Villa di Prine
Il piccolo abitato di Prine sorge a Sud-Ovest di Monte Santa Maria Tiberina al cui Comune appartiene territorialmente.
La sua origine è molto antica in quanto si comincia a parlare di questa villa già dai primi del 1200, infatti il Muzi nel suo resoconto sulla storia civile ed ecclesiastica di Città di Castello afferma che i marchesi del Monte che possedevano domini nel contado di Arezzo e di Perugia, estesero il loro dominio nel distretto del Monte S. Maria e si impadronirono con la forza le ville di Paterno, di Meone, di Prine, del Giojello e altri luoghi posti alla destra del fiume Aggia.
Il paese restò quindi sempre sotto il dominio del Marchesi.
Un certo Bencio da Prine viene chiamato come testimone per un processo intercorso presso il tribunale Vescovile contro il marchese Guido in seguito ad un omicidio avvenuto al Monte nel 1280 per ordine del marchese Guido; il colpevole fu condannato e rinchiuso nelle carceri tifernati.
La villa di Prine quindi restò continuamente sotto il Marchesato.
Con l’istituzione del Comune di Monte S. Maria e la proclamazione nuovo podestà G. Batta Ceretelli nel 1818, oltre all’inventario dei beni venne fatto anche il censimento della popolazione richiedendo ai singoli parroci l’indicazione precisa dell’animato per gli anni 1816-1817-1818; risulta che nel 1816 l’abitato di Prine contava ben 76 persone.
La sua popolazione però ha cominciato ad abbandonare il paese con il sopraggiungere dell’epoca industriale; gli abitanti hanno lasciato i lavori agricoli e pastorali ed hanno preferito scendere a valle per lavorare nelle fabbriche, nell’edilizia e nei servizi che garantivano un lavoro più redditizio.
Ora il paese è diventato completamente spopolato e l’unica casa ancora abitata si occupa di accoglienza turistica per pochi giorni all’anno e anche la strada di accesso al paese è in condizioni disagiate; tutto intorno è semi-devastazione con edifici crollati, invasi da erba e rovi, i veri abitanti attuali sono gli animali selvatici che popolano gli ampi boschi circostanti e talvolta si aggirano per le case abbandonate.
Il villaggio è costituito da pochi edifici, dall’aspetto molto antico, alcune delle quali di costruzione tardomedievale o dei primi secoli dell’Evo Moderno.
Subito all’ingresso c’è l’antico forno, che serviva per cuocere il pane e il cibo di tutti e con la chiesa era il punto di riferimento della popolazione.
Chiesa di San Biagio
Su una parte sopraelevata del paese sorge l’antica chiesa di San Biagio quasi a vegliare e proteggere tutto il paese distribuito ai suoi piedi.
La piccola chiesa risale all’XI-XII secolo ed è considerato l’edificio di culto più antico di tutto il territorio comunale di Monte Santa Maria Tiberina.
Il primo documento che ne parla è del 1230 però, secondo il Muzi, nel 1204 la chiesa di Prine insieme ad altre spettavano all’Abbazia di Petroja fino a che i marchesi del Monte che possedevano domini nel contado di Arezzo e di Perugia, estesero il loro dominio nel distretto del Monte S. Maria e si impadronirono con la forza delle ville di Paterno, di Meone, di Prine, del Giojello e altri luoghi posti alla destra del fiume Aggia per cui Petroja restò a Città di Castello (che dovette e provvedere a riparare la chiesa) e Prine passò ai Marchesi.
Da questo punto della storia in poi la chiesa divenne dipendente dalla chiesa madre di Santa Maria; infatti attorno alla chiesa di S. Maria del Monte sorsero ben presto altre chiese filiali, succubi anch’esse in un certo senso al patrono della chiesa madre.
Le visite compiute dai Vescovi, dai secoli XIII e XIV in poi, ci dànno i nomi di queste chiese, quasi tutte con cura d’anime e quasi tutte rimaste:
Ciciliano (S. Donino), Graziano (S. Lucia), Marcignano (S. Michele Arcangelo), Paterna (S. Pietro), Pecorata (S. Lorenzo), Petena (S. Andrea), Piantrano (S. Lorenzo), Prine (S. Biagio), Tetena (S. Michele Arcangelo), Tocerano (S. Faustino), Trevine o Trevina (S. Michele Arcangelo), Verciano (S. Cristoforo), Arcalena (S. Luca Evangelista), Petriolo (S. Bartolomeo Apostolo), Pezzano (??), S. Martino al Monte (S. Martino), Prato (S. Pietro Apostolo).
