Basilica di San Salvatore – Spoleto (PG)

La Basilica, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità, sorge all’interno del Cimitero di Spoleto, alle pendici del colle Ciciano lungo l’antica via Nursina che collegava Spoleto a Norcia.

 

Cenni storici

Nonostante le manomissioni e modifiche subite nei secoli è una delle più importanti e rare testimonianze di architettura paleocristiana, il “maggiore monumento spoletino dell’antichità“, come lo definì un secolo fa lo studioso e archeologo Giuseppe Sordini.
Malgrado i recenti restauri e la promozione derivante dall’essere “Patrimonio dell’Umanità” è tuttora esclusa dai tradizionali percorsi turistici e schivata dagli stessi spoletini, condannata ad una sorta di esilio a causa della destinazione cimiteriale, ed ancora votata ad un ingiustificato abbandono.
La collocazione temporale della costruzione della basilica, non esistendo documenti che datino l’evento in modo inequivocabile, deve essere stimata mediante l’esame diretto dell’edificio.
Non c’è però accordo tra i vari esperti circa la datazione dello stesso.
Durante i lavori di consolidamento e restauro del 1996 è stata rinvenuta nella muratura di riempimento della facciata una ciotola con avanzi di cibo, il complesso degli elementi, organici e inorganici, è stato datato tra il 540 e il 641.
Ciò fissa, per la costruzione dell’intero edificio, una datazione compresa tra la prima metà del IV secolo e la prima metà del VII.
La purezza e la classicità delle linee architettoniche, in particolare del presbiterio, fanno propendere per l’ipotesi della basilica paleocristiana.
L’analisi dei rapporti proporzionali tra la navata maggiore e le due laterali, la cui larghezza è maggiore della metà di quella centrale, testimonia anch’essa dell’antichità della chiesa, infatti, è un indice arcaico che non si riscontra più dalla fine del V secolo.
È questa anche l’opinione del più eminente studioso di storia dell’arte spoletino, il professor Bruno Toscano.
La basilica originaria si mostrava con una sequenza di colonne doriche, sottoposte ad una trabeazione jonica e concluse in alto da una cornice, sulla quale trovavano posto una serie di lesene ioniche racchiudenti riquadri simili a finti matronei; la sopraelevazione della navata centrale, di altezza superiore all’attuale si articolava in ampie finestre a tutto sesto, ornate di ghiera.
Le navate laterali mancavano degli ambulacri terminali, nel presbiterio alte colonne corinzie, associate ad una trabeazione dorica, sostengono una volta a crociera.
L’edificio rappresentava un estremo esempio dell’architettura classica ed il primo modello per la trionfante cristianità.
La facciata, diversa dall’attuale, era impreziosita da un portico di cui rimangono le fondazioni.
Poi, probabilmente intorno al 540, durante le guerre gotiche, l’edificio è stato distrutto da un incendio, di cui rimane testimonianza, che ha provocato il crollo delle navate e della facciata.
Dopo il lungo periodo di guerra e il breve di dominazione bizantina terminato nel 568 con la conquista longobarda, nel 576 Faroaldo è il primo duca di Spoleto.
I nuovi arrivati trovano il sacro edificio devastato e pongono mano al suo restauro, utilizzando, per quanto possibile, le parti superstiti.
Le pareti furono ricostruite con altezza minore, le sette campate furono rinforzate con pilastri.
Le due navate laterali furono prolungate con due ambulacri absidati, in origine ambienti di servizio per le funzioni liturgiche, secondo la tradizione architettonica orientale-siriaca, che sporgono oltre l’abside principale.
La facciata fu ricostruita, forse utilizzando parte della decorazione preesistente, ma ora senza portico, di cui, infatti, non rimane traccia nella muratura.
La presenza di chiari elementi di derivazione orientale negli ambulacri e nella facciata, frutto evidente della cospicua colonia di monaci siriaci presenti a Spoleto nei primi secoli del cristianesimo, a far data dal regno di Teodorico, è indice che la ricostruzione della stessa risale al termine del VI secolo, come del resto provato dalla ciotola di cibo lasciata dall’operaio distratto.
Nell’VIII secolo si è reso necessario un nuovo cospicuo intervento di restauro, forse a seguito di un evento sismico.
In questa che potremmo definire una fase tre della costruzione, in risposta al crollo del cleristorio della navata, fu abbassata l’altezza della navata e soppresse le finestre, furono tamponate quasi tutte le campate e aggiunte al presbiterio due rozze colonne di sostegno.
La Basilica, inizialmente è dedicata ai due santi taumaturgi Concordio e Senzia.
L’antica passio di san Concordio martire (secoli V-VI) ricordava che egli fu sepolto in questo luogo “poco lontano dalla città, dove sgorgano abbondanti acque“, cui vennero riconosciute qualità terapeutiche (ancora nei secoli XVII e XVIII).
La leggenda di san Senzia (secoli VII-VIII) riferiva che egli era vissuto nel sovrastante Colle Ciciano, dove avrebbe ucciso un pestilenziale drago, simboleggiante forse gli ultimi residui del paganesimo.
È citata in un documento benedettino dell’815 con la nuova intitolazione a San Salvatore, probabilmente così rinominata fin dal VII secolo.
Successivamente, nel secolo XI è descritta come Monasterium Sancti Concordii, riacquisendo pertanto la primitiva intitolazione che mantenne fino al Cinquecento, quando assume il nome di Chiesa del Crocefisso, con la realizzazione sulle pareti dell’abside di affreschi che richiamavano tale culto.
Nel corso del Seicento la copertura a crociera della zona presbiteriale fu sostituita dall’attuale cupola con lanterna.
Dopo il 1860 la città riprese possesso dell’edificio.
Solo a partire dal Novecento, dopo una serie di lavori di restauro a cura del Sordini e altri, la basilica ha ripreso definitivamente l’attuale titolo di San Salvatore.
Annesso alla chiesa vi è un monastero, oggi in completo degrado che fu benedettino, vi è documentata una comunità monastica femminile benedettina fin dal 1064, poi, nel 1236, d’autorità soppressa dal papa.
Tra il 1236 e il 1249 vi subentrarono gli eremiti agostiniani, detti brettinesi, poi ospitò le suore Agostiniane fino al 1456, quando furono sostituite dalle suore del Terz’Ordine dei Servi; nel 1624 si insediarono gli Agostiniani Scalzi che ingrandirono il monastero e vi restarono fino al 1857.
Dal 2011 la Basilica è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I Luoghi del potere“.
 

