Cenni storici
I ruderi di questo edificio con annessi abitativi sorgono su un piccolo promontorio, sulla costa di monte Moro, che si affaccia sul fosso di Pianciano il quale confluisce nel Tescio a Pian della Pieve; la collina domina la valle del Trave ed è a vista su Pian della Pieve.
Questi ruderi sono completamente sconosciuti alle mappe (anche quelle antiche) e i documenti ufficiali non ne fanno menzione; è quindi risultato molto difficile e complicato dare un nome a questo edificio che è casualmente riemerso dal bosco.
Infatti questo sito è inglobato in una proprietà privata ed il nuovo proprietario che ha acquistato la tenuta, ignaro di quello che c’era, ha iniziato a disboscare la collina quando si è imbattuto in questi consistenti ruderi.
E’ partita una ricerca storica e documentativa che in un primo tempo non ha portato a nessun risultato concreto finché dopo un’attenta ricerca presso gli archivi non si è arrivati a dare un senso e un ipotetico nome ai ruderi.
Intanto va detto che nel Duecento il Comune di Assisi suddivise il suo territorio in unità amministrative locali e le chiamò Bailye (o Balye) e queste risultano essere 52 e da un’attenta analisi dei confini descritti negli Statuti si ottiene che i ruderi ricadono nella Balya di “Cerqua Palmata“.
Una nota curiosa è nella denominazione del Toponimo “Valle del Trave” che prende la sua denominazione dall’episodio narrato da San Pier Damiani (sec. XI), circa il trave, destinato alla nuova Basilica di San Rufino iniziata dal Vescovo Ugone, conteso e poi rapito dai Perugini.
Ora però, siccome la collina, seppur piccola è completamente cosparsa di detriti e brandelli di muri, andava stabilito di che fortificazione si trattasse visto che era sconosciuta a qualsiasi documento storico.
Quello che si è notano sin da subito sono stati i resti di alti e ampi fabbricati e un brandello angolare che mantiene un’alzato di circa cinque metri che poteva essere una torre affiancata da altri ambienti, nonché pochi resti di una cinta muraria che circonda la cima della collina ed in buona parte ne costituisce il muro di contenimento delle scarpate.
La torre poteva comunicare perfettamente con Pian della Pieve che si trova a vista nel fondovalle.
La soluzione quindi è che poteva trattarsi di un nucleo abitato e fortificato.
Nello specifico il catasto nel descrivere i confini di questo manufatto cita testualmente queste parole:
“Anche se oggi questo posto pare perduto nel nulla, un tempo era ben inserito in una viabilità antica che partendo dalla Valle del Tescio, si staccava dalla strada attuale nei pressi di Cerqua Palmata (oggi “Le Querce di Assisi“), saliva la costa, attraversava l’attuale provinciale (che al tempo non esisteva), passava a poche decine di metri dai ruderi e si collegava con l’antica strada per San Presto che saliva da San Donato e dalla località Paradiso per dirigersi verso Morano e Gualdo Tadino“.
Un posto quindi non isolato ma ben inserito nella viabilità medievale ora scomparsa.
Il portale regionale Umbria geo, riporta questo luogo identificato come “Castelliere“, infatti sul terreno sono ancora ben identificabili i terrazzamenti della collina conica che si affaccia a precipizio sul fosso sottostante, quindi ci si trova di fronte ad un insediamento che ha visto i suoi albori nella preistoria e che ha avuto poi una continuità abitativa fino ai giorni nostri, ma andiamo per gradi.
Intanto c’è da dire che la località viene chiamata Panicciano, ma a livello topografico è denominata dall’IGM “Casa Fancera“; tale toponimo casa Fancera (563 m.) è presente anche nella balia di Costa di Trex lungo la strada che dalla fonte della Castellana scende a Brigolante.
Nei documenti seicenteschi Fancera è associato ad un gruppo familiare della zona e diventerà un cognome vero e proprio solo dopo questo periodo; difficile stabilirne l’origine etimologica e i rapporti con il casale (553 m.) sotto il Monte l’Abate a ridosso del Fosso di Panciano.