Nel 1230 il Vescovo Matteo fece visita alle Pievi e Chiese dipendenti nella sua Diocesi e fra queste visitò la chiesa di San Biagio di Prine dipendente dalla Pieve del Monte S. Maria, dipendenza che risulta anche nel 1277.
La chiesa risulta iscritta nell’elenco del pagamento delle decime alla Camera Apostolica, fa parte “De Plebatu Montis S. Marie” e paga la rata del 1349 corrispondente a 8 Libre (testualmente “Ecclesia S. Blasii de Prine lib. VIII“).
Fra gli avvenimenti che attestano l’esistenza della chiesa di San Biagio di Prine va ricordato che mercoledì 22 agosto 1268, avvicinandosi il Vescovo a Monte S. Maria per la visita, l’arciprete Peccio, Ruggero castellano del Monte, Rinaldo di Roberto, Ruggero di Giovanni, Maragazzino e molti altri uomini vennero incontro sulle pendici del castello appena fuori de] borgo e lo accolsero con tutti gli onori al fine di superare gli screzi che si erano venuti a creare tra il Feudo del Monte e il Vescovato; fra i rettori delle chiese presenti troviamo un certo D. Rigone di Ciciliano e il chierico Lucchese rettore di Prine.
La parrocchia originaria è sopravvissuta fino al 1986 fino a che è stata soppressa e accorpata a quella di San Michele Arcangelo a Marcignano.
Attualmente è sconsacrata e di proprietà privata.
Aspetto esterno
L’edificio conserva strutture di origine romanica, è a capanna con la facciata semplice e austera.
Il portale è fortemente sopraelevato rispetto al piano di calpestio essendo l’edificio posto su un toppo con un pendio scosceso verso il paese, pertanto per accedere è stata realizzata a suo tempo una scalinata che da destra sale su un pianerottolo di modeste dimensioni proprio davanti alla porta.
Sopra il portale in pietra una lunetta contiene una rozza croce (ora quasi del tutto deteriorata), pure in pietra, il tutto è sormontato da un campaniletto a vela.
Accanto alla chiesa, nella ex casa parrocchiale, si trova una colonna in pietra, con capitello, coeva alla chiesa ed assai interessante.
Sul lato esterno destro è conservato il forno a legna che serviva per tutta la comunità.
Nella parte posteriore si nota una bella monofora murata.
Interno
L’interno a navata unica presenta a destra una semplice acquasantiera, con scolpita rozzamente una croce, di chiara fattura medievale; nella parete destra si conserva murata una lapide antica che ricorda una elargizione in scudi, fatta da un certo Giovanni da Prine alla chiesa, con l’obbligo di celebrare due messe alla settimana; nessuna data compare nella scritta, che potrebbe risalire al XVII o XVIII secolo.
L’altare è addossato alla parete e sulla pietra compare una data e una scritta poco decifrabili.
Al suo interno si custodiva anche un quadro raffigurante San Biagio che nel momento in cui è stata soppressa quindi nel 1986 è stato trasferito presso la chiesa di San Michele Arcangelo a Marcignano.
Nota Architettonica
La chiesa essendo molto antica ha un’impostazione romanica e un orientamento ben marcato Ovest-Est ed essendo una struttura filiale dell’Abbazia di Santa Maria e Sant’Egidio a Petroia, che risale addirittura al X secolo, molto probabilmente da questa ha preso l’architettura romanica che nell’Alto Tevere ha cominciato a svilupparsi intorno all’XI e XII secolo, anni in cui si presume fu edificata questa chiesa e sicuramente molte altre.
L’analisi tipologica di questi importanti edifici fa emergere una caratteristica comune che permette di classificarli in un’unica famiglia architettonica, pure con una grande varietà di soluzioni costruttive, dimensionali e d’uso dei materiali disponibili in ciascuna area, per la maggior parte di provenienza locale.
