Castello di Fratta Todina – Fratta Todina (PG)

Il castello si presenta compatto con una cinta muraria integra di forma pressoché quadrata.

 

Cenni Storici

Il territorio fu abitato sin dal neolitico e più precisamente all’epoca postglaciale detta olocene, infatti nella zona di Montione sono stati ritrovati reperti quali punte di frecce riconducibili a quel periodo.
Il nome deriva da come venivano difese le case, cioè con palizzate infisse nel terreno intercalate con frasche in modo da formare una barriera di pali e frascame.
In epoca tardo repubblicana ed imperiale Fratta dipese dal Municipium di Todi che faceva parte della Sesta Regione.
Alla caduta dell’Impero romano il territorio fu attraversato da eserciti di barbari e romani che sfruttando la viabilità lungo la valle del Tevere si muovevano su e giù per l’Italia spesso saccheggiando i territori; fu così che le popolazioni furono costrette a trovare riparo lontano dai percorsi di fondovalle e ripararsi sulle alture. Queste comunità si organizzarono in agglomerati che intorno al XII secolo subirono il fenomeno dell’incastellamento e nello specifico in questa zona di confine occidentale del Comune di Todi nacquero le prime fortificazioni di confine Montione, Orzolo e Ammeto.
Questi castelli segnavano l’ultimo punto di difesa di Todi a guardia degli altri due comuni contendenti, Perugia e Orvieto e da questi furono ripetutamente attaccati e rovinati, fino a che Todi si rese conto che le incursioni Orvietane e Perugine non potevano essere fermate dal questa mal collegata linea difensiva e trasformarono la villa di Fratta del Vescovo, così era chiamata, in un munito castello a guardia di tutta la rete stradale fino al ponte di Montemolino.
Fracta Episcopi (Fratta del Vescovo) fu dunque un luogo appartenente per elezione al vescovo di Todi sul quale territorio insistevano le modeste casupole dei contadini.
Il primo nucleo urbanistico (che possiamo immaginare per alcuni indizi sorto attorno alla chiesa di Sant’Egidio), aveva pertanto il carattere del “pagus”, o meglio del villaggio, poi spostato di alcune centinaia di metri e trasformato in villa urbanisticamente strutturata, per assumere agli inizi del XIV secolo la fisionomia del castello con il cassero o complesso fortificato, da individuare nella zona dove in seguito, in tempi in cui l’assetto dei castello medievale non ebbe più rilevanza difensiva, sorsero il palazzo vescovile e la chiesa di San Savino.
Uno degli episodi più disastrosi che coinvolse Fratta fu nel 1310, quando le truppe perugine in risposta ad una incursione Todina nei loro territori, si scontrarono nei pressi di Montemolino inferendo un duro colpo ai Tuderti inseguendoli fin sotto le mura della città. Nel frattempo i perugini superate le deboli difese di Fratta invasero il castello ardendo e distruggendo i raccolti nelle campagne.
Successivamente Todi si riorganizzò chiamando come capitano uno dei Colonna che sempre a Fratta Todina sconfisse la guarnigione marscianese alleata di Perugia.
I tempi che seguirono sottoposero il territorio di Fratta a scorrerie dei due eserciti fra incursioni, saccheggi, irruzioni armate in cerca di viveri, violenze negli abitati e pagamento di riscatto per i prigionieri.
Nel 1311 un’incursione su Fratta fece 42 prigionieri e alcuni morti; furono questi fatti che costrinsero Todi a creare un solida linea difensiva arretrata sul confine occidentale dietro i castelli di Orzolo e Montione che avevo messo in evidenza la loro debolezza.
Fu così che 11 novembre 1331 il Consiglio generale e dei Consoli delle arti decise di costruire un castello nel luogo che si diceva “Fratta del Vescovo“.
Probabilmente la decisione era già stata presa prima in quanto risultano pagamenti di 200 libbre pagati dal comune ai due soprastanti per l’acquisto di calce.
Alla fine con l’aggiunta di altre 200 libbre ne 1332 e altre 400 nell’anno successivo il castello fu ultimato nell’anno 1334 dove si registrano gli ultimi pagamenti.
Con l’ultimazione del castello cominciò inesorabilmente il declino dei castelli di prima linea Montione e Orzolo.
Fu così che Todi non controllò più dall’alto delle montagne il passaggio delle vie del Tevere, ma dal basso lungo le strade che potevano essere più da vicino controllate.
Superata la peste del 1348 Todi cadde sotto il dominio della Chiesa con Guglielmo Grimoard fratello di Urbano V che fu podestà di Todi nel 1367 al termine di aspri conflitti.
