Chiesa di San Donnino di Ciciliano – Monte Santa Maria Tiberina (PG)

La chiesa è una delle poche rimaste con un orientamento sacrale rivolto al Solstizio d’inverno (21 Dicembre) che rappresenta la nascita di Cristo ma in epoca pagana era la rinascita del “Sol Invictus” e conserva ancora la monofora aperta al centro della parete absidale.

 

Cenni storici

La chiesa di San Donnino di Ciciliano sorge su una modesta collina che si affaccia sul versante sinistro del torrente Aggia, il quale confluisce nel Tevere nei pressi di San Secondo, una frazione del comune di Città di Castello.
Il nome Ciciliano è un prediale romano legato a qualche famiglia romana (forse la potente gens Caecilia) che qui aveva una tenuta rurale posta su queste fertili colline dell’Alto Tevere.
L’edificio, così come lo vediamo oggi, è stato realizzato probabilmente tra il XVIII e XIX secolo, ma le sue origini vanno ricercate molti secoli indietro; infatti nelle visite pastorali compiute dai Vescovi, dai secoli XIII e XIV in poi, compiute nel territorio di Monte Santa Maria Tiberina, troviamo elencate diverse chiese nominate una per una, quasi tutte con cura d’anime e quasi tutte rimaste:
Ciciliano (S. Donino), Graziano (S. Lucia), Marcignano (S. Michele Arcangelo), Paterna (S. Pietro), Pecorata (S. Lorenzo), Petena (S. Andrea), Piantrano (S. Lorenzo), Prine (S. Biagio), Tetena (S. Michele Arcangelo), Tocerano (S. Faustino), Trevine o Trevina (S. Michele Arcangelo), Verciano (S. Cristoforo), Arcalena (S. Luca Evangelista), Petriolo (S. Bartolomeo Apostolo), Pezzano (??), S. Martino al Monte (S. Martino), Prato (S. Pietro Apostolo).
Un primo documento importante che attesta l’esistenza della chiesa risale al sec. XIII; infatti intorno agli anni 1230 il vescovo Matteo nella sua “Visita” in diocesi, si recò alla Pieve di Monte S. Maria dove lo attendevano tutti i sacerdoti soggetti all’arciprete e fra questi era presente anche quello di Ciciliano.
Fra gli avvenimenti che attestano l’esistenza della chiesa di Ciciliano va ricordato che mercoledì 22 agosto 1268, avvicinandosi il Vescovo a Monte S. Maria per la visita, l’arciprete Peccio, Ruggero castellano del Monte, Rinaldo di Roberto, Ruggero di Giovanni, Maragazzino e molti altri uomini gli vennero incontro sulle pendici del castello appena fuori del borgo e lo accolsero con tutti gli onori al fine di superare gli screzi che si erano venuti a creare tra il Feudo del Monte e il Vescovato; fra i rettori delle chiese presenti troviamo un certo D. Rigone di Ciciliano e il chierico Lucchese rettore di Prine.
Un altro avvenimento che cita la chiesa successe nel 1285 e lo riporta l’Ascani: “mentre il marchese Guido era podestà di Città di Castello i ghibellini diedero origine ad azioni belliche e a devastazioni senza fine nel contado, ivi compresi i beni del Vescovado e degli ecclesiastici, fra cui occuparono il castello di Verna e il Vingone, proprietà del Vescovo; questi scomunicò solennemente il comune, il podestà e i consigli e porre la Città sotto l’interdetto.
Questo causò una forte insicurezza tanto che il Vescovo fuggì a Sansepolcro sua diocesi allora e lo stesso clero si sentiva in pericolo per questo furono presentate una serie di richieste di preti al nuovo Vescovo Giacomo per chiedere l’autorizzazione a portare le armi per legittima difesa contro
“inimicitias capitales”; fra queste è documentata quella del 26 novembre 1286 di D. Rigo rettore di Ciciliano, Rinaldo di Pecorata e il rettore di Marcignano (tutti territori della curia del Monte) ed ottennero il porto d’armi per un certo periodo di tempo“.
Questo particolare dimostra che la chiesa di San Donnino di Ciciliano era quel tempo ben attiva e aveva anche un rettore.
La chiesa pagava anche le decime alla Camera apostolica infatti la ritroviamo censita nelle Rationes Decimarum alla voce 271 dove risulta che nel 1349 “Ecclesia S. Dompnini de Ciciliano” paga una decima di “XXXII libbre“.
Sfogliando le Visite pastorali troviamo che il 2 maggio 1571, il Vescovo Paolo Mario della Rovere visitando la chiesa vede la necessità di una ripavimentazione, devono essere fatti due “Palli” per gli altari e deve essere restaurata una trave che minaccia di cadere, nota anche che vanno sistemate anche le sepolture.
Nelle visite settecentesche citiamo quella del vescovo Alessandro Codebò del 3 agosto 1717 che trovò la chiesa in buono stato nel suo complesso.
Fra le visite ottocentesche citiamo quella del Vescovo Giovanni Muzi del 30 aprile 1827, il quale pur trovando la chiesa ben tenuta, ordina che venga riparato il tetto; lo stesso però ci da delle informazioni sulla disposizione interna della chiesa, infatti precisa che ci sono altri due altari oltre a quello maggiore: uno in Cornu evengeli ed è l’altare dedicato alla Vergine addolorata, l’altro in Cornu epistolae dedicato alla Madonna del Rosario ed è retto dalla Confraternita.
Oltre a ciò controlla i libri dei matrimoni, morti e dello stato delle anime che a quella data contavano 56 persone.
Dalla Visita del Vescovo Letterio Turchi fatta il 10 maggio 1851 scopriamo che la chiesa è di libera collazione e la festa si celebra il giorno 11 ottobre, ma la cosa interessante è che a quella data gli altari si erano ridotti a due il primo dedicato al Santo titolare ed il secondo alla Madonna del Santo Rosario; scopriamo inoltre che annesso alla parrocchia vi è un Oratorio con il titolo della Madonna della Concezione di libera collazione ove si celebra la festa l’8 dicembre, però lo stato di conservazione è pessimo, minaccia rovina ed è sprovvisto di tutto.
Nella Visita del Vescovo Giuseppe Moreschi del 20 settembre 1873 si afferma che la chiesa ricade nella Congregazione di Uppiano e la sua popolazione a quella data conta 140 individui.
Oltre a fare qualche rilievo ci dice che il Parroco non ha il “Decimato” ma ha un compenso di Lire 266 ed inoltre a questa parrocchia è affiliata una piccola chiesa (l’Oratorio suddetto) che però è stata sospesa fin dal 1855.
Con l’istituzione del Comune di Monte S. Maria e la proclamazione del nuovo podestà G. Batta Ceretelli nel 1818, oltre all’inventario dei beni venne fatto anche il censimento della popolazione richiedendo ai singoli parroci l’indicazione precisa dell’animato per gli anni 1816-1817-1818; risulta che nel 1816 l’abitato di Ciciliano contava ben 72 persone.
 

