Valle Umbra insieme a Castebuono, Sorgnano ad ovest quasi in diretta visuale con Collemancio e Pomonte che controllava gran parte della valle del Puglia, quindi questo castello posto più in basso poco aveva da controllare.
Il suo scopo potrebbe essere stato tutt’altro, forse di controllo di una strada (ampiamente descritta nel post del Monastero di Sant’Apollinare del Sambro) e della riscossione di qualche pedaggio, non è da escludere che proprio la difesa di questo monastero, posto poche centinaia di metri più a valle, sia stato il suo scopo principale del suo esistere.
La Rocca di Pitio sorge nei pressi di un colle chiamato a livello toponomastico “Colle Luna“, alla confluenza del fosso della Rocca con il fosso di San Rufino, al confine di tre Comuni, Cannara, Bevagna e Gualdo Cattaneo, solo per pochi metri ricade nel Comune di Cannara e poco più a valle, dove il Fosso della Rocca (questo nome nasce proprio dalla presenza della Rocca) confluisce nel Sambro c’era il Monastero.
Seppur in mancanza di documenti, la sua storia si può desumere dai documenti dei castelli vicini con cui ha condiviso la storia ed i vari passaggi di proprietà, nonché da alcuni documenti riferiti all’Abbazia che lo citano per particolari eventi.
Nel corso della sua storia assume diverse denominazioni: Arx de Pitio (Santucci 1208 Carte di Sassovivo) Arcis de Pizio (Santucci 1208 Carte di Sassovivo), Arcis de Picio (Santucci 1208 Carte di Sassovivo), Rocche Piccii (1428 Sansi – I conti di Antignano), Rocca di Piccio (1435 Castello di Pomonte Guarino).
La nascita del castello è sicuramente da attribuirsi alla famiglia Raynaldi-Antignano “de’ Conti, o de comitibus in Foligno” che erano padroni di un ampio feudo che si estendeva da Bevagna a Montefalco Gualdo Cattaneo e nell’arco di almeno quattro secoli (dall’XI al XIV), ma soprattutto verso la fine del decimo secolo vide sorgere una complessa serie di castelli, fra i più importanti citiamo Coccorone, oggi Montefalco, Gualdo dei Captanei a nord, mentre sul versante dell’Attone Rocca di Radione, e alquanto più in basso il castello di Gaglioli.
I malsicuri e insidiosi valichi del monte non erano meno fortemente protetti dai castelli di Pomonte, delle Civitelle, di Santa Maria in Laurenzia, di Cirignano (o Cirigiano o Ciriano), di Coraffine e di Antignano; completavano a nord questo vasto sistema difensivo le agguerrite moli di Limigiano, di Collemancio e di Castelbuono o castello Albone come sembra a quei tempi si chiamasse.
Ad esso vanno probabilmente ad aggiungersi Rocca Piccio e Cannara, governati solo per breve tempo, e forse, non è ben chiaro anche Torre del Colle.
Successivamente con il dissolversi delle famiglie feudali il 30 maggio 1320 i tre fratelli: Orsello, Armaluccio e Brancuccio di Francesco di Rinaldo di Napoleone “da Foligno” stipularono una convenzione e tutti beni della famiglia passarono al Comune di Todi che ratificò l’atto il 27 maggio 1325 quindi tra gli altri la Rocca di Piccio ed il Castello di Pomonte passarono come possedimenti di questa città.
Nel 1428 “turri et casamentis positis et situatis infra confines Collismancii et Limisiani” passarono ai Trinci (Corrado) l’atto consisteva nella cessione di tutta la vastissima proprietà, cioè tutta la parte dell’antico originario feudo fino allora posseduto: “infra confinia castri Gualdi Captaneorum, castri Limisiani, Rocche Picci; Collis Mancii; Castriboni; castri Pomontis, flumen Apulee, et alia latera ..“.
Nel XV secolo i Crispolti si insediano nella Valle del Puglia e intorno al 1447 grazie all’amicizia con papa Martino V ebbero in concessione da questo, un vasto territorio, posto nella Valle del Puglia che interessava sia Pomonte che Rocca Piccio.
Seguì poi un’alternanza, visto il progressivo stabilizzarsi della situazione politica dello Stato della Chiesa e le vicende della concessione di Pomonte in “feudo nobile” ai signori perugini Crispolti; poi ai Crispolti ed ai Baglioni insieme che, in maniera alternata e piuttosto inusuale, ne tengono la giurisdizione.
Poi ancora ai Crispolti sino al secolo XIX quando, cessato lo status feudale passa ai Costantini-Baldini e, dopo l’Unità d’Italia, ai Bennicelli.
