Castello di Satriano – Assisi (PG)

Il castello raso al suolo nel XIV secolo è caduto nell’oblio ed è rimasto sconosciuto fino ai giorni nostri; è caduto nell’oblio persino alle persone che sono nate e cresciute il quel territorio; si è perso persino il toponimo.
Grazie ad un attento lavoro di studio e di ricerca siamo riusciti a trovare i ruderi dell’imponente castello.

 

Cenni storici

Castello, di origini altomedievali, sorgeva sulle pendici nordorientali del Subasio, lambito dall’antica viabilità che collegava Assisi a Nocera passando per le aspre gole del Tescio che scorre nella parte più a valle.
Una fortezza che compare nei documenti fino alla metà del XIV secolo dopodichè scompare dalla documentazione e successivamente anche dalla toponomastica, assumendo dopo diversi secoli il toponimo “Casalini“, riferito ai pochi ruderi rimasti, e successivamente scompare anche questo appellativo e scompare del tutto anche dalla memoria delle persone.
Eppure, era un castello importante tanto che il Comune di Assisi, quando divise il territorio in 52 Balie, Satriano divenne una di queste e nel censimento del Comune del 1232 (sei anni dopo la morte di San Francesco), contava 84 fuochi.
Fino all’epoca del Santo si trova il nome di Satriano passare negli atti dei notari imperiali: Grifo, Forzulo scrivano della Curia del duca Corrado; lo troviamo in un atto della Cattedrale datato 31 gennaio 1317 dove si menziona la Balìa Satriani, ed è uno degli ultimi documenti che lo cita.
Ma torniamo alle sue origini; il toponimo sembra prendere il nome da feste in onore di Bacco, che consistevano nel saltare un otre di pelle di capra, ripieno di vino, ma qui la sua fondazione pare diversa, infatti la derivazione del nome “Satriano” pare spiegata attraverso le conseguenze della battaglia di Ascoli Satriano nelle Puglie nel 969 vinta da Ottone I che con il suo esercito comandato dal longobardo Pandolfo Testadiferro, Principe di Capua e Marchese di Spoleto, sconfisse i Bizantini e i Saraceni aiutati dagli abitanti di tali città; in questa occasione forti gruppi di popolazione furono deportati nella zona montana fra Assisi e Nocera e alcuni di questi edificarono Rocca Paida sul Subasio (vedi post) altri fondarono piccoli paesi e costruirono chiese dedicate a San Biagio e a Santo Stefano, protettori di Ascoli Satriano.
Evidentemente questi cittadini di Ascoli Satriano, nel fondare paesi e chiese in questa impervia zona montana, coperta allora da boschi, imposero ad essi, in ricordo, i nomi dei luoghi, ad essi cari, della loro patria.
I primi documenti che si conoscono ci dicono che Santa Maria di Farfa qui possedeva la chiesa di San Bartolomeo, già dagli inizi del sec. VI.
Questo possesso, molto caro ai duchi longobardi, fu confermato da Enrico II (1019) e Corrado II (1027).
Nel 1030 certo prete Pietro donò a Farfa alcuni terreni in “loco qui dicitur Satrianus“; altre donazioni avvennero nel 1038, 1039, 1069.
A metà secolo XI (1039) si ha notizia del costituito monastero di San Benedetto in Satriano, dipendente sempre da Farfa (Regesto Farfense IV/210).
Durante l’ultimo viaggio di San Francesco morente (n. 1181-1182 m. 3 ottobre 1226) da Nocera ad Assisi, sia Tommaso da Celano che San Bonaventura specificano il luogo dove i cavalieri si fermarono nel viaggio di ritorno e questo era il castello di Satriano.
Il nome del castello compare anche nel testo “Speculum perfectionis” o “Legenda antiquissima“, un’opera di scrittore anonimo sulla vita di San Francesco d’Assisi composta entro il primo ventennio del Trecento.
La “Legenda Perusina” spiega trattarsi di un castello del Comune di Assisi, ciò è confermato dai documenti del tempo.
Il castello scomparso fu cercato anche dal teologo Paul Sabatier tra il 1891 e il 1892, ma senza risultato; infatti, quando lo studioso interroga, dopo sette secoli, gli storici locali per conoscere il paese ove si soffermò nel suo ultimo viaggio San Francesco, nessuno sa che nel territorio del Comune sia mai esistito un paese che si chiamò Satriano.
Solo nel secolo successivo il Fortini, accompagnato da un vecchio ultracentenario del posto, riuscì a trovare i ruderi dello scomparso castello e ne fece una descrizione accurata che ha permesso a noi oggi di trovare le rovine.
La strada medievale che congiungeva Assisi e Nocera e che passava per Satriano viene dettagliatamente descritta dallo stesso Arnaldo Fortini nel raccontare la cavalcata di Satriano:
“la viabilità del tempo era costituita da una strada che dal castello di Postignano, saliva alle Montarelle (nel cui bosco sono rimaste tracce dell’antico lastricato) e, scendendo per un terreno chiamato anche oggi la via della Porta, perveniva alla sinistra della chiesa di San Giovanni dei Tre Fossi donde, costeggiando il torrente per Cerqua Palmata, sboccava al Pian della Pieve“.
La via della Porta immetteva nella “Valle dei Cavalieri” (ventisette anni prima del passaggio del Santo era chiamata “la valle del Bisciolano“, non si chiama ancora in questo modo ma “gola del Brisciolano“.
La “Porta” era una delle due porte del Castello di Satriano che si aprivano entro le alte mura, ed era quella che si affacciava sulla valle dove fra due montagne si vedeva la Rocca di Assisi e in qualche punto anche la cima del campanile della cattedrale.
Questo particolare è stato determinante per l’individuazione dei ruderi e l’ubicazione esatta del castello.
 

