Chiesa dei SS. Francesco ed Antonio – Ponte Felcino (PG)

La piccola chiesa si trova a ridosso del Percorso Verde lungo la riva sinistra del Tevere.

 

Cenni storici

L’antica presenza francescana a Ponte Felcino, come in altre parti dell’Umbria e non solo, è da correlare e ricondurre alla canonizzazione in tempi brevissimi di San Francesco segno di quanto allora fosse diffuso ed ascoltato l’insegnamento francescano.
La stessa cosa avvenne per l’altro francescano quasi coetaneo cioè Sant’Antonio da Padova e questo portò ad una capillare e repentina nascita, nel territorio italiano, di conventi e luoghi di preghiera francescani anche di piccola dimensione, come quello che appunto si insediò a Ponte Felcino.
Francesco d’Assisi, nato nel 1182, fondò nel 1209 l’ordine dei Frati minori, nel 1212 quello femminile delle Clarisse e nel 1221 il Terz’Ordine francescano riservato ai laici (che sono appunto chiamati “Terziari“).
Francesco morì nel 1226 e fu canonizzato nel 1228 due anni dopo.
Antonio da Padova nacque a Lisbona nel 1195, frate francescano, è ricordato per la sua attività di predicatore, morì nel 1231 e solo un anno dopo fu canonizzato.
Fra gli insediamenti francescani nati poco dopo la canonizzazione del Santo c’è anche questo.
Il piccolo convento fu edificato dai Minori Conventuali di S. Francesco di Perugia fuori del paese di Ponte Felcino accanto ad una strada lungo il Tevere, oggi diventata “Percorso Verde“.
La chiesa che ancora oggi si può notare è di antica fondazione, ma quella che vediamo è una ristrutturazione del 1716.
Un’iscrizione scolpita sull’architrave della porta di travertino leggermente convesso in avanti ed arrotondato ai lati così recita:
DEIPARÆ VIRGINI SINE LABE CONCEPTÆ AC
BB. FRAŅ ET ANT~ DICATA HIOSEPH BRANCALEONI
DE PANICALI PRO CUIUS ANIMA DEVˇ ORATE

