I primi insediamenti di padri domenicani nella zona di Città di Castello risalgono al III secolo. La leggenda vuole che proprio nella città tifernate sia avvenuto l’incontro tra San Francesco e San Domenico.
Cenni storici
Incerta è la data della costruzione della chiesa, infatti, seppur alcuni ritengono che l’Ordine dei Domenicani si sia insediato a Città di Castello costruendo un convento nel 1269, che sarebbe stato poi il XII della Provincia, in effetti le cose non andarono proprio così, in quanto dei documenti attestano altro.
Anche se la presenza di un frate domenicano, citato fra i testimoni per una procedura di scomunica intentata dall’allora Vescovo Pietro, risulta da un atto datato 13 luglio 1254, questo non attesta che in città era presente un convento di tale ordine, anzi è probabile che nel 1269 i Padri abbiano tenuto una missione a Città di Castello, e siano stati ospiti dei Benedettini nella Chiesa di San Pietro di Massa.
Ma altro è essere ospiti per qualche settimana, altro è avere un convento.
C’è inoltre da sottolineare che altri documenti attestano che proprio in quel periodo, ai tempi del Vescovo Niccolò (1265-1279) i rapporti con i Domenicani erano particolarmente tesi e contrastanti per cui escludono in modo evidente l’esistenza di qualunque convento Domenicano in Città di Castello.
Addirittura vengono riportati due episodi che costrinsero il Vescovo a diffidare i frati a celebrare i divini uffici in nessun luogo senza la Sua autorizzazione.
Pare poi che i Domenicani abbiano maturato l’intenzione di progettare la costruzione di una propria Chiesa, e per questo motivo chiesero ed ottennero da Papa Gregorio X nel 1272 l’autorizzazione di tagliare 12 abeti in quel di Massa Trabaria; ovvio che un numero così esiguo di travi non poteva essere minimamente sufficiente per costruire una chiesa della portata che vediamo oggi, tutt’al più solo per un minuscolo oratorio.
Alla morte del Vescovo Niccolò, i frati Domenicani riuscirono a trovare una qualche abitazione che servisse loro di convento; il nuovo Vescovo Mons. Giacomo Cavalcanti, nel 1281 concesse la Prioria di S. Pietro di Massa, ma alla morte del prelato la Canonica rivendicò la proprietà e dopo una lunga causa i Domenicani furono costretti ad andarsene e ripiegarono nella chiesa della Carità e casa attigua oggi inserita nel Chiostro.
Fu appunto in questa nuova chiesa della Carità, che nel 1301 Donna Grigia presentò al priore del Convento Margherita della Métola (nata nel 1287), quattordicenne e cieca, perchè egli accogliesse i voti perpetui e elesse l’abito delle Terziarie Domenicane alla futura Beata (poi Santa).
Fu pure qui che nel 1405 vesti l’abito bianco dell’Ordine l’altro Beato tifernate, Pietro Capucci, passato poi a Cortona dove morì nel 1445.
Questo conventino fu la sede stabile dei Domenicani e nel 1320 qui seppellirono la Cieca della Métola, che sarà poi beatificata da Paolo V, il 29 ottobre 1609 e proclamata santa per equipollenza da papa Francesco il 24 aprile 2021.
I Domenicani, pur in mezzo a tanti contrasti, a tante rivalità, riuscirono ad ottenere i più larghi appoggi da parte del popolo grazie ad un forte nucleo di Terziari ed ottennero numerosi lasciti.
In seguito ad una violenta epidemia di peste avvenuta intorno al 1320, nel convento non rimase vivo nemmeno un frate, questi tornarono solo dopo in 1367.
Il 30 agosto 1392 i Padri Domenicani fecero una lunga istanza ai Consigli del Comune per chiedere il benestare per la costruzione di una nuova chiesa; il Comune accolse la richiesta nominando quattro cittadini, uno per porta, come soprastanti alla nuova costruzione.
Per la storia furono eletti: Cristiano di Lodovico, Gerozzo di Piero (un antenato dei Vitelli), Nicola di Giacomo, e Taddeo di Baldo; stando alle cronache però questi ben poco fecero e il 31 maggio 1395, i Priori li sostituirono con Guido di Baldo, ser Tommaso di ser Francesco, Giovanliso di Giovanni (altro membro della famiglia Vitelli) come soprastanti per la costruzione della Chiesa per un anno, incominciando dal giorno della loro accettazione, con la stessa autorità che avevano i precedenti.