La distruzione del castello di Satriano

Sulla fine del castello quasi nulla si sa per certo, l’ipotesi più accreditata è che l’antica Satriano fu distrutta nelle oscure e tragiche vicende di una guerra fra i Guelfi e i Ghibellini di Assisi che imperversò nel 1319.
Ciò è confermato dal Fortini che accompagnato da un vecchio ultracentenario aveva memorie di storie tramandate da generazioni e confermate poi da documenti di archivio.
Il vecchio mostrò, tra le pietre squadrate alcune grosse tegole che conservavano i segni del fuoco, così come si trovano anche nel vecchio ammasso di pietre del monastero di San Benedetto a dimostrazione che un incendio distrusse entrambi.
A conferma di questa tesi ci sono notizie raccolte da alcune antiche cronache, da cui si rileva che in questi boschi fra Assisi e Nocera divampò spietata all’inizio del secolo XIV la lotta tra i guelfi del Comune e i fuorusciti ghibellini condotti da un soldato di ventura dannato e ribelle, Muzio di Ser Francesco.
Si legge, negli Statuti della Città un articolo in cui è prescritto che il castello ribelle o che servì di ricovero ai nemici del Comune debba essere distrutto dalle fondamenta senza misericordia:
“Discarchetur et devastetur ac f wulitus destruatur, ita quod inferiores lapides ad superius reducantur et devolvantur. Et nullo unquam tempore amplius possit rehedificari“.
“Che debba esso esser scaricato e distrutto dalle fondamenta per modo che le pietre di sotto vengano a finir sopra, e che in nessun tempo possa essere riedificato“.
Gli indizi sono certi e non lasciano alcun dubbio; se ignoti sono i particolari della tragedia, se tra queste gole si perdette l’eco della portentosa rovina, una verità emerge lucida e terribile: questo paese sacro alla pietà e all’amore di San Francesco si dissolvette in una tempesta di odio.
Dall’incendio si salvò solo la Pieve dedicata alla Vergine che era di poco distante dal castello, ma decadde pochi anni dopo ed il titolo passò alla chiesa di San Giovanni di Parasacco oggi Madonna dei tre fossi.
La dimostrazione, che il castello venne devastato prima del 1354, è documentata dal fatto che già nel catasto di San Rufino di quell’anno si ritrova la denominazione di “Casalini“, fra i possedimenti del monastero di San Benedetto di Satriano e ciò sta a dimostrare che non si parla più del castello ma di ruderi di edifici.
 

Aspetto

Quello che resta oggi dell’imponente fortilizio non sono altro che rovi, querce e una vasta distesa di pietrame, che affiora lungo l’impervio pendio all’imbocco di una vallata, nel luogo ove sorge il Bisciolano, fosso che confluisce nel Tescio proprio sotto la chiesa di San Giovanni di Parasacco; questo è quanto rimane dell’antica, potente e devota Satriano; i contadini anni or sono li indicava con una vaga e lugubre denominazione, “I casalini“, le case scaricate, oggi non rimane nemmeno più questa memoria.
I detriti con pietrame vario si spandono per svariate decine di metri lungo il fosso e qua e la si trovano rari laterizi e qualche pezzo di vasellame.
La cosa interessante è che si sono trovati resti di tegole romane che stanno a significare una continuità abitativa del posto sin dai tempi della dominazione romana fino al tardo medioevo.
In una radura accanto ai detriti nel secolo scorso è stata edificata una cappellina dedicata alla sosta che fecero i cavalieri che scortavano San Francesco morente nel viaggio di ritorno ad Assisi da Bagnara di Nocera, e a giudicare dai ruderi è confermato che sostarono accanto alle mura di Satriano.
La cappellina, ideata dall’architetto Carlo Gino Venanzi, fu costruita utilizzando proprio le pietre del diruto castello e ancora oggi conservano i segni dell’antico incendio devastatore.
Poco lontano dai ruderi del castello dall’altra parte del campo, a valle della torre di Zampetto è ancora presente la sorgente di acqua con fontanili ed abbeveratoi che serviva all’approvvigionamento idrico degli abitanti del castello; oggi la portata dell’acqua è fortemente ridotta, ma ancora consistente per l’abbeveraggio del bestiame domestico e soprattutto selvatico.
Un tempo era chiamata “Fonte dell’acqua viva” oggi è conosciuta come la “Fonte dei Laloni“, in memoria della famiglia che ha abitato per decenni l’antico edificio della torre.
 

