Castello di Alviano – Alviano (TR)

Alviano più che per il suo castello, seppur bellissimo, è maggiormente conosciuto per la sua Oasi naturalistica del WWF.

 

Cenni Storici

Nei documenti medievali Alviano viene citata con il nome di “Albianum“, derivante, probabilmente, dalla “gens Albia“, che qui avrebbe avuto un suo possedimento.
Una villa campestre, i cui resti con pavimenti a mosaico sono a poco più di un chilometro dal centro, in località Popiliano e i ruderi di un vicino guado sul Tevere nei pressi di Madonna del Porto, stanno a testimoniare l’insediamento romano in questa zona.
L’origine del feudo di Alviano risale, invece, all’anno 996, quando un certo conte Offredo, giunto dalla Germania al seguito di Ottone III, fece costruire il “castrum” o Rocca d’Alviano e ne divenne feudatario, dando così inizio alla famiglia degli Alviano.
Nel medioevo, le vicende di Alviano si legano a quelle dello Stato pontificio, sotto la cui dipendenza rimase per tutto il periodo di antico regime.
Tra XI e XII secolo gli Alviano divennero potentissimi, estendendo, con il beneplacito della Chiesa di cui si dichiaravano fedeli sudditi, il proprio dominio su tutta la Teverina e in altre zone dell’Umbria e delle Marche.
Lo “Status Alviani” divenne il più vasto e potente dell’Umbria sud-occidentale.
Nell’ambito delle lotte tra guelfi e ghibellini, la politica dei conti di Alviano si orientò verso la guelfa Orvieto, di cui, nel XIII secolo, divennero “domicelli“.
La Comunità di Alviano rientrava tra le terre del Patrimonio di San Pietro, con capoluogo Viterbo.
Pur nella dipendenza dalla Camera apostolica, fu sempre un feudo e conobbe, dopo la morte di Livio d’Alviano, figlio di Bartolomeo, la dominazione di numerose famiglie.
Nell’ambito di tale dominio, Alviano tentò un’organizzazione comunale in qualche modo autonoma, mantenendo, sebbene esautorate di ogni potere politico, le proprie magistrature, secondo una forma di governo diarchico.
Gli organi di autogoverno erano il consiglio generale e la magistratura collettiva dei priori.
Nel 1654, all’estinzione della famiglia Alviano, la Rocca fu acquistata da Donna Olimpia Pamphili Maidalchini, cognata di papa Innocenzo X.
Gli abitanti della Comunità di Alviano godevano dei cosiddetti “usi civici“: diritto di seminare e raccogliere, di pascolo, di raccogliere la ghianda, di tagliare la legna.
Nel motu proprio di papa Pio VII del 6 luglio 1816 sull’organizzazione dell’amministrazione pubblica, Alviano è classificato come luogo baronale del Governo distrettuale di Terni, appartenente alla Delegazione di Spoleto della Provincia dell’Umbria.
Nel riparto territoriale dell’anno successivo figura come appodiato della Comunità di Guardea.
Nel 1833 era una Comunità dipendente dal governatore di Amelia, all’interno del Distretto di Terni nella Delegazione di Spoleto, poi Provincia di Spoleto.
Nel 1860, nel nuovo Stato unitario, il Comune di Alviano entrò a far parte della Provincia dell’Umbria, all’interno del Circondario di Terni e del Mandamento di Amelia.
Il primo sindaco fu Rosato Di Biagio, coadiuvato da due assessori.
Nel 1920 l’antica rocca fu donata al Comune dai discendenti dei Doria Pamphili.
Con il regio decreto n. 1 del 2 gennaio 1927 la Provincia dell’Umbria fu soppressa e, contestualmente, furono istituite la Provincia di Perugia e la Provincia di Terni, cui Alviano fu assegnata.
Successivamente ha seguito le vicende istituzionali ed amministrative degli altri comuni italiani.
 

