Castello di Forte Cesare – Montecastrilli (TR)

Gli edifici sono in stato di forte abbandono e avvolti dalle spine, il progetto che doveva recuperarlo incontra problemi burocratici che favoriscono il degrado e minano la sua stabilità.

 

Cenni Storici

Forte Cesare si mostra dominante sopra una collina in posizione strategica di fronte a Castel dell’Aquila.
La parte più antica del complesso, edificato lungo l’antica via Amerina, risale al VI-VII d.C., ma non è escluso che sul luogo esistesse già una precedente costruzione di epoca romana.
La torre e parte degli ambienti del livello inferiore rivelano coperture con “volte a botte“, di epoca alto-medioevale e di influenza bizantina.
Infatti Fortecesare si trova in luogo elevato e domina una zona molto vasta di territorio, per cui è probabile che sia stato costruito come caposaldo dai Romano-Bizantini, quando questo territorio era l’unica via di comunicazione che univa Roma (Papa e Ducatus Romanus) con Ravenna (sede dell’Esarca bizantino).
Doveva svolgere la funzione di difesa e avvistamento (controllo a vista), posto a guardia del percorso, dagli storici denominato Corridoio Bizantino: stazione di posta e di ristoro dove risiedevano alcuni soldati con il compito di proteggere i viandanti.
Intorno all’anno Mille il territorio sul quale insiste Fortecesare appartenne alle Terre Arnolfe sotto il controllo dell’Arcivescovo di Spoleto.
Di questo periodo e dei secoli successivi non si hanno documenti, la testimonianza più attendibile può essere desunta dalla lettura delle sue imponenti strutture.
All’inizio del XVI sec. il complesso “fu giurisdizione della casa Stefanucci, dai quali ne fece acquisto Monsignor degli Atti di Viterbo, originario degli Atti di Todi” (G.B. Alvi, Dizionario Topografico Tudertino, MS, 1765).
La proprietà degli Atti, potente famiglia di fede Guelfa originaria di Todi e dominante su Viterbo, risulta dall’iscrizione posta sull’architrave in pietra di un ambiente DE APTIS MDC quando tutto il complesso fu completamente ristrutturato e da sito militare divenne un palazzo residenziale.
Solo la torre rimase nella sua originaria posizione dominante, mentre tutte le altre costruzioni vennero ricomprese in una nuova villa a tre piani.
Fino ad allora, troviamo il toponimo indicato come “Peroccolo”, in particolare in alcune mappe redatte nel Vaticano nel XIX secolo ma attestanti la situazione sei secoli prima.
La prima volta che si incontra ufficialmente il lemma “Cesare” per indicare il sito, risale ad una carta datata 1636; il motivo può essere ricondotto al nome del condottiero che probabilmente sfruttò quel forte nelle sue campagne nel corso del XV secolo: Cesare Borgia, il cui casato sosteneva lo Stato Pontificio nello scontro tra famiglie Guelfe e Ghibelline.
Questa è la ipotesi più accreditata, rispetto alla denominazione ancora oggi utilizzata.
In una carta annessa al trattato “Sul Legno Minerale Fossile” di Francesco Stelluti (1636), accademico dei lincei, il Forte viene nominato come Cesarium.
Nella “Carta dell’Umbria ovvero Ducato di Spoleto dedicata all’Eminentissimo et Reverendissimo Principe Cardinale Barberino, Vice Cancellario e nipote di SS. Urbano VIII, redatta da Giovanni e Cornelio Blaeu“, è visibile con il nome di Cesari.
In una carta del 1696, opera di F. Sforzini, e redatta per definire i confini tra Amelia e Todi, compare Fortecesare come appartenente al territorio di Todi ed è indicato col toponimo di Cesare.
Ai tempi del Pontefice Innocenzo XI (1676-1689) il Vescovo Francesco Atti faceva erede di tutti i suoi beni stabili, che possedeva nel villaggio di Fortecesare, nella Diocesi di Todi, l’istituto di Propaganda Fide, compreso il prodigioso simulacro del SSmo Crocifisso, a lui donato dallo stesso Pontefice” (B. Pianegiani; P. Alli, “La pervetusta famiglia degli Atti“, Todi, 1888).
Alla fine del XVII secolo Propaganda Fide cedette in enfiteusi tutta la proprietà di Fortecesare alla famiglia Verchiani, ma, dopo alcuni anni di insolvenze e ruberie, venne acquistata dalla famiglia Ciatti il 26 Febbraio 1808.
Nel 1922 Angelo Ciatti lasciò tutta la proprietà al Comune di Amelia.
La gestione comunale risultò problematica fin dagli inizi.
Col suo testamento, Angelo Ciatti intendeva indirizzarne le rendite al Collegio Convitto Boccarini di Amelia, sostenendo in tal modo, con un atto di carità, il sistema educativo locale.
Il collegio, inizialmente gestito dall’ordine Francescano, passò nel 1932 ai Padri Salesiani; era la più importante scuola non solo in Amelia, ma nell’intero circondario di piccoli e grandi villaggi, nel raggio di parecchi chilometri.
In accordo alle volontà di Angelo Ciatti, Amelia divenne il più importante centro scolastico dell’intero territorio rurale; altre istituzioni di pari livello erano localizzate solo a Todi, Orvieto e Terni.
Due problemi emersero dal lascito Ciatti: dapprima una forte opposizione legale da parte di alcuni famigliari, che tentarono di invalidare la volontà di trasferire la proprietà al Comune di Amelia.
In secondo luogo, mentre Amelia era il Comune proprietario, terreni ed edifici rientravano nel territorio sotto il governo del Comune di Montecastrilli; i ruoli erano differenti, essendo il primo formale proprietario, mentre all’altro competeva l’indirizzo urbanistico e territoriale.
In effetti tale dualismo non sembra abbia inizialmente creato serie questioni tra le parti, ma senza dubbio costituì la ragione di alcune incertezze, di mancanza di collaborazione e di alcuni scarichi di responsabilità che si verificarono nei decenni successivi.
Alla fine della seconda guerra mondiale, terreni ed edifici vennero affittati a locali famiglie di agricoltori, e successivamente al Molino Cooperativo, che si occupava di alcune fasi di trasformazione dei raccolti di cereali prodotti nel comprensorio.
E’ specialmente dopo il terremoto del 30 luglio 1978 che le condizioni di degrado iniziarono a far sentire i propri effetti su terre ed edifici, e probabilmente in questo stesso periodo iniziarono, o si accentuarono, furti e saccheggi.
Ben prima della conclusione del ventesimo secolo, il bene si trasformò per Amelia da risorsa a problema.
E’ a questo punto che il Comune ha deciso di vendere Forte Cesare ad un soggetto privato, e questo ha portato condizioni di ulteriore abbandono, danneggiamento e saccheggio.
Gli attuali proprietari, la Società Forte Cesare, hanno nel frattempo lavorato ad un progetto che mira al recupero strutturale e funzionale degli edifici, oltre che all’utilizzo economico dell’intera area.
Tali progetti non sono ancora stati approvati dalle competenti Autorità pubbliche.
L’iter autorizzativo prevede il coinvolgimento del Comune di Montecastrilli, della Provincia di Terni, della Regione Umbria e della Soprintendenza Regionale ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici.
L’idea punta alla creazione di una struttura ricettiva di segmento superiore con annessi servizi sportivi e ricreativi, tra i quali un campo da golf da 18 buche e una sezione termale.
Un progetto ambizioso e lungimirante, ma distante dalle radici di quel pezzo di storia chiamato “Forte Cesare”.
 