Per primi venivano recuperati elementi di spoglio di antichi edifici sorti negli stessi luoghi, in secondo luogo, una caratteristica comune a questi edifici di culto è rappresentata dall’orientamento planimetrico del loro asse rivolto ad est, sul lato dove viene collocata la cripta e quindi l’abside con il presbiterio rialzato.
Questa caratteristica non sorprende, dato che il sole ha assunto fin dall’antichità un’importante funzione simbolica, in parte derivata dalla tradizione di culti pagani e da altre culture, a volte dovuta semplicemente ad una razionale disposizione delle costruzioni per garantire il massimo soleggiamento diurno.
Il punto sacrale più importante della chiesa, l’abside e l’altare è quindi rivolto ad est dove nasce l’astro che dà vita, che illumina materialmente come Cristo illumina e dà vita spiritualmente; la porta è invece posizionata ad ovest, dove il sole sparisce e regna la notte.
Simbolicamente rappresenta l’uomo che arrivando dal peccato (il buio) si dirige verso la salvezza cioè verso la luce; prima di poter entrare in chiesa deve essere battezzato per passare ad una nuova vita, alla vera luce (ecco perché inizialmente i fonti battesimali erano all’esterno della chiesa e successivamente saranno collocati all’interno in fondo alla navata, sulla sinistra dell’ingresso, simbolo ancora dell’oscurità.
Le chiese romaniche quindi erano orientate al sorgere del sole, seppur con delle varianti, infatti la posizione del sole all’orizzonte durante l’arco dell’anno spazia in un settore angolare piuttosto ampio, delimitato dalle due direzioni estreme individuate all’alba del solstizio d’inverno (21 dicembre) e del solstizio d’estate (21 giugno), per cui la direzione più rappresentativa non è necessariamente costituita dall’est geografico, quanto dalla posizione che il sole assume all’alba di particolari giorni dell’anno.
Secondo questo criterio le chiese romaniche si possono suddividere in tre categorie prevalenti, quelle orientate al solstizio d’inverno, quelle con l’asse disposto verso il solstizio d’estate e ancora quelle rivolte più semplicemente verso l’est geografico, che corrisponde agli equinozi d’autunno e di primavera.
La chiesa che ha fatto da apripista dal punto di vista architettonico è l’Abbazia di Petroia orientata verso il solstizio d’inverno (21 dicembre), che ha costituito un esempio per molti altri edifici che sono stati edificati successivamente e forse la chiesa di San Biagio è una di queste che presenta una monofora orientata all’alba del solstizio d’inverno e in quella data, un raggio di luce entrava e divideva perfettamente in due la navata.
Da considerare, inoltre, che nelle chiese orientate al solstizio d’inverno il sole tramonta in asse, durante il solstizio estivo e viceversa, creando attraverso il rosone, ove esistente, un effetto interno non meno suggestivo di quello registrato alla corrispondente alba solstiziale.
Questa logica fu però fu messa in discussione dal Concilio di Trento che sovvertì completamente l’impostazione in quanto non si considerò più il sole quale rappresentazione di Dio e la stessa salvezza dell’uomo, ma questa interpretazione fu sostituita dal tabernacolo, vera fonte di salvezza.
La conseguenza fu quella di imporre a tutti questi edifici di tamponare la monofora absidale per evitare che il vecchio sistema sia persistito.
Ora non tutte le chiese rispettarono questa disposizione, infatti qualcuna sopperì a questa imposizione costruendo un muro di separazione interno accorciando la navata e avanzando l’altare quindi salvando la monofora che a quel punto era il punto luce per il nuovo locale creato, spesso adibito a sacrestia.
Per San Biagio di Prine però questa soluzione di certo non fu applicata, infatti si vede che la chiesa è rimasta intatta e la monofora è stata murata; questo però non ha evitato di notare ancora oggi la sua bellezza guardando la chiesa dall’esterno.
Il culto di San Biagio
Il titolo di San Biagio (dal greco Vlasios = germoglio) è molto antico, legato al santo di origine armena caro alle popolazioni rurali.