Aspetto

Il piccolo borgo, circondato dalle mura difensive, presenta ancora la sua chiara impronta urbanistica medievale, caratterizzata da una forma compatta con un tessuto viario piuttosto fitto ma regolare, rimasta quasi totalmente immutata nonostante il rifacimento di diversi complessi edilizi.
Elegante e imponente il Castello di Alviano sovrasta tutta la valle del Tevere.
Ricostruito nel XVI secolo, su un fortilizio preesistente distrutto dagli Amerini, seguendo i dettami della nuova ingegneria militare dell’epoca, presenta una pianta quadrangolare con possenti torri angolari a base circolare e muro a scarpa, mentre il suo carattere signorile è visibile dalla presenza del doppio loggiato interno e dallo scalone che conduce al piano superiore, dove si trovano grandi finestre di stile rinascimentale.
All’interno un bel cortile rinascimentale con doppio loggiato, su cui affacciano numerosi ambienti di pregio.
Tra questi la cappella che contiene una serie di affreschi del ‘600 che possono essere considerati come una sorta di memoria visiva della storia di Alviano.
Nella cappella è raffigurato infatti il miracolo di San Francesco e le rondini, avvenuto nel 1212 proprio ad Alviano.
È opera contemporanea invece il volto di Bartolomeo raffigurato nella sala consiliare; le fattezze sono quelle reali, tratte da una moneta del Cinquecento coniata dalla Repubblica di Venezia.
Ancora oggi il Castello, sapientemente restaurato, è il fulcro della vita cittadina: il piano nobile ospita il Municipio; al piano terra si trova il Centro di documentazione audiovisiva sull’Oasi di Alviano, oltre a un centro convegni moderno e attrezzato.
I sotterranei del Castello ospitano mostre permanenti di arte moderna e il Museo della Civiltà Contadina che si occupa di promuovere il patrimonio locale e di salvaguardare le tradizioni del territorio.
Di recente, proprio in onore di Bartolomeo d’Alviano, suo antico padrone, il Castello è diventato sede del Centro studi sui capitani di ventura, che eroga diversi servizi didattici come visite guidate, visite tematiche, visite teatralizzate e laboratori didattici.
 
 
 

Chiesa di Santa Maria Assunta

All’interno del borgo è possibile ammirare la Chiesa di Santa Maria Assunta.
Attualmente (2018) è inagibile a causa dei danni causati dal terremoto.
Documentata come Collegiata fin dal 1275, ristrutturata nel XV secolo, alle soglie del XVI secolo fu ornata di una preziosa tavola di Nicolò Alunno, rappresentante la Madonna Assunta circondata da angeli glorificanti.
In origine aveva due sportelli laterali con le figure di San Giovanni Battista e di San Sebastiano, che attualmente si trovano nel Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma.
Interessante anche un affresco di Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, commissionato nel 1516 dalla vedova di Bartolomeo d’Alviano, Pantasilea Baglioni, rappresentante la stessa nobildonna e una Madonna e Santi.
 
 
 

I Calanchi e le Case di terra

Il territorio di Alviano è ricco di calanchi, originati dall’erosione operata dalla pioggia, dal vento e dai corsi d’acqua, suggestivi ed interessanti, ma sterili e franosi.
Si trovano su depositi di argille e sabbie, resti di un antico mare poco profondo, che circa 1,5 e 2 milioni di anni fa lambiva la dorsale calcarea dei Monti Amerini.
Dall’argilla dei calanchi, impastata con acqua e paglia per evitare che seccandosi si fessurasse, per millenni l’uomo ha ricavato semplice e povere abitazioni, di cui rimangono nei dintorni di Alviano, in località Colle Villa, interessanti testimonianze.
I muri esterni erano costruiti con una sorta di grossi mattoni sovrapposti.
L’abitazione era generalmente costituita da un unico grande vano, cui se ne aggiungevano lateralmente altri quando la famiglia si ingrandiva.
Il tetto era in coppi sostenuti da un’orditura principale di grossi travi di legno e da una secondaria di travi più sottili e cannucce, su cui si poggiava uno strato di argilla che serviva a isolare ed impermeabilizzare.
Gli architravi delle porte e delle finestre erano in legno, ma non c’erano infissi: le finestre si chiudevano con scuri in legno o addirittura con semplici teli.
All’interno il pavimento era in terra battuta e nell’unica stanza c’era il focolare in un angolo, un tavolo con sedie o panche, qualche mensola, un’asta di legno per appendere i vestiti, l’arca per il pane e i pagliericci imbottiti di foglie di granturco.
 
 
 

Oasi naturalistica WWF

Nelle vicinanze, a ridosso dell’omonimo lago, si trova l’Oasi di Alviano: una riserva faunistica di circa 900 ettari gestita dal WWF, dove è possibile praticare birdwatching.
Oggi nelle acque dell’Oasi di Alviano, tra le varie specie di uccelli presenti, troviamo il Martin Pescatore, l’airone grigio e l’airone bianco, che è il simbolo dell’area protetta.
Tra gli altri animali che popolano luogo incantevole possiamo incontrare il capriolo, il cinghiale, il daino e il cervo.
L’Oasi comprende tutti gli ambienti tipici delle zone umide ad acqua dolce: palude, stagno, acquitrino, marcita, bosco idrofilo e presenta due Sentieri Natura.
Il primo, circolare, per le visite scolaresche, attrezzato con piccoli capanni, un’aula didattica all’aperto e al chiuso e una torre di avvistamento; il secondo, consigliato agli appassionati ed ai fotografi naturalisti, si sviluppa lungo il fiume Tevere e la palude.
Inoltre in loco è disponibile uno stagno e un laboratorio didattico attrezzato con microscopi professionali, telecamere e monitor e un’area pic-nic coperta.
Nelle vicinanze di Alviano si trova l’Eremo Francescano di Santa Illuminata, che si crede fondato da San Romualdo nel secolo XI, con una grotta di San Francesco, meta di numerosi pellegrinaggi.
In località Belvedere, la Cappella delle rondini, ricorda il miracolo di San Francesco.
 