Aspetto esterno

La facciata conserva ancora le tre porte e le tre finestre, pur avendo perduto la sua partizione primitiva.
Le tre porte della basilica ci sono giunte in condizioni frammentarie, e di queste solamente quella centrale, superbamente ornata da una croce palmata con girali vegetali a foglie d’acanto, volute, cornici a fusaruole, ovuli e dentelli classici, ha conservato la sua funzione d’uso; le altre apparivano murate, prima dell’ultimo restauro, anche se è possibile distinguerne gli elementi costitutivi.
Nel corso di recenti lavori di restauro, durante lo smontaggio del fregio dell’architrave della porta centrale la faccia posteriore ha rivelato l’appartenenza del grande monolite ad un monumento funerario romano dei I secolo d. C.
È probabile che la parte inferiore della facciata fosse in origine ricoperta da intonaco e quella superiore rivestita di un bugnato in pietra.
Nella parte superiore della facciata spiccano le tre finestre.
Notevole è quella centrale, costituita da un arco a tutto sesto incorniciato da una fine ghiera, in cui ad elementi della più pura classicità si accoppiano sedici strani elementi radiali del tutto inusuali nelle decorazioni dell’epoca e che potrebbero essere di derivazione orientale.
Le finestre laterali, invece, sono del tipo a frontone, richiamando però nell’ornato e nelle dimensioni la bellissima finestra centrale.
Il davanzale della finestra sinistra presenta l’iscrizione “AVO MATRI“.
Il prospetto della basilica era suddiviso in due ordini da una cornice orizzontale, solo in parte conservata, da cui partivano quattro lesene scanalate sormontate da capitelli e coronate da fregio e timpano triangolare.
L’abside esternamente è rettangolare e la presenza delle due absidiole laterali fa quasi assumere l’aspetto di una seconda facciata alla parte posteriore, oggi parzialmente nascosta da un rinterro.
 