Il podere Pianciano, prima del 24 marzo 1838, si trovava sotto la Cura della Parrocchia dei SS. Cosma e Damiano; dopo questa data viene assegnato alla parrocchia di S. Pietro del Castello Paradiso.
Gli Statuti di Assisi del 1469 ci forniscono un ulteriore notizia nel delineare i confini della Balia di Cerqua Palmata: il “Fossato vicino al Ponte dei Sassi” sulla strada per Nocera (in fossato iuxta pontem Saxorum qui est in strata qua itur a Civitate Asisii Nucerium), il fossato che scorre in fondo ai beni di Nuti “di Panciano” (fossatum quod est in pede possessionis Nuti de Panciano), la “Strada della Valle del Trave“, la “Strada di San Presto“, il “Fossato di Montevecchio“, il “Tescio presso San Biagio“, il “Fossato dei Sassi“, il “Ponte della Strada di Nocera“.
Il fossato divide questa balia da quella di Monte Moro.
Al Nuti, sopra menzionato, fa riferimento il catasto della confraternita assisana dei SS. Giacomo e Antonio dell’anno 1552-53, dove si legge: “Item un altro pezzo di terra in balia di Cerqua Palmata, presso le cose de Federico Nuto da tre lati, vocabolo la Torre della Fiuminata“.
Sarà questa la Roccha Texii degli Statuti di Assisi dell’anno 1469, costituente un’unica balìa con Costa di Trex? Il quesito se lo pone lo storico Santucci.
Interessante è l’indicazione “Torre della Fiuminata“, forse un primo riferimento a metà del ‘500 alla famiglia Fiumi?
D’altronde questa nobile famiglia possedeva proprietà sterminate che andavano da una parte all’altra del Subasio e arrivavano ben oltre i confini del Comune di Assisi; infatti, proprio in riferimento al nostro ignoto castello, sappiamo che fu in ultimo di loro proprietà, in quanto nel Catasto Gregoriano il vocabolo, nella balia di Bertignano, è chiamato Paniciano, come il fosso che corre alle pendici del colle.
Nella divisione particellare è visibile il casolare e un fabbricato quadrangolare che indica la torre.
La casa colonica con corte e i terreni circostanti (seminativo e olivato, pascolo) che appartengono tutti ai conti Fiumi.
Ma la nostra ricerca deve andare più indietro nel tempo.
Tra la metà del Quattocento e la metà del Cinquecento Panciano appartiene alla Famiglia Nuti o Nuto di Assisi, altra nobilissima e antichissima famiglia cittadina; tra i suoi maggiori rappresentanti troviamo diverse generazioni di notai: Evangelista di ser Mariano di Napolione Nuti 1463-1506; Nicolò Nuti 1490-1497; Giovan Maria Nuti 1514-1558; Evangelista Nuti 1557-1558; Andrea Nuti 1616-1626.
Intorno al 1380 un tale Franciscus Petri Nutii fece eseguire un affresco con la Madonna della Misericordia tra Santa Lucia e San Biagio all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore di Assisi, e la raffigurazione di San Biagio è emblematica perché nella Balia di Cerqua Palmata (cioè da dove proveniva Franciscus Petri Nutii) a poca distanza da Panciano, sin dal 1217 (Bolla di Papa Onorio III) è menzionata una cappella S. Blasii, dipendente da San Rufino; fino al secolo scorso se ne vedevano le vestigia nei pressi della località Passidono, lungo la via, a ridosso del fiume Tescio.
Secondo Elvio Lunghi questo mecenate, fu verosimilmente affiliato alla fraternita di Santa Maria del Vescovato, una compagnia di laici molto devota a San Biagio il quale era anche invocato come patrono dei cardatori di lana.
E’ certo che Pianciano, lungo tutto il periodo medievale, fu proprietà di alcune delle più importanti famiglie di Assisi tra cui appunto i notai Nuti.
Le aree montane lontane dalla Valle Umbra, oltre a fornire una riserva di derrate alimentari, costituivano luoghi di rifugio in periodi di epidemie e piacevoli soggiorni durante la calura estiva.