Il suo culto di tradizione bizantina è legato al monachesimo orientale e alla sua fama di taumaturgo, molto diffuso anche nel territorio della Diocesi di Città di Castello, che si è sempre caratterizza per una naturale vocazione agricola.
S. Biagio nacque a Sebaste nell’Armenia intorno al III secolo; passò la giovinezza fra gli studi, dedicandosi in modo particolare alla medicina.
Al letto dei sofferenti curava le infermità del corpo, e con la buona parola e l’esempio cristiano cercava pure di risanare le infermità spirituali.
Geloso della sua purezza ed amantissimo della vita religiosa, pensava di entrare in un monastero, quando, morto il vescovo di Sebaste, venne eletto a succedergli.
Da quell’istante la sua vita fu tutta spesa pel bene dei suoi fedeli.
In quel tempo la persecuzione scatenata da Diocleziano e continuata da Licinio infuriava nell’Armenia per opera dei presidi Lisia ed Agricola.
Quest’ultimo, appena prese possesso della sua sede, Sebaste, si pose con febbrile attività in cerca di Biagio, il vescovo di cui sentiva continuamente magnificare lo zelo; ma il sagace pastore, per non lasciare i fedeli senza guida, ai primordi della procella, si era eclissato in una caverna del monte Argeo.
Per moltissimo tempo rimase celato in quella solitudine, vivendo in continua preghiera e continuando sempre il governo della Chiesa con messaggi segreti.
Un giorno però un drappello di soldati mandati alla caccia delle belve per i giochi dell’anfiteatro, seguendo le orme delle fiere, giunsero alla sua grotta.
Saputo che egli era precisamente il vescovo Biagio, lo arrestarono subito e lo condussero al preside.
Il tragitto dal monte alla città fu un vero trionfo, perchè il popolo, nonostante il pericolo che correva, venne in folla a salutare colui che aveva in somma venerazione.
Lungo la strada incontrò una madre disperata con il figlioletto in braccio che stava soffocando a causa di una spina o una lisca di pesce incastrata nella gola; il vescovo lo benedisse e questi guarì all’istante e per questo miracolo San Biagio è venerato come protettore della gola.
Ma ciò non bastò a risparmiargli il martirio dopo atroci torture, infatti fu scorticato vivo con pettini di ferro usati per la cardatura della lana e infine decapitato.
Dopo la morte, Biagio fu seppellito nella cattedrale di Sebaste, ma nel 723 una parte dei suoi resti viene traslata a Roma.
Durante il viaggio un’improvvisa tempesta fa però fermare le reliquie a Maratea, sulla costa dell’attuale Basilicata, terra che infatti ancora oggi riserva a Biagio una grande devozione.
Biagio è uno di quei Santi la cui fama ha raggiunto molti luoghi e per questo oggi è venerato un po’ ovunque.
Il miracolo della gola che compì sul bambino è ancora ricordato ogni 3 febbraio con una particolare liturgia nel corso della quale viene benedetta la gola dei fedeli con due candele incrociate davanti alla gola stessa.
Nota di ringraziamento
Ringrazio sentitamente Moreno Mancini autore della pagina Fb “Foto storiche – Monte S. Maria Tiberina, Gioiello, Marcignano e Lippiano” che mi ha fornito sia le foto storiche della chiesa nonché gli interni che sono stati realizzati da Julian Biagini.
Fonti documentative
Paola Cerami e Benno Scharf – Monte Santa Maria Lippiano e dintorni Storia, Curiosità e Guida
Angelo Ascani – Monte Santa Maria e i suoi Marchesi – 1999
Giovanni Muzi – Memorie Civili ed Ecclesiastiche di Città di Castello – 1844
Pietro Sella – Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV Umbria – 1952
Giovanni Cangi – Orientamenti Sacrale ed Astronomici nelle chiese romaniche del territorio Altotiberino – Polo Tecnico Franchetti-Salviani Città di Castello Architettura e Territorio Quaderni 05
Da Facebook – Post di Foto storiche – Monte S. Maria Tiberina, Gioiello, Marcignano e Lippiano
https://www.vaticannews.va/it/santo-del-giorno/02/03/san-biagio–vescovo-di-sebaste-e-martire.html
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