Il culto di San Donnino

Donino, o Donnino, visse fra VI e VII secolo, collaborando con il vescovo Florido e il presbitero Amanzio alla ricostruzione di Città di Castello (allora Castrum Felicitatis) dopo la distruzione subita durante la guerra greco-gotica.
Le fonti erudite dei secoli XVII-XVIII ne ricordano la devozione e lo zelo.
Alla morte di Florido (599 o 600) e di Amanzio, di poco successiva, Donino abbandonò la vita pubblica per ritirarsi a vivere nella solitudine eremitica presso la località Rubbiano, territorio che poi passerà alla diocesi di Cortona nel 1325. Si trasferì poi in un secondo eremo, più vicino a Città di Castello, oggi denominato Villa San Donino.
Qui il laico eremita morì nell’anno 610.
Durante gli anni della vita eremitica Donino entrò a contatto con la popolazione delle campagne circostanti gli eremi, divenendo per esse un punto di riferimento spirituale un intercessore presso Dio.
Il suo corpo è oggi conservato all’interno di un’urna collocata nella chiesa di San Donino nell’omonima località.
Altro luogo legato alla memoria di questo santo è presso Rubbiano, dove esistono alcuni massi e una fonte presso cui i pellegrini pregano per ottenere la guarigione dall’epilessia.
Da secoli Donino è invocato contro il morso dei cani idrofobi.
Sebbene laico, Donino è stato in passato raffigurato con i paramenti sacerdotali e il calice, e accanto un piccolo cane. L
a più antica raffigurazione è contenuta nel paliotto in argento sbalzato e cesellano donato da papa Celestino II alla cattedrale di Città di Castello nel 1144, dove Donino è raffigurato insieme ai Santi Florido e Amanzio.
Le sue reliquie sono state sottoposte a ricognizione canonica negli anni 1543, 1791 e 1869.
 