Aspetto

Il palazzo rappresenta una delle ville-palazzo fortificate più interessanti del territorio umbro per il suo alto valore architettonico.
L’impianto planimetrico complessivo caratterizza fortemente l’unità di paesaggio attraverso i rigorosi allineamenti ortogonali delle parti disposte entro la bella figura di un rettangolo i cui lati sono in una proporzione di circa 1:2.
La strada di accesso divide in due ambiti l’intero sito: un’area pressoché quadrata, che contiene il giardino e i due edifici gemelli annessi, e una più piccola area contenente un edificio di servizio, la cappella e il palazzo.
Quest’ultimo conserva l’alta torre angolare del maschio medievale e, per il resto, risulta improntato al gusto sangallesco di fine Rinascimento; presenta eleganti facciate ritmate da equilibrate sequenze di finestre e una bella cornice di coronamento appoggiata su mensole.
Più riccamente ornate risultano le due palazzine di accesso al giardino segnate da lesene, nicchioni e raffinate fasce marcapiano.
Gli interni del palazzo conservano ancora tracce delle seicentesche decorazioni a tempera sulle pareti dei saloni, la cui integrità risulta oggi dolorosamente compromessa, come quella dei preziosi soffitti cassettonati e intagliati e dei raffinati arredi e cornici lapidei, a causa del pessimo stato di conservazione in cui versano i fabbricati.
Il giardino irriconoscibile e incolto, ha perduto il settecentesco disegno formale all’italiana, è stato inglobato da sterpaglie, rovi, spine e alberi cresciuti spontaneamente che hanno reso l’area inavvicinabile.
 
 
 

Chiesa del Crocefisso

Nel 1730 venne edificata, ex fundamentis, la chiesa dal Conte Felice degli Atti e consacrata nel 1734 dal Vescovo di Todi Ludovico Anselmo Gualtieri.
L’edificio sacro è dedicato al Santissimo Crocifisso, all’interno della quale era esposto il Crocifisso, donato da Papa Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi 1611-1689) alla famiglia degli Atti, e molto venerato nella zona.
Nella via che conduceva al palazzo fu edificata anche una Via Crucis.
Esistono ancora lungo i muri le quattordici nicchie.
Da allora venne istituita la festa di Santa Croce che si celebra il 3 Maggio di ogni anno.
 

Fonti documentative

Circolo Culturale “ Don Vincenzo Luchetti” –Il territorio ad est dei Monti Amerini: Castel dell’Aquila, Collicello, Frattuccia, Sambucetole – Calendario 2008.

http://art-crime.blogspot.it/

http://www.meravigliaitaliana.it/

 

Mappa

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