Comunque la storia dell’Arce de Pitio o Rocca di Piccio non ebbe storia così lunga in quanto le rovine oggi presenti ci fanno capire che la sua esistenza durò molto meno, forse sopravvisse pochi anni dall’abbandono del monastero del Sambro, infatti le rovine dell’uno sono equiparabili alle rovine dell’altro quindi la loro esistenza in vita fu legata alla comune decadenza e scomparsa, presumibilmente databile intorno al XV-XVI secolo.
Fra i documenti che citano specificatamente l’Arce de Pitio ce n’è uno contenuto nelle Carte di Sassovivo datato 1208 che descrive un agguato compiuto da Enrico de Crescicompania (o Crescicompagna o de Crisciocongia -1210) “de Arce de Pitio” nei confronti di tre vescovi che si recavano al monastero del Sambro per sottometterlo a Sassovivo (episodio ampiamente descritto nel post di Sant’Apollinare al Sambro) e successivamente lo stesso lo occupò per lungo tempo.
Ma forse la storia più bella e più importante di questo castello è quella non scritta ma tramandata dalla tradizione popolare e che riguarda un personaggio (forse) qui nato che è conosciuto molto bene nella storia di Assisi, parliamo di San Rufino “d’Arce“.
Questo fanciullo era un giovane chierico e assistette in maniera involontaria ad un crimine compiuto da un suo superiore che volendolo costringere a dichiarare il falso contro la sua volontà in un impeto d’ira lo gettò in un pozzo.
Il corpo del Santo rimase diverso tempo nascosto, fino a quando dei monaci eremiti del Monte Subasio non videro delle luci che provenivano dal pozzo e ritrovarono la salma del ragazzo.
Accanto al pozzo fu eretta nel 1282, nei pressi di Rivotorto d’Assisi, nel luogo del ritrovamento del corpo, una piccola chiesa a lui dedicata.
Ora il suo corpo è custodito in una cappella nel transetto sinistro della cattedrale di San Rufino.
Ora vi chiederete cosa c’entra tutto questo con l’Arce de Pitio, presto spiegato: la tradizione popolare di Collemancio reputa che San Rufinuccio si nativo proprio dell’Arce de Pitio e da qui il nome “San Rufino d’Arce” per distinguerlo dal ben più noto San Rufino seguace di San Francesco.
Non sono prove, ma il senso di appartenenza di questo Santo alla comunità è espresso da testimonianze che lo citano nella zona di Collemancio in tante forme, sia toponomastiche che raffigurative e questo succede perché la devozione popolare lo sente suo per il semplice fatto (forse a ragione) che lo ritiene nativo di questa terra.
Se andiamo ad osservare, per esempio, i toponimi presenti sul territorio a lui riferiti troviamo: Colle di San Rufino poco distante da Arce de Pitio (dove si ritiene sia nato), Balze di San Rufino, costoni rocciosi di calcare bianco adiacenti all’Arce che cadono a strapiombo sul fosso anch’esso denominato di San Rufino.
Ma non finisce qui perché la devozione popolare nel corso dei secoli ha voluto rappresentazioni di questo loro santo in diversi edifici di Collemancio e a tal proposito troviamo affreschi e tele che lo rappresentano in più luoghi: nella ex chiesa della Madonna delle Piagge di Collemancio sulla parete destra c’è un affresco raffigurante la Madonna con Bambino e angeli, Santo Stefano patrono di Collemancio e San Rufino d’Arce.
Nel Palazzetto del podestà al primo piano nella parete della sala grande si trova un affresco raffigurante l’Incoronazione della Vergine da parte di Gesù Cristo e Dio Padre, con in basso i Santi Barbara che tiene in mano il torrino simbolo di Collemancio nell’atto di offrirlo a Santo Stefano e Rufino d’Arce – affresco attribuito ad Ascensidonio Spacca detto il Fantino, pittore di Bevanate.
In un’altra tela, oggi scomparsa, posizionata sull’altare della chiesa di San Vito, ora in completa rovina, vi era effigiata un’altra immagine di San Rufino d’Arce.
Tutti questi elementi avvalorano l’ipotesi che le origini di tale Santo siano legate proprio a questo territorio ed in particolare all’Arce in questione (di Pitio ); e l’affermazione che a San Rufino sia stato affiancato l’attributo “d’Arce” per la presenza di tombe romane nel luogo del suo martirio, come viene da tempo affermato dai testi, secondo me non regge perché la traduzione latina della parola “Arce” non è tomba, ma cittadella, castello, posto fortificato il che avvalora ancora di più la storia popolare della nascita di questo Santo in questo castello.
Storia e leggenda che si intrecciano e si fondono come tronchi nati dalla stessa radice.
 