Orientamento sacrale

L’orientamento spaziale della chiesa ci aiuta a capire meglio le sue origini molto antiche, infatti nell’Alto Tevere l’’architettura che ha fatto scuola per gran parte delle chiese romaniche è costituita dall’Abbazia di Petroia risalente al X secolo.
Nelle chiese romaniche dell’epoca gli edifici avevano un orientamento est-ovest, cioè la porta rivolta ad ovest e l’abside ad est, nell’Abbazia di Petroia si assiste invece ad una differenziazione, cioè si prende come punto di riferimento il solstizio d’inverno (21 Dicembre) cioè quando il sole rinasce per andare verso la primavera e, per un errore di calcolo la cristianità ha assorbito questa festa pagana dedicata al “Sol Invictus” ( associato a diverse divinità quali Helios, Mitra, Apollo), celebrando la nascita di Cristo come la nuova “Luce del mondo“.
Tutto però nasce da un errore infatti nel I secolo a.c. Giulio Cesare decise di riformare il calendario romano; per questo complicato compito, Cleopatra gli suggerì di affidarsi a Sosigene di Alessandria, un astronomo egizio.
Nel mare di calcoli che dovette fare per stabilire date, durate e feste, Sosigene avrebbe erroneamente datato il solstizio d’inverno al 25 dicembre.
I Cristiani, per far accettare il loro culto al popolo, hanno sempre utilizzato lo stratagemma di sovrapporre le loro chiese e le loro feste ai templi e alle festività precedenti.
Siccome alcuni cristiani usavano il Sole come simbolo di Cristo, si stabilì che la nascita di Cristo doveva essere il 25 Dicembre, cioè il giorno della (ri)nascita del Sole.
Da ciò dipende il fatto che il Natale si festeggia in quella data.
Per tornare alla nostra chiesa, si nota che così come l’Abbazia di Petroia è orientata verso il solstizio d’inverno, quindi circa trenta gradi a sud-est, così la chiesa di San Donnino di Ciciliano come qualcun’altra dell’epoca che è giunta fino a noi ha lo stesso orientamento.
Questa sovrapposizione della luce del sole con la figura di Cristo però andò a scontrarsi con il Concilio di Trento che definì il Tabernacolo come punto di salvezza e non la luce del sole che passava dalla feritoia dietro l’altare per cui tutte queste chiese furono obbligate a murarla.
Non tutti però obbedirono a questi obblighi e la chiesa di San Donnino è una di queste, infatti ancora oggi conserva la feritoia aperta seppur coperta da una vetrata colorata; questo però permette ancora oggi di poter vedere la prima luce del sole del solstizio d’inverno (21 dicembre) che entrando dalla feritoia divide perfettamente a metà l’aula dell’edificio.
 

Aspetto esterno

La facciata della chiesa segue il classico profilo a capanna, al centro si trova un semplice portale preceduto da due gradini in pietra; sopra di esso c’è una finestra anch’essa di forma rettangolare con un modesto infisso in legno.
All’incrocio delle due falde del tetto, leggermente arretrato c’è un campanile del tipo a vela con due archi a tutto sesto sorretti da altrettanti piedritti.
Alla base dei pilastri, nel punto di imposta degli archi c’è una cornice di mattoni che viene ripetuta nella parte terminale a formare un timpano che conclude il campanile.
Esternamente lungo la parete longitudinale si possono vedere i due contrafforti degli archi interni che sporgono dalla muratura principale.
Alla chiesa nella parte destra sono addossati diversi edifici che costituivano la casa parrocchiale.
 

Interno

La pianta a sala unica è suddivisa in tre campate da due archi a tutto sesto sorretti da due pilastri rettangolari addossati alle pareti longitudinali.
Il presbiterio occupa l’ultima campata ed è rialzato di due gradini rispetto alla sala.
Tutta la pavimentazione è in pianelle di cotto rettangolari disposte secondo un disegno a spina di pesce diritto e presenta due botole circolari in pietra che un tempo conservavano le sepolture.
Gli altari laterali non ci sono più c’è solo l’altare maggiore alle cui spalle si apre la monofora medievale coperta da una piccola vetrata; nella parte destra del presbiterio si trova una statua processionale della Madonna con Bambino, mentre nella parte sinistra si apre la porta della sacrestia, dove accanto, nella parete, una piccola mensola a mò di altare è posta sotto una nicchia in pietra finemente scolpita che funge da tabernacolo.
In controfacciata sulla parte destra è murata un’acquasantiera in pietra accanto ad un confessionale, a sinistra si trova murato un fonte battesimale in pietra.
 

Fonti documentative

Ascani Angelo – Monte Santa Maria Tiberina e i suoi Marchesi – 1999
https://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedaca.jsp?sercd=38059
www.lucaricatti.it/origini-del-natale/
https://www.santiebeati.it/dettaglio/90193
 

Mappa

Link alle coordinate: 43.434787 12.181523