LE LEGGENDE

Il Pian della Nave

La minaccia della conquista da parte dei romani aveva portato Etruschi e Umbri ad unirsi per difendersi dal nemico comune: venendo dalla sponda destra gli Etruschi e dalla sinistra gli Umbri, si incontrarono là dove oggi termina il lago d’Alviano, all’altezza della diga, dove anche all’epoca il fiume faceva un salto e presero una la barca per andare incontro al comune nemico.
L’imbarcazione, stracarica, ebbe danni nelle rapide e si arenò tra la melma e le giuncaie, i romani, che avevano risalito il Tevere da Orte e l’aspettavano pronti e fecero strage dei combattenti del luogo.
Si levarono allora dalle sponde del fiume grida e pianti di vecchi, mogli e bambini che avevano visto morire i propri cari e l’indipendenza della patria.
E così, ancora oggi, quella battaglia e quel luogo sono ricordati come “pianto della nave“, e la zona si chiama appunto “Pian della nave“.
 

La testa di Cicerone

Caio Popilio Lenate era un tribuno romano, inviato da Antonio per uccidere Cicerone.
Lo raggiunse presso la sua villa di Formia e gli tagliò la testa, che poi nascose dentro ad un sacco.
Popilio tenne con sé l’orrendo trofeo e fuggì, imbarcandosi sul Tevere, fino a raggiungere il piccolo villaggio, Albianum, dove si stabili in una villa, presso il podere chiamato da lui chiamato Popiliano.
Tra le canne trovò una caverna, e lì nascose il sacco con la testa di Cicerone.
Lì morì all’improvviso mentre stringeva convulsamente il sacco, e lo seppellirono sul luogo senza riuscire a staccarglielo dalle mani.
I secoli passarono, e circa 1000 anni dopo arrivarono dei monaci da Soratte e dal Cimino, che fondarono a Popiliano un monastero in onore di San Silvestro.
I monaci, ben presto, cominciarono a sentire voci misteriose, a vedere segni strani, nessuno voleva più camminare nei corridoi di notte, perché spesso appariva una luce di una lampada a forma di teschio, tenuta in mano da uno scheletro.
Un giorno, il priore del monastero trovò per caso una pergamena e, grazie ai suoi studi, gli parve che si trattasse di un testo di Cicerone: appena scese nella cripta di San Silvestro, le luci si spensero con una folata di vento e sentì un ululato che lo immobilizzò dal terrore.
Apparve sull’altare lo scheletro, che teneva la lampada-teschio per il collo, come se volesse strangolarlo: il teschio aprì la bocca e con un rantolo disse “Causa causarum, miserere mei!”, la stessa frase che il priore aveva letto sulla pergamena, e che Cicerone aveva pronunciato al momento della sua morte.
Il povero priore ebbe solo il tempo di alzare la mano per fare il segno della croce verso il teschio, prima di morire dalla paura.
Quando sono stati fatti gli scavi di Popiliano, tra il tanto materiale rinvenuto c’era una tomba con dentro uno scheletro intero, ben conservato, che stringeva tra le mani un teschio mummificato, con occhi spalancati e bocca aperta, dalla quale si intravede una lingua che sembra viva.
 

Donna Olimpia Maidalchini

Legata a questo castello è la leggenda di Donna Olimpia Maidalchini, chiamata di spregiativamente Pimpaccia, patrizia romana di grande potere e pessima fama.
Grazie a lei, si dice, il cognato riuscì a varcare il Soglio Pontificio col nome di Innocenzo X Pamphili, ed Olimpia accompagnò poi tutta la sua carriera, tanto che l’enorme ed indiscussa influenza che essa aveva alla corte papale le valsero il soprannome di Papessa.
Pare che ad Alviano Olimpia avesse l’abitudine di attrarre giovani ragazzi nel castello, facendosi riportare il fazzoletto che le era subdolamente caduto dalla finestra e, dopo aver offerto loro vino e cibo, ed aver soddisfatto i propri piaceri carnali, li gettava in trabocchetti nei sotterranei del castello, dove mille coltelli li trafiggevano e di loro nessuno sapeva più niente.
Forse non è solo una leggenda, che ossa e coltelli, nei sotterranei, sono stati trovati veramente.
 

Fonti documentative

http://www.turismoalviano.it/ita/6/arte-e-cultura/?&ss=1

http://www.bellaumbria.net/it/itinerari/cosa-vedere-ad-alviano-in-un-giorno/

http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=46489

 

Nota

La galleria fotografica ed il testo sono stati realizzati da Silvio Sorcini.
 

Da vedere nella zona

Cappella delle rondini – Alviano
Eremo Francescano di Santa Illuminata – Guardea
Castello di Poggio di Guardea – Guardea (TR)
Collegiata di Santa Maria Assunta – Lugnano in Teverina
Convento di San Francesco – Lugnano in Teverina
 

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