Fu questo il momento in cui le cose cominciarono a proseguire spedite anche grazie alle abbondanti elargizioni che fece il Comune.
Nel 1424, i Padri incominciarono a officiare la nuova Chiesa e vi traslarono il corpo della Beata Margherita della Metola.
Il Certini nel 1690 potè trascrivere, un documento che era esposto nella Sacrestia nuova di S. Domenico “da tempi immemorabili“, e nel quale si parla sia della posa della prima pietra, sia dell’inizio dell’offìciatura nella nuova Chiesa e infine della consacrazione del Tempio monumentale e dei vari altari.
Ecco il documento:
“Nel nome del Signore e della SS. Trinità, Padre Figliolo e Spirito Santo.
Nell’anno del Signore 1424, mese di agosto, sotto il Priorato del Ven. fra Stefano di Ugolino Taddei de’ Roselli, incominciammo ad officiare la nuova chiesa, iniziata nel!’ anno 1400, giorno 24 dicembre Vigilia del S. Natale del Signor N. Gesù Cristo.
La chiesa era terminata, coperta e nella parte anteriore chiusa e murata, E nell’anno 1426, 10 novembre e seconda domenica del mese, nel qual giorno si dovrà fare la festa della dedicazione, sotto il priorato di fra Domenico di Angelo Viviani, religioso di Castello, fu consacrata la suddetta Chiesa e il primo chiostro, e inoltre l’Altar maggiore in onore degli Apostoli Pietro e Paolo e del N. Padre S. Domenico, in cui furono riposte le reliquie dei Ss. Nicola, Biagio, Martino e Innocenzo, dal Rev.do in Cristo Padre Marino di S. Marino, dello ordine dei Minori, Vescovo di Sebaste, assistito dai Rev.di D. Gregorio abbate di Borgo S. Sepolcro, D. Francesco abbate di Scalocchio e D. Bartolomeo Corsoni vicario del Vescovo della nostra Città, i quali rilasciarono per il giorno della Dedicazione le indulgenze di 40 giorni in perpetuo e per ciascun fedele…..“; il documento prosegue con altri dettagli che trascuriamo, vengono anche specificati i componenti del Cenobio con i loro nomi, cioè 18 padri, 3 conversi e 3 novizi.
L’atto continua ricordando che furono consacrati anche gli altri altari innalzati nella Chiesa, in quest’ordine: Il 17 novembre, terza domenica, l’altare che sta vicino alla Cappella maggiore e la nuova sacrestia in onore di S. Tommaso di Aquino e l’altro che sta nell’angolo dalla parte del Chiostro in onore della Vergine Maria.
Il 18 novembre l’altare su cui era sistemato il corpo della B. Margherita Terziaria, in onore della Martire S. Margherita, e l’altare contiguo in onore della S. Croce.
Il 20 novembre l’altare che stava verso la strada in onore di S. Antonio Abate.
Proprio all’altare di S. Antonio Abate fu posta una lapide:
A. D. M. CCCC XXVI Dm XX 9B (novembris)
CONSECRATUM ET DEDICATUM FUIT ALTARE HOC
IN HONOREM B. ANTONII P(ER) D. (OMINUM)
MARINUM DE S. MARINO, ORDINIS MINORUM
EPISC. SEBASTE, IN QUO SUNT RELIQUIAE
SS. APOSTOLORUM PETRI ET PAULI ET B. ANTONII
(seguono le indulgenze concesse).
Una chiesa così colossale e grandiosa fu portata a termine in 24 anni (1400-1424).
Nella sacrestia di S. Domenico esistono dei grandi quadri riproducenti alcuni uomini illustri dell’Ordine oltre che B. Pietro Capucci, fattosi Domenicano nel 1405 e grande sostenitore dell’opera, abbiamo:
B. Giovanni di Domenico fiorentino, Maestro di S. Antonino arcivescovo di Firenze, fu riformatore (“restitutor“) dell’Ordine e Priore di questo Cenobio nel 1392, finchè nel 1408 fu creato da Gregorio XII arcivescovo di Ragusa e poco dopo elevato dallo stesso Papa all’onore della Porpora.