E’ probabile che questi signori avessero a disposizione questa piccola rocca in posizione dominante sopra il torrente che ancora oggi scorre vorticoso alla base della rupe.
Un collegamento strategico-visivo diretto avveniva con le altre fortificazioni della zona: sulla sponda opposta troviamo a poca distanza le torri di Colfrattone e Battifolle.
La prima attestazione documentaria del sito la troviamo in un atto di permuta conservato nell’Archivio della Cattedrale di San Rufino:
(Nota 59) “Giovanni di Salamone permuta con Filippo di Tebalduccio un pezzo di terra, conf. i figli di Giovanni di Matteo, il fossato di Sasso, il fossato e Gilio di Taffurino, i signori di Panciano; ricevendone una terra posta in asio di sant’ Angelo de Lamis, conf. San Rufino, i figli di Leto, i figli di Giovanni, i figli di Pietro di Lupone di Albricolo, la ripa“.
L’atto fu stilato davanti alla casa di maestro Giovanni, fra i testimoni (si legge solo il nome di Bono di Scagno) e il notaio si chiama Giovanni (Siamo sulla fine del sec. XII o sul principio del successivo).
L’analisi del documento permette di fare alcune considerazioni.
Tutti i personaggi vengono chiamati con un patronimico o appellativo, tranne quelli che hanno il possesso di Panciano che vengono definiti signori o domines; i casi potrebbero essere due: o si tratta di nobili di alto rango molto conosciuti oppure signori che provengono non da questa zona ma da più lontano e citati in maniera generica.
Interessante è il Censimento dei fuochi della Balia di Cerqua Palmata del 1232.
Nell’elenco dei capifamiglia, di un paio di generazioni prima della permuta, ritroviamo alcuni dei nominativi: Davinus Iohannis Mathei appartiene alla potente famiglia, che al di là del fossato, possiede il castello di Montemoro e quello di Poggio San Damiano; Bonoscagnus probabilmente è il testimone Bono di Scagno.
Tra i papabili signori di Panciano si potrebbe annoverare Fredericus domine Viole? unico dell’elenco definito dominus della villa di Viole?
Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile ricostruire le vicende altomedievali di Panciano, ma facilmente si può ipotizzare una continuità insediativa e d’uso dell’area a partire certamente dall’epoca romana e precedentemente preromana (come suddetto censito come castelliere dalla mappa Umbriageo).
In quest’area la carta archeologica dell’Umbria riporta tre insediamenti, definiti genericamente castellieri: uno ubicato proprio a Casa Fancera, il secondo sulla collina adiacente sulla sommità di Monte L’Abate e il terzo a Casa Fongo, località Pian della Pieve, sulla sponda destra del Tescio.
Panciano, Pianciano, Panicciano o Pianicciano si trova lungo un percorso antichissimo della transumanza che dalla Valle di Assisi passando per il Piano della Pieve di San Venanzo si dirigeva verso Gualdo Tadino per poi proseguire nelle Marche.
Il toponimo Panciano o simili è chiaramente un prediale romano molto diffuso nell’area dell’Italia centrale: nelle vicinanze di Spoleto troviamo le rocche di Pianciano o Panciano (vedi i Luoghi del Silenzio), una località vicino Tolentino, Paciano che si affaccia sul lago Trasimeno.
Nella variante Paniciano, come appare nel Catasto Gregoriano troviamo S Petri in Feudo Paniciani sulla via Tiburtina non lontano da Tivoli e un fundo Paniciano sempre a Tivoli.
La presenza romana è documentata sia da grosse pietre squadrate di fattura dell’epoca che sono riemerse durante i lavori di disboscamento che fanno pensare ad una qualche struttura interrata, sia da alcuni ritrovamenti fortuiti sul pendio della collina durante i lavori agricoli: frammenti di ceramiche, materiale fittile e vitreo, un peso da telaio.
Siamo in presenza di una villa rustica romana? Certamente un fundo romano con funzioni produttive era presente sul pendio della collina che poteva sfruttare una sorgente d’acqua che scaturisce tuttora alla base di Monte L’Abate.