Aspetto

Poco resta delle alzate dei muri del castello in quanto nel corso dei secoli si è perso l’aspetto e le effettive dimensioni della struttura; di certo dalla notevole quantità di pietrame e dalla vastità territoriale delle rovine si può tranquillamente notare che sia stato di notevoli dimensioni in grado di ospitare numerosi nuclei familiari.
Nella parte alta si notano ancora blocchi di pietre legate da malta cementizia, nonché tracce di mura ancora in posizione originale, dalla posizione elevata si può supporre che questi siano i resti del mastio del castello.
In un piccolo pianoro si notano delle grosse buche circondate da brandelli di mura che testimoniano ambienti abitati e nella parte sud a strapiombo sul fosso della Rocca è evidente una sezione di muro perimetrale di cinta che supera il metro di spessore.
Nel pendio circostante il pietrame derivato dai crolli si espande per diverse decine di metri il che fa immaginare l’ampia dimensione della fortificazione.
 
 
 

Chiesa fuori le mura

A poche decine di metri dalle mura del castello nella parte che sale verso la parte alta del pendio, si nota un perimetro di un rudere che dovrebbe essere stata la piccola chiesa del castello, si può tranquillamente affermare che si tratta di un edificio sacro poiché dai resti si nota perfettamente un abside nella parete di fondo e dai resti si può dedurre che sia coevo al castello.
Il tipo di pietre derivate dal crollo denota una raffinatezza e un tipo di squadratura più attenta rispetto al pietrame del castello.
E’ difficile stabilire di che chiesa o oratorio si tratti perché la sua decadenza è probabilmente molto antica e difficilmente riscontrabile nelle Visite Pastorali.
Non si conosce nemmeno la sua dedicazione anche se la devozione locale l’attribuiscano a San Rufino d’Arce, ma la cosa è puramente fantasiosa in quanto san Rufino, originario di questo castello e vissuto nel 1200 e morto giovanissimo, non poteva avere una chiesa a lui dedicata.
Di sicuro la chiesa era in piena attività in quel periodo, ma di sicuro dedicata ad altro santo di cui non si conosce il nome.
 
 
 

Balze di San Rufino

Nella parte nord dell’’Arce scorre il torrente di San Rufino che nel corso dei millenni ha scavato e modellato il suo alveo ed in conseguenza alle frane di un costone di roccia calcare, è rimasta una bellissima parete rocciosa bianca di oltre venti metri di altezza che si staglia a precipizio sul fosso per quasi cento metri di sviluppo orizzontale.
Forse in tempi passati questa ha costituito anche una cava spontanea di pietre utilizzate per la costruzione del castello e del monastero di Sant’Apollinare.
 
 
 

Castelliere

Nel punto di origine del fosso di San Rufino, si notano blocchi crudi di pietra sistemati quasi a modellare un muro ciclopico, che non si tratta di faglie negli strati, e ciò si può dire poiché il loro posizionamento non è casuale, ma ragionato rispetto alla forma della pietra che si doveva in qualche modo incastrare nelle parti mancanti del muraglione; certo le frane, la terra che si è depositata e le piante che hanno invaso la struttura rendono difficile la lettura del manufatto, ma non è da escludere che in tempi preistorici i primi abitanti del luogo abbiano avuto la necessità di circoscrivere i loro villaggi per difendere se stessi e il bestiame.
Andrebbe fatta una ricerca archeologica più approfondita del sito che potrebbe riservare qualche sorpresa.
 

Nota di ringraziamento

Ringrazio sentitamente Mario Scaloni per avermi dedicato il suo tempo, per avermi accompagnato e per aver supportato le mie esigenze.
Ringrazio altresì Marcello Tomassetti preziosa guida del territorio che ci ha pazientemente guidato nell’escursione, senza di lui le nostre ricerche sarebbero state sicuramente vane.
 

Fonti documentative

MARIO SENSI – Gli spazi del Liber – 2009
F. Guarino L. Londei – Pomonte castello dell’Umbria – 2004
S. Nessi – I Conti di Antignano Feudatari di Foligno nel Medioevo – in Bollettino Storico della città di Foligno XXXVII 2014

http://www.chiesasanmatteo.it/files/-5–Collemancio-di-Cannara—San-Rufinello-d-Arce-tra-Collemancio-e-Assisi.pdf

 

Mappa

Resti del castello Link coordinate: 42.964321 12.515473

Resti della chiesa Link alle coordinate: 42.966090 12.514508

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