Morì a Budapest nel 1420, dove Papa Martino V lo aveva inviato come suo Legato.
B. Tommaso Caffarino senese, che assieme al B. Giovanni suddetto fu restauratore in questo Cenobio (tifernate). Intimo confidente di S. Caterina da Siena, ne scrisse la vita e ne promosse la canonizzazione; e fu il primo a scrivere la vita della B. Margherita della Métola in lingua volgare, pubblicandola nel 1400.
Morì a Venezia nel 1430.
Nel corso degli anni il comportamento di monaci non fu del tutto esemplare, tanto che dopo numerosi tentativi di ristabilire l’ordine andati a vuoto, intorno al 1457 il Convento fu chiuso e i frati furono cacciati.
Solo nel 1477 ci fu un ripensamento in quanto non si poteva tenere chiusa un convento così grande e una chiesa così bella, per cui nel 1495 come risulta da un Registro del P. Giovacchino Turriani, Maestro dell’Ordine, il Convento fu affidato alla Congregazione di S. Marco a Firenze, e fornito di Padri di stretta osservanza.
Il 4 luglio 1672 il P. Generale dell’Ordine inviò a Castello un nuovo P. Priore accompagnato da altri Padri per una nuova riforma del Convento.
I Padri erano tutti dell’Osservanza antica, e iniziarono una vita completamente ritirata, dando alla popolazione un grande esempio; ma vi rimasero poco; perchè nel 1678, in occasione d’un nuovo Capitolo Provinciale indetto per onorare la traslazione del corpo di Beata Margherita all’Altare maggiore, ritornarono i Padri conventuali e vi rimasero poi sempre.
Nel 1724 furono fatte solenni celebrazioni per onorare l’assunzione al Papato del quarto Domenicano Benedetto XIII; e in quel periodo incominciarono nel magnifico tempio quelle deformazioni barocche che deturparono tutta l’armonia artistica della Chiesa.
Si provvide al tetto, che aveva bisogno di restauri; ma si imbiancarono tutte le pareti della Chiesa, furono chiuse le finestre gotiche; fu aperta una grande porta in fondo per comunicare con il Loggiato, nel quale fosse possibile fare le processioni nel tempo invernale.
Lungo tutto il vano della Chiesa vi erano ben 22 altari; mentre sarebbero bastati averne non più di tre: e cioè l’Altar maggiore, e i due laterali, dove figuravano capolavori del Signorelli e di Raffaello; nella cantoria inoltre, sistemata sopra il Coro, per fare la quale fu chiuso completamente il grande finestrone dell’abside.
Il 29 settembre 1789 ci fu un gravissimo terremoto che arrecò ingenti danni alla struttura ma che furono riparati con gravi spese e molti sacrifici.
Quando poi arrivò l’Unità d’Italia, fu emessa la Legge di soppressione degli Ordini religiosi, i Domenicani dovettero abbandonare il convento e la Chiesa fu lasciata in mano all’ Amministrazione del Fondo per il Culto.
Nel 1912 il Can. Giacinto Faeti, terziario domenicano, nel sesto centenario della morte della B. Margherita, decise di ristrutturare la chiesa e con l’aiuto del Vescovo Mons. Carlo Liviero si iniziarono i restauri per cancellare le deturpazioni barocche; questi durarono 8 anni continui, senza soste, nemmeno per la grande guerra mondiale.
Nell’aprile 1913 furono riaperti due finestroni laterali e nel 1914 altri due ancora.
Si pensi che tutta la vasta chiesa contava in origine nove finestroni, tre dei quali furono chiusi per sempre nel muro che guarda il chiostro.
Fu atterrato nel 1914 l’organo e la cantoria sopra il coro, fu sistemato nel grande vano del muro dell’abside, alto m. 10 e largo m. 2,50, il grande finestrone colorato con 13 quadri raffiguranti la vita della B. Margherita.
Si provvide poi alle pareti della chiesa e nel pulirle dall’intonaco si scoprirono nel 1917 gli straordinari affreschi.