Di difficile lettura è l’area sulla collinetta dove sono presenti le strutture medievali; anche qui sono stati rinvenuti frammenti fittili di epoca romana e le murature sui terrazzamenti che si affacciano sul fossato potrebbero far pensare a degli spazi a carattere non solo militare ma anche rituale-sacrale.
Colpisce in particolare un tratto di muro con conci molto grandi che non sembrerebbe, come lavorazione, di epoca medievale ma romana o preromana; forse la sostruzione di un piccolo sacello eretto ad uso della famiglia proprietaria della villa?
Domande che al momento non trovano una risposta certa in quanto sarebbero necessari rilevamenti mirati e scavi archeologici che risulterebbero complicati in quanto sono presenti stratificazioni costruttive che abbracciano millenni.
Dopo una ricerca durata molti anni ci fermiamo qui in quanto un primo passo è stato fatto; una continuità insediativa dalla preistoria, una lunga fase romana, una famiglia nobile medievale non esattamente identificata, l’appartenenza della Rocca alla famiglia dei notai Nuti che la possedettero per più di due secoli, il possesso dei Conti Fiumi di Assisi e per finire all’attuale ignaro proprietario che spinto dalla curiosità e dalla fiducia nei nostri confronti ci ha affidato la ricerca.
Lo ringraziamo per l’attiva collaborazione e la smisurata pazienza e disponibilità manifestata nei nostri confronti, spero che questo lavoro sia da lui apprezzato.
Aspetto
I ruderi si elevano su una collinetta conoide che si affaccia strapiombo sul sottostante fosso di Pianciano che scorre nella parte ovest; l’area interessata abbraccia una superficie notevole con mura perimetrali leggibili per quasi tutta l’estensione del fortilizio.
Nella parte est ha resistito fino all’anno scorso (2025) un brandello angolare di torre alto circa sei metri, ma che ad oggi non ha resistito all’usura del tempo.
All’interno dei ruderi sono leggibili misere alzate di muri che delimitavano le abitazioni, però per avere un quadro preciso dell’abitato sarebbero necessari degli accurati approfondimenti archeologici.
Di sicuro i proprietari disponevano di numerosi edifici all’interno per gli usi più disparati, sia abitativi sia adibiti a magazzini e stalle per animali.
La disputa del trave
L’episodio della trave è narrato da San Pier Damiani (sec. XI) e racconta che durante l’edificazione della cattedrale di San Rufino ad Assisi, costruita nell’XI secolo, gli assisani tagliarono una trave enorme, di dimensioni eccezionali, destinata al suo tetto.
I Perugini che erano in eterno conflitto con gli Assisani, venuti a conoscenza del fatto, ingaggiarono una contesa per il possesso dell’enorme trave, fino a che questi, la “rapirono” (la presero con la forza) per usarla nella loro cattedrale, ma gli Assisani riuscirono a trattenerne una parte.
La parte rimasta ad Assisi fu incorporata nella costruzione dell’antica basilica, forse nella struttura della torre campanaria o visibile nella Cripta, come elemento simbolico della contesa.
Nota di ringraziamento
Come suddetto ringrazio Gianni Musacchio proprietario del bene; Pier Maurizio Della Porta responsabile dell’Archivio Capitolare di San Rufino ad Assisi; l’archivio di Stato di Assisi nella persona di Martina Catarinelli il cui contributo è stato preziosissimo ed è stata una persona che sin dal primo momento si è dedicata con tutte le sue capacità nella ricerca; Ringrazio altresì il Dott. Daniele Capezzali per aver fornito le mappe del catasto gregoriano.
Nota
Il testo è di Marcello Labate e Fugnoli Raimondo.
Fonti documentative
Documenti Archivio di Stato di Assisi
Pergamene dell’Archivio Capitolare di San Rufino ad Assisi
Mappe del Catasto Gregoriano
Francesco Santucci – Costa di Trex (Assisi) – 2004
Arnaldo Fortini – Vita nova di San Francesco – 1959
Elvio Lunghi – Seguire i soldi – Assisi Mia 8 dicembre 2021
http://www.umbriageo.regione.umbria.it/
Mappa
Link alle coordinate: 43.115176 12.665013