Satriano nelle Fonti Francescane

Fra Tommaso da Celano, biografo di San Francesco, nella “Vita di San Francesco” ci racconta un episodio avvenuto proprio a Satriano durante il ritorno del Santo morente ad Assisi proveniente da Nocera Umbra e accompagnato da Cavalieri.
Fra Tommaso racconta nel capitolo XLVIII:
“Come indusse alcuni soldati secolari a domandare l’elemosina”
“Avvenne che il beato Francesco, pieno di malattie e già ridotto quasi agli estremi, mentre si trovava nel convento di Nocera fosse richiesto dal popolo d’Assisi, il quale inviò una solenne ambasciata a prenderlo, per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell’uomo di Dio.
I cavalieri che con riverenza lo scortavano a cavallo, giunti ad una poverissima cittadina di nome Satriano, sentendo, per la fame e l’ora, bisogno di cibo, ma non trovandovi, per quanto cercassero, nulla da comprare, tornarono al beato Francesco e gli dissero: “Occorre che tu ci dia delle tue elemosine, poiché qui non possiamo comperare nulla”.
Rispose il Santo: “Non trovate, perché confidate più nelle vostre mosche (chiamava mosche i denari), che in Dio. Ma aggiunse, ritornate indietro per le case che avete già visitate e per l’amor di Dio invece di denari domandate umilmente l’elemosina.
Non vogliate vergognarvi perché ogni bene è concesso per elemosina dopo il peccato, e quel grande Elemosiniere dona con clemente generosità a chi merita e a chi non merita”.
I cavalieri deposta la vergogna andaron chiedendo l’elemosina ed ottennero per amor di Dio assai più che col denaro, poiché tutti a gara donarono con piacere; non valse più la fame là dove prevalse la ricca povertà
.

San Bonaventura da Bagnoregio
Leggenda Maior Sancti Francisci

“Ecco quanto accadde una volta.
Il servo di Dio, che si era molto aggravato, dal luogo di Nocera veniva ricondotto ad Assisi, da una scorta di ambasciatori, che il devoto popolo assisano aveva appositamente inviato.
Gli accompagnatori, col servo di Dio, giunsero in un villaggio poverello, chiamato Satriano. Siccome l’ora e la fame facevano sentire il bisogno di cibo, andarono a cercarlo per il paese. Ma, non trovando niente da comprare, tornarono a mani vuote.
Allora il Santo disse a quegli uomini: “Se non avete trovato niente, è perché avete più fiducia nelle vostre mosche che in Dio (col termine “mosche” egli indicava i denari). Ma tornate indietro nelle case da cui siete passati e domandate umilmente l’elemosina, offrendo come pagamento l’amor di Dio. E non crediate che questo sia un gesto vergognoso o umiliante: è un pensiero sbagliato, perché il Grande Elemosiniere, dopo il peccato, ha messo tutti i beni a disposizione dei degni e degli indegni, con generosissima bontà”.
I cavalieri mettono da parte il rossore, vanno spontaneamente a chiedere l’elemosina e riescono a comprare con l’amor di Dio quello che non avevano ottenuto con i soldi.
Difatti quei poveri abitanti, commossi e ispirati da Dio, offrirono generosamente non solo le cose loro, ma anche se stessi. E così avvenne che la povertà di Francesco sopperisse all’indigenza, che il denaro non aveva potuto alleviare
“.
 

Fonti documentative

Arnaldo Fortini – Vita Nova di San Francesco – Vol I
Arnaldo Fortini – Vita Nova di San Francesco – Vol I parte II
Arnaldo Fortini – Vita Nova di San Francesco – Vol II
Arnaldo Fortini – Vita Nova di San Francesco – Vol III
Arnaldo Fortini – Il Ritorno di San Francesco – 1937
Mario Tabarrini – L’Umbria si racconta Dizionario – 1982
Fra Tommaso da Celano – Vita di San Francesco e trattato dei miracoli – 1976
San Bonaventura da Bagnoregio – Leggenda Maior Sancti Francisci – intorno al 1263
 

Mappa

Link alle coordinate: 43.103634 12.709348