Tutti i lavori furono eseguiti durante il conflitto 1915-1918 ma solo più tardi fu pensato di utilizzare una cappella per fare un Sacrario elci Caduti in guerra, fu sistemato un magnifico affresco del ‘400 di scuola Senese raffigurante la Crocifissione e nel mezzo della Cappella fu posto un grandioso masso di granito grezzo, prelevato dal fatidico Monte Grappa e foggiato ad altare con la scritta: “Ai Caduti per la Patria“.
I Padri da allora continuarono ad abitare nel convento costantemente ed onorevolmente, fino alla soppressione degli Ordini religiosi, avvenuta per legge dopo il 1860.
Aspetto esterno
Imponente e severa costruzione che colpisce per le sue dimensioni, presenta un’ampia struttura ad unica navata, con copertura a travature scoperte, ha coro a croce e con una zona absidale e del coro divisa in tre arcate a sesto acuto e delineate da vetrate policrome.
La facciata è incompiuta, sul fianco sinistro si trova la quadrata torre campanaria e il portale a ogiva che nonostante le trasformazioni subite costituisce una preziosa testimonianza delle maestranze operanti in città nel Trecento.
Il portale principale è il più recente ed è rimasto incompiuto; quello laterale di forma gotica è del ‘400 e presenta nella lunetta un affresco raffigurante la “Vergine e il Bambino con San Domenico e Beata Margherita“, dipinto rovinato dal tempo.
Interno
La chiesa ha una sola navata a copertura a tetto; il coro, coperto da volte a crociera, è preceduto da tre archi trionfali e poggianti su pilastri poligoni.
La chiesa conserva numerosi affreschi quattrocenteschi, in gran parte frammentari e restaurati a partire dal 1911, quando imponenti lavori liberarono l’edificio da sovrastrutture barocche e settecentesche.
Lungo la parete sinistra, accanto al portone, si trova “S. Antonio Abate“(1426), seduto su un trono, di Antonio di Guido da Ferrara conosciuto anche come Antonio Alberti.
L’affresco di San Domenico si può senza dubbio considerare una delle prove migliori dell’artista di origine ferrarese ma ben radicato a Urbino a partire dalla fine del secondo decennio del Quattrocento. Nella capitale del Montefeltro egli si inserì nella grande stagione del tardo gotico locale che vide protagonista anche i fratelli Salimbeni e Ottaviano Nelli.
Antonio di Guido da Ferrara ebbe un rapporto speciale con Città di Castello, dove lavorò in più di un’occasione, come noto sia dai documenti sia dalle opere giunte fino a noi.
La figura monumentale del santo seduto su un imponente trono marmoreo fu realizzata in corrispondenza di uno degli antichi altari della chiesa di San Domenico.
Sant’Antonio assai caro alla devozione popolare è circondato da alcuni episodi della sua vita, che grazie al pennello del pittore divengono un vivace spaccato sulla vita quotidiana e sui costumi del tempo.
Sempre su questo lato si vede una “Natività“, con a fianco delle figure della Trinità e di Santa Mustiola.
Al cospetto della Natività siede in preghiera santa Margherita di Città di Castello, documento iconografico del culto ormai consolidato per la venerabile cieca della Metola.
La pulitura della superficie pittorica ha reso maggiormente visibili i tre raggi d’oro che congiungono il cuore di Margherita alle bocche di Gesù Bambino, della Madonna e di San Giuseppe, simbolo dell’accesa devozione della Santa per la Sacra Famiglia.
Secondo i racconti agiografici alla morte della santa furono ritrova nel suo cuore tre sassi con le immagini dei componenti della Sacra Famiglia, nell’opera rievoca dalla presenza dei personaggi stessi.
Questo secondo affresco venne realizzato da un artista locale, molto attivo a Città di Castello e dintorni tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento, che in San Domenico intervenne a più riprese nella chiesa e in altri ambienti del convento.
Segue poi “S. Caterina che riceve Stimante” ed alcune figure di Santi.
Nella parete di fronte si possono ammirare, a partire dall’ingresso: una “Madonna” di C. Gherardi, affresco staccato nel 1917, tre strati di affreschi raffiguranti la “Vergine che allatta il Bambino” e l'”Annunciazione” in quello più antico, ” L’Eterno Padre con quattro Angeli” e “un domenicano che predica” in quello intermedio, “la Crocifissione” in quello più recente, opera attribuita a Antonio Alberti.