Il castello di Fratta venne riconosciuto come terra Vicariale e aggiunse agli organi amministrativi (sindaco, massari e assemblea della comunità) un nuovo magistrato, il Vicario con potere giudicante sui danni dati e su reati minori collegati alla campagna.
La presenza di Vicari non aumentò la giustizia ma servì a procurare denaro al signore, facendo valere la regola che più una terra era ricca tanto più poteva essere sfruttata.
Dopo la peste del 1390 gli uomini di Fratta del Vescovo insieme a Montecastello presero le armi contro Malatesta di Pandolfo Malatesta signore di Todi.
I priori per evitare o spopolamento del luogo esentarono e rimborsarono gli abitanti.
Nel 1411 a Fratta Todina si acquartierò Braccio Fortebraccio da Montone dove passò l’inverno con le truppe e da dove l’anno dopo partì per conquistare Gualdo Cattaneo, Marsciano, Collemncio e Ponte San Giovanni.
Braccio, ormai arbitro della situazione todina e prossimo signore della città, ordinò di ampliare il castello, restaurarlo, abbattere le case livellarie che un tempo il vescovo tuderte e si era rifiutato di mettere disposizione della comunità.
Si proponeva cosi di raddrizzare la strada alla maniera del castrum romano che avrebbe avuto un decimano massimo diritto (oggi via Roma) ed una fitta rete di stretti vicoli ad esso perpendicolari per il rapido collegamento con le dodici torri irrobustendo secondo un preciso progetto urbanistico militare, la nuova cerchia muraria costruita a prova di cannone, dando alla struttura castellana la struttura dimensione che ha oggi.
I lavori alle mura ed alle torri terminarono dunque con ogni probabilità nel 1416 quando il capomastro muratore, di cui purtroppo sinora ignoriamo il nome, venne soddisfatta delle sue spettanze proprio in concomitanza con il periodo di maggior fortuna per Braccio.
Il 18 luglio infatti il comune di Perugia gli riconosceva finalmente la signoria sulla città e distretto.
Morto Braccio in battaglia presso l’Aquila il 5 giugno 1424, tutta la sua signoria si sciolse come neve al sole nel volgere di pochi mesi, smembrata dai suoi avversari e i suoi stessi figli e Fratta passava sotto la diretta giurisdizione del papa.
Il 28 marzo 1452 avvenne il passaggio ufficiale del castello dalle mani di Carlo Fortebracci al Comune di Todi sancito da una bolla.
Sopraggiunse così un periodo di relativa tranquillità; le case si andavano piano piano ripopolando e fu così che il castello perse le sembianze di una immensa caserma, la case tornarono ad essere luoghi per famiglie e non più dormitori per soldati, le stalle divennero botteghe artigiane e locali di vita quotidiana.
Se nel 1290 nel castello si contavano 31 famiglie, nel 1571 nel rilevamento del Vescovo Cesi fatto per anime e non più per fuochi, si contavano 752 persone, ciò dovuto sia alla protezione del Vescovo tornato ai pieni poteri, sia alla fertilità della terra, sia ai commerci favoriti anche alla concessione di una fiera annuale di 3 giorni dalla festa di San Michele Arcangelo l’8 maggio in avanti.
Il Vescovo Cesi nel 1597 cambiò l’assetto urbanistico della città, fece aprire una porta (attuale Porta Firenze o della Spinetta) fece smantellare il Ponte levatoio, abbassare le mura smantellando i merli e ampliò il palazzo vescovile, documentato nella visita pastorale del Camaiani nel 1574, secondo un disegno che trovò piena realizzazione nella metà del 600 con l’arrivo del Cardinale Altieri.
Tra il 1798 e il 1799 il paese entrò a far parte della giurisdizione del Cantone di Montecastello all’interno dell’Amministrazione del Trasimeno.
Con l’arrivo di Napoleone le cose cambiarono e Fratta venne ascritta al Cantone di Marsciano, ma ciò non durò a lungo in quanto gli orvietani si ribellarono all’assegnazione del loro territorio a Todi e pretesero che molte zone di Marsciano tornassero sotto Montecastello, a lei più vicina e la comunità di Fratta insieme a Doglio passò quindi a questo comune.
Nel 1810 con la soppressione dei benefici Ecclesiastici i Beni del vescovato furono messi all’asta.
Finita l’invasione Napoleonica venne restaurato il governo pontificio su nuove regole dettate dal Cardinale Consalvi.
Nei tempi a seguire Fratta non ebbe mai una netta definizione strutturale, passando alle dipendenze quando dell’uno o dell’altro comune, fino a che diventò comune e il 19 ottobre 1862 venne assunto ufficialmente il nome di Fratta Todina.
 
