Cenni storici
Ciciliano, 1300 abitanti, m. 619, è un borgo arroccato su un colle attorno al castello Theodoli e alle due chiese principali, dell’Assunta (parrocchiale) e della Madonna della Palla.
E’ l’antica Trebula Suffenas, prima oppidum del popolo degli Equi, poi municipio romano.
Sta in posizione strategica tra i monti Ruffi e i Prenestini a controllo del Passo della Fortuna (m 417), crocevia degli itinerari di transumanza delle antiche popolazioni appenniniche e di collegamento con Roma e la costa laziale attraverso Praenestes (Palestrina) o Tibur (Tivoli).
Al Passo della Fortuna i pastori trovavano un luogo di sosta ideale per far riposare e dissetare il bestiame prima di affrontare l’ultimo tratto del loro itinerario verso la pianura.
Nell’Alto Medioevo Trebula fu abbandonata dai Suffenati, che si arroccarono nel vicino castrum Cecigliani; questo presidio per tre secoli fu controllato dal monastero Sublacense, poi nel 1357 divenne possesso della famiglia Colonna, che lo governò per circa duecento anni; infine nel 1563 Marcantonio Colonna vendette il feudo, con San Vito e Pisoniano, a Domenico Massimo, che il 5 aprile 1566 fu nominato da papa Pio V Conte di Ciciliano.
Dopo una lunga passeggiata nella parte alta del borgo (durante la quale ho incontrato Calogero Rizzo, siciliano, 95 anni ben portati, da 71 sposato a Ciciliano, dopo essere scampato all’eccidio delle Fosse Ardeatine) sono ridisceso alla parte bassa del paese e per via di Santa Liberata ho raggiunto l’antica chiesa omonima, con i suoi affreschi quattrocenteschi e il collegio libanese annesso.
Dalla piazza di Santa Liberata la vista spazia sui due versanti della valle, sul monte della Mentorella e su quelli del Sublacense, oltre che sui borghi di Sambuci e Saracinesco.
Palazzo Theodoli (già castello Colonna)
La presenza dei Colonna a Ciciliano va, salvo brevi interruzioni, dal XIV al XVI secolo.
Il 18 gennaio 1357 Pietro Giordano Colonna signore di Genazzano acquistò da Sant’Alberto Romano del Rione Monti la terza parte del castello di Ciciliano (inteso come possesso fondiario del territorio).
Nel 1373 Ciciliano figura nel suo testamento insieme a San Vito e a Pisoniano.
Negli anni seguenti i Colonna, anche se proprietari del Castello, vollero costruirsi una nuova residenza, forse più confacente alle loro necessità: il cosiddetto Palazzo Colonna che, in origine abbastanza comodo per ampiezza e dislocazione, con sale affrescate, ancora troneggia al centro del borgo; intorno ad esso, modificato nel tempo, prese corpo il Borgo Colonna i cui primi edificatori furono forse i familiari del Principe.
L’edificio, che reca a fronte lo stemma dei Colonna con sovrapposto il simbolo papale delle chiavi e del triregno, fu almeno ampliato dal Cardinale Oddone Colonna (poi papa Martino V); non si può escludere che proprio lui, noto per la sua dinamicità costruttiva e conservativa, sia stato il realizzatore del complesso; fu scritto infatti di lui:
“Probo, di poca spesa, non pomposo. Restauratore di monumenti antichi ed edificatore“.
Papa Martino V Colonna, tra l’altro, il 7 maggio 1427 nominava vescovo di Tivoli (successore del defunto vescovo Sante) Niccolò De Cesari da Ciciliano, un suddito di casa Colonna, che governò la diocesi tiburtina fino al 1450.
Nel 1563 cessò la presenza feudale dei Colonna in Ciciliano.
Forse Marcantonio Colonna fu spinto alla vendita del feudo dalla necessità di pagare dei debiti contratti con la famiglia Borromeo, per l’acquisto di navi da guerra impiegate per la difesa delle coste laziali, spesso attaccate da pirati barbareschi, e per la battaglia di Lepanto.
I Theodoli acquistarono il feudo nel 1572 e modificarono il palazzo Colonna di Ciciliano così come appare oggi; mostra notevoli modifiche e aggiunte, vi furono addossate nuove costruzioni e ristrutturazioni interne ben riscontrabili nei piani inferiori; resta integra gran parte della facciata Sud-Ovest.
Sul lato sud del palazzo, a fianco di quelle che probabilmente erano le scuderie, sorgeva un lavatoio pubblico (demolito nel 1965).
Esso era alimentato dall’acqua che nel 1869 l’arciprete Riccardi con il concorso del popolo addusse dalla montagna a Ciciliano per alimentare la fontana pubblica della piazza; l’acqua scorreva, per l’abbeveraggio dei quadrupedi, prima al fontanile ancora oggi esistente in Via Roma, ornato da un elemento di epoca romana, in calcare locale.
Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo
I Benedettini di Subiaco furono i primi colonizzatori della zona al momento della ripresa agricola intorno al secolo IX; perciò prima e dopo l’anno 1000 erano presenti nell’agro numerose chiese rurali.
Il paese nacque tra i secoli XI e XII, ma per quanto sappiamo si dotò di una chiesa parrocchiale solo nella prima metà del 1500.
La funzione di parrocchia fu svolta in un primo tempo dalla chiesa di S. Erasmo, chiesa baronale di probabile origine benedettina, sconsacrata nel 1609 e tuttora visibile a fianco della torre circolare del Castello.
Della fondazione dell’Assunta si apprende dalla prima visita pastorale del Vescovo di Tivoli, compiuta nel 1564; vari indizi fanno ritenere che la chiesa nacque poco prima di tale data.
Era meno grande dell’attuale e posta nel luogo dove sorge oggi, ma a una quota inferiore; questa ipotesi può ritenersi confermata dall’osservazione delle costruzioni vicine e dall’esistenza dei vuoti presenti al di sotto della chiesa medesima e dall’osservazione delle varie riprese dei muri che delimitano l’Ortaccio, l’antico cimitero.
Oltre che dare sulla piazza, era collegata con ogni probabilità alla Piazzitta o Spiazzetta, luogo citato nel 1681 dal parroco don Giuseppe Rossi.
Aveva forse anche un ingresso secondario a terra, un atrio da dove oggi si accede all’ex ambulatorio comunale, lì è tuttora presente un portico con archi e con un sotterraneo laterale a volta, adibito poi ad abitazione, che potrebbe essere stato il Cimitero ancora posto in chiesa.
Nel 1581 il Vescovo G. A. Croce ordina “di costruire la sagrestia in luogo adatto e che sopra quei sotterranei esistenti nella chiesa venga posto un coperchio di marmo affinché lo sgradevole puzzo dei cadaveri non si spanda nella chiesa“.
Il portico e gli archi, se costruiti fine a sé stessi, non avrebbero avuto giustificazione.
Alcuni ricercatori hanno individuato nel luogo citato un possibile ingresso a un palazzo signorile; ipotesi che manca di documentazione certa, ma come detto il luogo poteva ben servire anche per accedere in chiesa.
Si consacrò la chiesa parrocchiale alla Madonna per la profonda devozione del popolo ad essa e anche per rafforzare il culto mariano, secondo le direttive del Concilio di Trento (1545-63).
Nel 1681 l’arciprete si lamentava con il Vescovo perché nella “piazzitta” sovrastante la chiesa il popolo piantava “il Maggio“, un albero, con danno al tetto della medesima.
Il particolare del “maggio” conferma come la chiesa primitiva fosse posta a livello inferiore dell’attuale; soltanto così l’albero, con rami e foglie, poteva danneggiare il tetto; il luogo è ancora oggi indicato dal popolo come “La Spiazzetta“.
Dopo la perdita della proprietà della Madonna della Piazza o Palla la popolazione volle dotarsi di un edificio ampio e confortevole.
Fu demolita dalle fondamenta l’Assunta primitiva e nel 1793 iniziarono i lavori per la sua ricostruzione, terminati nel 1818 data dell’apertura al culto; le rifiniture e le pitture terminarono nel 1867, come è scritto nella lapide sulla facciata della chiesa.
La Comunità di Ciciliano affrontò un enorme sforzo finanziario per completare l’opera, insieme con la Confraternita del Santissimo Sacramento.
Si ripeté, ma questa volta a buon fine, l’impegno prodotto per la Madonna della Palla e replicato in seguito per altre necessità.
Realizzò l’edificio il fabbrimurario (architetto) Domenico, la nuova chiesa ha subito in seguito interventi e restauri.
Esterno
La facciata della chiesa consta di un corpo centrale sopraelevato e terminante in un timpano retto, affiancato da due corpi laterali aggettanti, che danno movimento alla superficie.
A circa 2/3 dell’altezza una cornice aggettante e decorata divide in due la facciata; nella parte superiore una grande finestra illumina l’interno, in quella inferiore il portale centrale è sormontato da un timpano curvo aggettante e dalla lapide, che dice (tradotta dal latino):
“Questa chiesa dedicata alla Madre di Dio Assunta in Cielo fu costruita nel 1795 a spese pubbliche fu abbellita nel 1867 essendo papa Pio IX e Vescovo di Tivoli Carlo Gigli“.
Interno
L’interno è a pianta basilicale, senza transetto, a tre navate divise da pilastri con archi voltati.