Interno

L’interno della basilica, a tre navate, è diviso da tamburi di colonne doriche e da pilastri in sette campate.
La navata principale, sulla quale si aprono grandi finestre, termina con un’abside semicircolare affiancata da due ambulacri laterali quadrati, che la superano in lunghezza, anch’essi absidati, e ruotati verso sud.
Nel presbiterio tre alte colonne corinzie, con l’ausilio dei due rozzi sostegni medievali ed associate ad una trabeazione dorica, che sostengono un’alta cupola terminante con una lanterna.
Nell’absidiola dell’ambulacro di sinistra sono raffigurati Padre Eterno benedicente, nella lunetta, Madonna tra un santo non identificabile e San Paolo, opera molto deperita di un pittore spoletino che presenta affinità con Jacopo Zabolino di Vinciolo.
Il presbiterio, risparmiato dai rifacimenti longobardi, è autentico del IV secolo, un tempo aveva l’iconostasi recintata all’orientale e ai lati il diakonikon (locale destinato al deposito di arredi sacri e alla vestizione del clero) e la prothesis (luogo del presbiterio in cui viene effettuata la preparazione della liturgia).
Nell’abside, al centro del muro curvilineo, in un arco a sesto oltrepassato v’è una croce gemmata, resto della decorazione collegata al rifacimento dell’VIII secolo.
In alto a destra v’è un frammento di affresco del XIII secolo, raffigurante la Madonna col Bambino e un santo, accanto ad esso una Crocifissione, con San Giovanni Battista e la Madonna a sinistra del Cristo, San Giovanni e San Senzia a destra, opera cinquecentesca di scuola dello Spagna.
Nel pavimento dell’abside si trova un resto di impiantito ad opus alexandrinum, forse pertinente ad un litostrato rinnovato in epoca romanica.
Nell’absidiola dell’ambulacro di destra si trovano decorazioni pittoriche della stessa mano di quella sinistra: sono raffigurati il Padre Eterno benedicente, nella lunetta, e Madonna col Bambino tra San Senzia e San Sebastiano, opera datata 1478; in basso a sinistra due Santi.
 

Fonti documentative

SORDINI G., Scoperte di antichità, in Notizie dagli scavi, 1898
GENTILI L., GIACCHÉ L, RAGNI B. E TOSCANO B L’Umbria, Manuali per il Territorio. Spoleto, Roma, Edindustria, 1978 pag. 76 e seguenti.
GENTILI L., Spoleto formato cartolina. Album di storia urbana 1890-1940, Spoleto, Associazione pro Spoleto, 1986
JUDSON J. EMERICK La Basilica di San Salvatore in Spoleto Storia della Struttura Spoletium n. 52-53 2017
RAPETTI E. Rapporti armonici e culto dei martiri nel san salvatore di Spoleto, in Umbria cristiana. dalla diffusione dl culto al culto dei santi Atti del XV Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo CISAM Spoleto 2000
JÄGGI C., San Salvatore in Spoleto, Wiesbaden 1998.
NESSI S., Sulla intitolazione originaria del San Salvatore di Spoleto, in Scritti di archeologia e storia dell’arte in onore di Carlo Pietrangeli, a cura di V. Casale, F. Coarelli, B. Toscano, Roma 1996, pp. 215-220;
BASSETTI M. PANI ERMINI L. MENESTÒ E. (A CURA DI) La Basilica di San Salvatore di Spoleto CISAM Spoleto 2012
 

Nota

Il testo è di Silvio Sorcini la galleria fotografica è di Silvio Sorcini e Alberto Monti.
 

Mappa

Link coordinate: 42.741848, 12.743156

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