Dal testo si evince che questa chiesetta “BB. FRAN. ET ANT. DICATA”, dedicata a San Francesco e Sant’Antonio e alla Madonna (deipara, cioè madre di Dio), fu edificata da Giuseppe Brancaleoni da Panicale nel 1250 e la scritta si chiude con un’esortazione alla preghiera a suffragio dello stesso Brancaleoni “PRO CUIUS ANIMA DEVˇ ORATE” cioè (pregate per la sua anima devotamente).
I documenti circa l’edificazione sono scarsi, mentre invece corposa è la documentazione circa la ricostruzione successiva compiuta da fra Giuseppe Brancaleoni.
Tali atti sono conservati presso l’Archivio vescovile di Perugia dove nell’Index Actuum ecclesiasticorum MDCCXI è citata la chiesa-oratorio e negli Acta Ecclesiastica si legge un rescritto dove fra Giuseppe Brancaleoni scrive al Vescovo Vitale Giuseppe de Buoi informandolo di aver quasi terminato la ristrutturazione della chiesina-oratorio in Ponte Felcino, per cui lo supplica di concedere la licenza a qualche religioso del suo ordine affinché possa benedirla.
Il Vescovo risponde, in data 10 maggio 1717, e dà ordine al Rettore della chiesa parrocchiale di San Felicissimo, don Baldassarre Bonvalotti di visitare la chiesina-oratorio e di constatare la sua idoneità, di controllare se è correttamente costruita e se è dotata di tutte le suppellettili.
Il 15 luglio 1717 padre Felice Angelo Isidoro dei Conventuali attesta di aver benedetto, secondo il rituale romano, su ordine del Vescovo, la chiesa di recente restaurata; in tale occasione sulla facciata fu apposta una formella, tuttora visibile, con l’indicazione dell’anno del restauro (1716).
Nel 1763 il Vescovo Amadei si recò a Ponte Felcino per la Visita Pastorale e vide: “intra eosdem limites publicum oratorium SS. Francisci et Antonij de jure…” e la trovò ottimamente adornata e abbondantemente provvista di sacre suppellettili e, per questo motivo, la lodò molto e, con affetto, elogiò il reverendo padre Giuseppe Modestini, lì presente e i suoi religiosi.
Il convento dei “Minores“, così erano chiamati i Francescani che rappresentavano le classi più povere a differenza dei “Majores” che erano gli aristocratici, superò diversi secoli tanto che nel 1727, quando il Comune di Perugia fece approntare le mappe catastali di tutto il territorio elaborate da Andrea de Acosta e coordinate dal geometra bolognese Andrea Chiesa e pertanto chiamate “Catasto Chiesa“, il convento di S. Francesco risulta l’unico immobile esistente sulla riva sinistra del Tevere, quando invece l’abitato di Ponte Felcino era oramai concentrato tutto dall’altra parte del fiume.
Da questa mappa catastale risulta altresì come il convento disponesse di un podere di dimensioni piuttosto ampie, il cui terreno è descritto “pergolato da grano“, da cui evidentemente i confratelli traevano il proprio sostentamento.
Va detto che a quell’epoca, tutti i terreni agricoli della zona risultavano di proprietà delle antiche famiglie nobili perugine (prime fra tutte gli Alfani e i Crtispolti) o di altre istituzioni cittadine, quali il Nobile Collegio della Mercanzia, la Venerabile Compagnie della Morte e la Congregazione della Carità che amministrava i beni dell’Ospedale di S. Maria della Misericordia.
Dopo questi anni di splendore dell’oratorio-convento il “Dies jovis 8 maj 1777“, giorno dell’Ascensione, il Vescovo Alessandro Maria Odoardi in missione pastorale non nomina più la chiesa, forse già abbandonata dai frati.
Dopo questo abbandono il convento e il complesso fu ceduto a privati, divenendo casa padronale, anche in virtù dell’ampio e fertile terreno annesso all’attigua casa colonica.
Secondo la Visita Pastorale di mons. Cittadini, nel 1820 quest’oratorio non era più, di spettanza dei Frati conventuali, ma di un certo Angelo Rossi “di professione possidente, domiciliato a Perugia, il podere spettante al convento soppresso di San Francesco conventuali in vocabolo Ponte Felcino“.
Nell’atto di aggiudicazione conservato presso Archivio di Stato, viene citata anche la chiesa così descritta: “Un quadro in tela rappresentante San Francesco che resta nell’altare con cornice di stucco, due paliotti senza cornice in cattivo stato, una tovaglia rosa dai sorci, un gradino con dieci candelieri e otto vasetti, tre cantaglorie, un leggio, il tutto in legno di poco o niun valore“.
Dopo il 31 luglio 1861 il bene passa alla Cassa Ecclesiastica e nel 1865 è intestato al Demanio dello Stato.
Dal Demanio questo complesso passò, in data 9 settembre 1868, a Fifi Francesco che poi vende a Cucchia Geremia e fratelli il 28 settembre 1868 e l’ultimo esponente, Riccardo, ne fu il proprietario all’incirca fino al 1930.
Complesso edilizio e podere furono poi acquistati da Enrico Rufini di Ponte Valleceppi, per poi passare a Giuseppe Laurenzi e Fabio Giuglietti: il primo divenne proprietario di una parte di fabbricato e della chiesetta, il secondo del podere e del restante fabbricato.
La località veniva tradizionalmente indicata come “il podere dei Puletta“, famiglia che da antichissima data ha abitato il complesso esercitandovi la mezzadria e provvedendo alla custodia della cappella; gli ultimi coloni appartenenti a detta famiglia rimasti ad abitarvi furono i fratelli Attilio, Giuseppe e Gigetto con il figlio Egisto, fino agli anni 1962-63.
Nel 1989 una porzione di fabbricato è stata acquistata dai coniugi Gianni e Mariella Bazzarri, gestori del circolo Endas, che hanno provveduto al suo restauro ed attualmente vi risiedono.
La chiesetta un tempo era assai praticata e venerata dai paesani: ogni 4 ottobre, ricorrenza di S. Francesco, vi si celebrava la Messa, e ciò è avvenuto regolarmente fino a metà degli anni ’70; da allora è rimasta chiusa.
 

Nota curiosa

Nei pressi di questa chiesetta sorgeva in epoca medievale un alto tumulo di terra sotto il quale venivano sepolti tutti i morti che le frequenti pestilenze mietevano a Perugia e dintorni, e che per timore di contagio non erano stati seppelliti nelle chiese, come allora usava.
Da tale macabra usanza sembra sia derivato il modo di dire “andare a seppellire il Carnevale a Ponte Felcino“, in occasione del quale un variopinto e rumoroso corteo di perugini si incamminava verso il paese per sotterrarvi un grosso fantoccio di pezza.
 