L’attigua cappella dedicata ai caduti di guerra all’inizio di questo secolo, conserva un affresco trecentesco il “Crocifisso tra la Vergine e San Giovanni” di fattura ispirata a scuola senese.
La cappella vicina, del SS. Sacramento, accoglie affreschi con “Storie di S. Antonio Abate“.
All’estremità della navata, i due altari rinascimentali custodivano due autentici capolavori, quello a destra la Crocifissione di Raffaello, dipinta attorno al 1503 per conto della famiglia Gavari, oggi alla National Gallery di Londra, e quello a sinistra il Martirio di San Sebastiano di Luca Signorelli, realizzato nel 1495 per la famiglia Brozzi e attualmente conservato nella Pinacoteca Comunale.
L’altare maggiore della chiesa conserva il corpo della Beata Margherita (1287-1320), terziaria domenicana, detta la Cieca della Metola, dal luogo in cui nacque e beatificata il 18 novembre 1609.
Nell’abside è collocato un coro ligneo con 26 stalli in doppia fila realizzato nel 1435 dal fiorentino Manno di Benincasa detto Manno dei Cori che arieggia quello stupendo della Basilica inferiore di Assisi; l’autore vi incise il suo nome: “OPVS MANNI DE FLORENTIA 1435”.
Il manufatto fu deteriorato e in parte distrutto da un incendio rimanendo molto a lungo mutilo nella parte sinistra.
Quando il Can. Faeti iniziò i restauri della Chiesa, ottenne dal Comm. Elia Volpi tifernate, grande cultore d’arte, la promessa di un interessamento particolare per ridare splendore a quest’opera insigne.
Elia Volpi mantenne la parola, facendo restaurare da esperti di sua fiducia e a sue spese quanto il fuoco e il tempo avevano lesionato, cosi è tornato alla sua piena bellezza.
La Sacrestia è dotata di porte intagliate e di armadi settecenteschi.
Crocifissione con due angeli la Madonna e i Santi Gerolamo Maddalena e Giovanni Evangelista – Raffaello
La tavola, dipinta per la cappella Gavari in S. Domenico a Città di Castello, vi rimase per tre secoli fino a quando venne acquistata da un francese per quattromila scudi.
In seguito fece parte della collezione Fesch (1818) e di quella del principe di Canino (1845); dopo essere passata attraverso varie raccolte inglesi giunse alla collezione Mond e nel 1942 alla sede odierna (National Gallery di Londra).
La tavola, firmata ai piedi della croce, in lettere d’oro, “RAPHAEL URBINAS P.“, venne probabilmente iniziata nel 1502 e terminata nel 1503.
Il Magherini-Graziani lesse quest’ultima data sul gradino dell’altare nel quale la tavola si trovava.
E’ un’opera completamente influenzata dal Perugino (vedi in particolare le figure dei quattro santi), tanto che lo stesso Vasari afferma che “se non vi fosse il suo nome scritto, nessuno la crederebbe di Raffaello, ma bensì di Pietro“.
Alla tavola il Gronau (1909) collegò due scomparti di predella: uno raffigurante S. Gerolamo che risuscita tre morti (Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga), l’altro con un miracolo di S. Gerolamo (già a Richmond, coll. Cook).
Il primo scomparto era stato attribuito dal Passavant al Perugino e dal Cavalcaselle a Raffaello giovane.
La Brizio vede nei due scomparti alcuni progressi rispetto ai moduli perugineschi.
Chiostro
Nell’attiguo ex convento sorge il chiostro, recentemente acquisito dal Comune di Città di Castello, costituto da due esili colonne che sorreggono archi, doppi nell’ordine superiore.
Terminato tra il 1662 e il 1667, nella parte bassa furono ricavate 32 lunette dipinte da Salvatore Castellucci di Arezzo, discepolo di Pietro da Cortona, con storie di Beata Margherita, ai lati delle quali si trova una doppia didascalia in latino ed in volgare.
Sotto le arcate inferiori si aprono due trifore che con la porta trilobata danno luce alla cosiddetta “Sala capitolare” domenicana.
Beata Margherita da Metola
Nacque da nobili genitori (Parisio ed Emilia) nel castello di Metola nella Massa Trabaria (oggi Mercatello del Metauro nella provincia di Pesaro Urbino), presumibilmente alla fine degli anni Ottanta del Duecento.