E’ di pregio artistico il paliotto dell’altare (sec. XVIII), fatto di serpentino, alabastro, marmo nero e giallo, e i dipinti parietali di Giacomo Cerutti (sec. XIX).
Il quadro dietro l’altare maggiore, una Assunta di G. B. da Navarra, è stato donato dal personaggio raffigurato in basso a mezzo busto, in abito nero con colletto bianco; fu restaurato nel 1835 dal Cav. Camuccini che lo giudicò “di molto pregio“, e poi ancora negli anni ’30 e recentemente.
Nella chiesa si conservano un fonte battesimale e un’acquasantiera del sec. XVI; un quadro della Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina da Siena della metà del ‘600 e uno della Madonna con Santi e Anime purganti della fine del ‘700.
In sagrestia sono conservati un lavabo del 5-600 e altri oggetti liturgici e processionali.
Santa Maria della Piazza, poi detta della Palla
Narra la tradizione del ritrovamento di un dipinto della Madonna apparso sull’intonaco d’un vecchio muro scrostatosi a seguito alla pallonata inferta da alcuni bambini che giocavano in piazza.
L’affresco, pur alterato da una ridipintura, è tuttora visibile nella chiesa della Madonna della Palla.
Il ritrovamento dell’immagine fu considerato miracoloso dal popolo, che intorno al 1660 volle costruire una piccola chiesa dedicata alla Beata Vergine de Platea, della Piazza.
La sua festa fu fissata al 13 luglio, giorno del ritrovamento.
La chiesa fu sempre indicata dai Vescovi visitatori come Beata Maria Vergine della Piazza e solo in seguito fu chiamata “della Palla“.
Fin verso il 1720 essa restò in buone condizioni, ma poi iniziò a rovinarsi e il popolo pensò di ricostruirla ex novo su disegno del feudatario, l’architetto Marchese Girolamo Theodoli.
Su sollecitazione di questo, il 21 marzo 1745 il General Consiglio decise di impegnare la Comunità nella edificazione della Nuova Madonna della Piazza disponendo di provvedere al fabbisogno con manodopera volontaria, con risorse comunali, con la fornitura di calce ricavata dalle calcare, con il trasporto gratuito dei materiali, con le usuali cerche o questue di cui la principale quella del grano ad agosto.
Il grande sforzo comunitario per portare avanti l’opera durò undici anni, e non fu sufficiente.
Il 23 settembre 1756 il General Consiglio deliberò che, trovandosi la Comunità assolutamente senza denari e dovendo pagare i muratori, i copertini (costruttori dei tetti), le spese per i canali e altro, si richiedessero un centinaio di scudi al Monte dei Pegni; delibera approvata con 234 voti favorevoli (fagioli) e 2 contrari (fave).
Il Comune ottenne il prestito e decise di restituirlo in due anni tramite la cerca del grano in agosto e la vendita delle “Pontora” (erbe dei pascoli comunali); ma al momento della restituzione, persistendo la mancanza di fondi, si decise di offrire la proprietà della chiesa al Marchese arch. Theodoli, che accettò di pagare i debiti (162 scudi e 85 baiocchi in totale), di conservare la chiesa e di nominarne anche il Cappellano.
Solo nell’anno 2000, per disposizione testamentaria di Don Mario Theodoli, la chiesa della Madonna della Piazza tornò di proprietà pubblica.
Aspetto
Di stile neoclassico, ha una semplice facciata ornata da lesene lisce e timpano aggettante retto.
In alto una grande finestra rettangolare illumina l’interno e sul portale è lo stemma dei Theodoli.
Interno
L’interno è ad aula unica voltata a botte, priva di coro e con spazi laterali ridotti, perciò compatta nella sua mole.
Si ritrovano in questa chiesa tutti i raffinati elementi compositivi dell’architettura di Girolamo Theodoli, elementi che l’artista aveva già adottato nelle altre sue opere romane, che furono: l’Oratorio della Divina Provvidenza, S. Nicola in Arcione, SS. Pietro e Marcellino in via Merulana, il convento e il campanile di S. Maria in Montesanto a Piazza del Popolo, la chiesa di San Pietro a Vicovaro ecc.
Anche gli oggetti sacri ivi conservati sono tutti del XVIII secolo.
Fonti documentative
Giuseppe Marocco – Monumenti dello Stato Pontificio – tomo VIII, Roma, 1835.
Giulio Silvestrelli – Città, castelli e terre della regione romana – vol. I, Roma, Arti grafiche, 1940
Franco Sciarretta – Trebula Suffenas. La città dei Plautii Silvani (presso l’odierna Ciciliano) – 2013.
Nota
Il testo è di Stanislao Fioramonti, le foto sono di Patrizia Magistri; la visita è stata effettuata il 30 aprile 2019.
Mappa
Link alle coordinate: 41.962059 12.941147