Aspetto esterno

La chiesa è inglobata nel fabbricato dell’ex convento di ne costituisce l’angolo perimetrale sinistro.
La facciata presenta un tetto spiovente con un minuscolo campanile a vela in mattoni posizionato in asse con la porta.
Una finestra squadrata inserita in una cornice arcuata consente l’illuminazione interna.
Il portale in pietra presenta decorazioni lineari ed una mensola sopra l’architrave contiene una scritta che ne ricorda l’edificazione.
Un mattone in facciata riporta la data 1716 che ricorda l’ultimo intervento di restauro.
Ai lati della porta due finestrelle del viandante consentono di vedere l’immagine sacra posizionata sopra l’altare.
La struttura conventuale adiacente la chiesa, sulla faciata lato Tevere, presenta una graziosissima loggetta esterna sostenuta da mensole in pietra molto ben scolpite sottoposto a vincolo dalla Sovrintendenza a beni artistici dell’Umbria.
Nei primi decenni del Novecento il balcone fu immortalato dal tipografo perugino Girolamo Tilli in una famosa serie di cartoline fotografiche in bianco e nero denominata “L’Umbria illustrata”, oggi molto apprezzata nell’ambiente dei collezionisti per l’alta qualità delle immagini; successivamente lo stesso Tilli, maestro nell’arte litografica, riportò lo stesso soggetto in una pregevole serie di cartoline litografiche denominata “Medievalis“.
 

Interno

L’interno è voltato a botte con un solo altare e presenta, dietro lo stesso una grossa tela dipinta ad olio da un pittore anonimo dell’inizio del XVIII secolo raffigurante la Madonna con Bambino in gloria contornata da angeli e sotto i santi Francescani San Francesco e Sant’Antonio da Padova.
La Vergine, seduta in alto su una nuvola, ha le mani incrociate sul petto ed è attorniata da angeli ed ha una falce di luna sotto i piedi.
Poco più in basso, a destra, San Giuseppe è proteso verso di Lei, è rappresentato come una persona anziana ed ha in mano il bastone che fiorì miracolosamente quando fu scelto come sposo di Maria.
L’aspetto maturo col quale è rappresentato il Santo simboleggia la sua estraneità con il concepimento di Gesù, mentre il bastone fiorito fa riferimento ad un passo del Vangelo apocrifo di Giacomo, nel quale si afferma che Giuseppe fu scelto perché dal suo bastone uscì una colomba; i pittori, nel Medioevo, sostituirono nell’iconografia religiosa la colomba con la fioritura del bastone.
Più in basso, a sinistra, è raffigurato San Francesco con le stigmate e ai suoi piedi è situato un altro suo attributo: il teschio, appoggiato su un libro aperto.
Infine, in basso a destra, c’è Sant’Antonio di Padova raffigurato con i suoi attributi: il libro, simbolo di sapienza, ed il giglio che rappresenta la purezza.
Nel quadro c’è un evidente contrasto fra i colori chiari in alto e scuri in basso, con chiaroscuri delicati sui volti e sulle vesti di Maria e Giuseppe.
 

Nota di ringraziamento

Ringrazio Stefano Vicarelli della collaborazione per aver fornito documenti utili alla stesura del testo e per aver procurato delle foto fra cui gli interni, e altresì ringrazio il parroco Don Alberto Veschini per avermi accompagnato ed autorizzato alla pubblicazione.
 

Fonti documentative

Don Ascenso Riccieri – Appunti Storici attorno alle Parrocchie della Fraternità di Ponte Valleceppi – 1913
Don Enrico Agostini – “Unione di notizie spettanti alla venerabile chiesa parrocchiale del Ponte Felcino di Perugia” – manoscritto primi dell’800
Stefano Vicarelli – Alcuni riferimenti di carattere storico e alcune curiosità riguardanti il Convento.
Marcello Vicarelli – periodico mensile “Il Ponte” – 1999
Scuola secondaria di primo grado “Bonazzi-Lilli” di Ponte Felcino – “Sentieri d’Arte – Progetto per la conoscenza e valorizzazione del patrimonio artistico locale”- 2006
 

Mappa

Link coordinate: 43.131459 12.440431

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