Margherita nacque cieca e deforme e a motivo di ciò il padre le avrebbe costruito una cella presso la chiesa del castello per nasconderla alla vista.
Fin dai sette anni la fanciulla avrebbe iniziato una vita di penitenza con digiuni e cilicio.
Nella speranza di un miracolo i genitori la portarono a Città di Castello, al sepolcro di un pio frate minore morto da poco (forse il beato Giacomo), ma il miracolo non avvenne e Margherita fu dai genitori stessi abbandonata in quella città.
Visse girovagando e mendicando il vitto fino a quando fu accolta nel “monasteriolum di S. Margherita” attivo nella città almeno dal 1287, da cui fu in seguito espulsa.
Margherita trovò quindi un approdo nella casa dei coniugi Venturino e Grigia, dove si cominciò ad attribuirle miracoli e dove visse in orazione e praticando forme penitenziali come la disciplina. Portava l’abito dei frati predicatori e frequentava la loro chiesa.
Le si attribuivano levitazioni e la visione di Cristo incarnato al momento dell’elevazione.
Morì nella casa di Venturino e Grigia, munita dei sacramenti a lei impartiti dai frati domenicani, il 13 aprile. 1320.
Il corpo, con grande concorso di popolo, fu traslato nella chiesa dei predicatori, dove fu trattato con aromi offerti dai rettori della città per l’imbalsamazione.
Nel cuore di Margherita vennero identificate tre pietre con immagini riferite alla Natività e allo Spirito Santo.
I miracoli a lei attribuiti post mortem consistettero nel fugare demoni, sanare infermità, resuscitare defunti; il redattore della minor aggiunge tre guarigioni miracolose di animali.
La figura di Margherita bene s’inquadra in quella schiera di nuovi santi locali, sostenuti anche dal sentimento civico proprio dell’età comunale, “assorbiti” dagli ordini mendicanti, nel caso specifico dall’Ordine dei predicatori.
Anch’essi si preoccuparono di proporre modelli di donne affiliate al loro Ordine, ciò che soprattutto maturò sul calare del Trecento e agli inizi del Quattrocento, quando si affermò il fermento dell’Osservanza pure in ambito domenicano.
Il culto e la devozione per Margherita si imposero con l’avanzare del Trecento.
Nel 1395 a Città di Castello il culto e la devozione per la beata dovevano essere già stati istituzionalizzati, poiché si trova l’esplicita menzione della “festivitas et obstensio corporis beate Margarite”.
Nel 1422 il Comune di Città di Castello stabilì che ogni anno nel giorno della festa della beata – le cui reliquie si conservano e si venerano nella chiesa di S. Domenico – fosse offerto un doppiere di cera.
Da questa epoca il culto per la beata è sempre più intensamente documentato.
Nel 1604, per esempio, Clemente VIII concesse indulgenza a quanti avessero visitato la chiesa di S. Domenico, dove era conservato il corpo di Margherita, il 1° maggio, giorno della celebrazione della festa.
Il culto fu autorizzato da Paolo V nel 1609.
Negli anni Sessanta del Seicento le lunette del chiostro del convento domenicano tifernate furono illustrate con scene di vita e di miracoli di Margherita, il cui corpo, nel 1678, fu collocato, in una urna nell’altare maggiore della chiesa di S. Domenico.
Per il suo essere cieca e deforme Margherita è divenuta punto di riferimento devozionale per portatori di handicap: così tra gli anni 1919 e 1920 è stato fondato, su iniziativa del canonico Giacinto Faeti, l’Istituto per cieche a lei intitolato; anche in tempi recenti si sono organizzati pellegrinaggi di persone disabili alla tomba della beata.
Nel 1988 il locale Vescovo di Urbino e Città di Castello l’ha proclamata Patrona Diocesana dei non vedenti.
Nel 2004 è stata depositata presso la Congregazione delle cause dei santi la documentazione per l’eventuale canonizzazione.
Attualmente la festa è celebrata il 13 aprile.
Fonti documentative
Angelo Ascani – Storia di un monumento, la chiesa di San Domenico a Città di Castello – 1963
https://www.paesionline.it/
http://www.treccani.it/
Cartellonistica in loco