 
 

Il Palazzo Comunale

Attualmente è l’unico edificio in Fratta le cui vicende possono essere seguite e datate con certezza. Nell’archivio comunale c’è infatti la pergamena originale, su cui, nel 1603, è stato redatto dal notaio Luca Alberto Petti l’atto di donazione alla comunità del castello di Fratta Todina, da parte dell’illustrissimo signor Angelo Cesi, vescovo di Todi, “di una sua casa” posta “tra le due porte” sul lato sud delle mura e di tutte le stanze che avrebbe fabbricato a “proprie spese” nello stesso luogo.
Il municipio sorse così, smantellato il ponte levatoio che permetteva l’ingresso al castello, “inter duas portas“: quella quattrocentesca, a sesto acuto e quella seicentesca, a tutto sesto.
Il vescovo voleva così dotare la comunità, a cui era particolarmente affezionato, di un luogo in cui poter fare i consigli pubblici e le riunioni, in quanto “per l’estrema povertà” il Consiglio era costretto a riunirsi in chiesa.
Nella nuova costruzione doveva trovar posto anche l’alloggio per il predicatore della quaresima, l’ufficio dei soprastanti alla Fiera e “un ginnasio“, “affinché i giovani che vogliono dedicarsi allo studio, possano più facilmente imparare“.
In realtà si realizzò una permuta di immobili tra il Cesi e la comunità della Fratta.
In cambio infatti il vescovo si assicurò l’autorizzazione all’ampliamento della villa episcopale e l’utilizzo di alcuni locali ad essa adiacenti.
Con il passare del tempo l’edificio seguì la stessa sorte di degrado del resto del paese, se nel 1844 viene definito “tugurio orrido“.
La sede comunale venne risistemata nella seconda metà del sec. XIX in concomitanza ai lavori della strada consortile Todi-Marsciano, che si decise di far passare all’interno del paese; questo determinò l’ampliamento di Porta Romana, l’abbassamento della strada e delle porte di molte case e botteghe. l’atterramento di Porta Spineta.
Durante il periodo fascista fu costruito il balconcino esterno alle mura.
In seguito al terremoto, il municipio è stato consolidato e ristrutturato.
All’interno, nella sala del Consiglio Comunale, si può ammirare un olio su tela, di Vincenzo Camuccini, fra i maggiori rappresentanti a Roma, nel sec. XIX, della pittura purista.
Il dipinto è la copia dell’opera di Giovanni di Pietro, detto lo Spagna, eseguita all’inizio del 1500 per la chiesa del convento francescano di Spineta.
La tavola fu asportata durante l’occupazione napoleonica e restò ai Musei Vaticani, in cambio della somma di 1000 scudi d’oro e della copia, eseguita dal Camuccini e collocata nella chiesa della Spineta al posto dell’originale.
Nel 1866 durante la soppressione degli Ordini Religiosi, fu portata a Todi; reclamata dal Comune di Fratta Todina nel 1871 fu collocata nella sala consiliare del nostro comune.
 

Fonti documentative

G. Comez – Vicende storiche di Fratta Todina – 1990
Cartellonistica sul posto di don Emanuele Frenguelli
Cartellonistica sul posto di Adua Chiotti
 

Mappa

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