Cenni storici
La chiesa di Santa Maria degli Angeli e l’annesso ex Convento francescano sorgono in Piazza Nicolo II, alla fine di Via Roma.
Questo complesso fu edificato nei primi venti anni del XVII secolo, sui resti di un’antica villa romana, grazie all’iniziativa di Angelo Felici, signore del paese, e con il contributo attivo della comunità di Montopoli.
Se ne conosce la storia in dettaglio grazie al lavoro di don Carmelo Cristiano, per tanti anni parroco di Montopoli, e, prima ancora, grazie ai verbali delle riunioni del Consiglio comunale di quei primi anni del 1600 che sono conservati nell’Archivio Storico di Montopoli.
Fino all’inizio della seconda metà del XVI secolo Montopoli era stato governato per più di un secolo, dagli Orsini e da famiglie legate agli Orsini; dal 1420 al 1540 circa gli abati commendatari di Farfa, cui il paese apparteneva, furono tutti di questo casato.
Nel 1563 il cardinale Alessandro Farnese, abate commendatario di Farfa fino al 1589, stanco del dominio degli Orsini a Montopoli, chiama da fuori una compagnia di ventura che aveva operato bene a Firenze e mette il suo capitano, Angelo Felici, a capo del paese conferendogli il titolo di conte (che peraltro questi non userà mai).
Ed è appunto Angelo Felici colui che ebbe l’idea del Convento; un’idea che presentava più di un aspetto positivo, per il nuovo reggitore del paese che, quando arriva, deve conquistarsi una popolazione che all’inizio gli era, se non ostile, certo un po’ sospettosa.
L’idea era quella di costruire un convento francescano e una chiesa che si chiamerà Santa Maria degli Angeli, come Felici suggerisce e l’assemblea dei capifamiglia decide, così che in essa sia infatti possibile godere, seppure per un solo giorno all’anno, il 2 di agosto, del Perdono d’Assisi, quella speciale indulgenza plenaria che era stata data a Francesco in persona dal papa Onorio, per chi andava a pregare nella Porziuncola, la chiesetta intorno alla quale era stata costruita proprio alla metà del Cinquecento dal Vignola la basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi.
L’idea piacque molto ai montopolesi, la questione delle indulgenze era molto sentita all’epoca (nel bene e nel male: l’abuso che se n’era fatto è uno dei motivi dello scisma nella chiesa cattolica con la nascita del protestantesimo).
E così Felici aggrega e coinvolge intorno a sé il popolo che governa; inoltre con un convento francescano a Montopoli, si sarebbe allentata anche l’influenza di Farfa, che com’è noto è benedettina, e che per secoli ha signoreggiato sul paese.
All’inizio questa del convento è solo un’idea, ma quando per un caso fortuito nel 1602 il paese si trova con una grossa disponibilità di calce, si comincia a pensare a come concretizzare quell’idea.
Così racconta l’evento Don Carmelo:
“Il padre Benedetto Spila da Subiaco tramanda che all’origine del Convento di Montopoli c’è una circostanza casuale. Un uomo non altrimenti conosciuto che con il nome di Fausto di Calvi era venuto in paese per lavorarvi come fornaciaro; per sovvenire alle spese dell’impianto aveva fatto qualche debito, e per l’affitto del terreno e per le pietre e per la legna e per altre cose che esige l’impianto di una fornace, promettendo di pagare tutti con la vendita della prima calce.
A Montopoli c’è stata da sempre una buona tradizione di fornaciari, che erano soliti fare le loro fornaci al Monte adoperando una certa pietra che qui viene chiamata “sponga”.
È probabile che il fornaciaro di Calvi, non conoscendo la natura e le reazioni di questa pietra, una volta scaduto il tempo che la fornace doveva rimanere accesa e vedendo che la pietra, una volta cotta, non assumeva il colore che lui si aspettava, abbia pensato che la fornace fosse andata a male e, preso da timor panico per i debiti fatti, sia fuggito via da Montopoli facendo perdere le sue tracce. Anche allora a Montopoli correva il proverbio poi incluso da Settimio Giannini in una delle sue poesie più belle:
“L’ommeni de quassù so’ tutto core
Ma si t’azzardi a fa’ ‘na prepotenza
Sannu mena’ de ronciu e de tortore!”.
Invece la calce era buonissima e tra i creditori nacque un litigio sul modo di dividersela: infatti c’era tra essi chi aveva aiutato a spegnere la fornace e chi no, chi aveva sistemato la calce perché fosse vendibile e chi no… Non essendo stato possibile trovare un accordo per la divisione di essa, uno dei presenti, qui si dice che sia stato Angelo Felici, fece la proposta che, pagati i debiti e il lavoro di ognuno, la calce rimasta servisse a creare un primo fondo per la costruzione di quel convento francescano di cui già da qualche anno si era cominciato a parlare. La proposta suscitò subito accordo ed entusiasmo“.
Per un’altra coincidenza fortuita il proprietario ove ora sorge la chiesa terreno, che si chiamava il “Colle Alzato“, avesse dei debiti con il Comune che, in cambio della remissione del debito per un pari valore, acquisisce il terreno, con la clausola “per costruirci il Convento“.
Sul luogo v’erano dei ruderi di una villa romana adattati a casa colonica e nelle vicinanze si trovava una bella fontana.
Costruire il convento è un impegno molto grosso per la comunità nel corso degli anni, si utilizzano tutte le risorse disponibili, si ritirano soldi della comunità depositati in banca, si aprono mutui, si affittano terreni prima mai affittati.
La manodopera per la fabbrica del convento è fornita gratuitamente dai paesani, certo, ma ognuno ha anche il proprio lavoro, nei campi e non solo, da portare avanti.
Il Consiglio comunale risolve il problema dimostrando una notevole intelligenza politica: invece di obbligare e dare multe istituisce i “Capodieci” e cioè un responsabile per ogni dieci famiglie, in modo da coordinare il lavoro di tutti secondo le esigenze di ciascuno, sia nei campi che nella fabbrica, facendo lavorare ogni volta quelli che hanno maggiore possibilità e tenendo conto di tutto questo per pareggiare poi le cose.
In questo modo fu garantita continuità al lavoro della fabbrica del convento.
A ritardare i lavori c’era poi l’ostilità, mai dichiarata, del cardinale/vescovo di Sabina che non voleva rinunciare a nessuna delle sue rendite; nel 1607 ci fu anche una carestia.
A un certo punto ci si rende conto che il lavoro va avanti lentamente anche perché va avanti senza coordinamento, senza il progetto di un architetto.
E per questo mentre i lavori del convento procedevano, la chiesa era rimasta ancora allo stato di fondazioni, perché nessuno a Montopoli si sentiva in grado di tirar su quelle pareti portanti e quelle cappelle laterali destinate a sorreggere un edificio così grande.
E allora si decide di chiamare dei “Lombardi“, così all’epoca si chiamavano gli architetti.
Gli architetti vengono e fanno un progetto che si ispira in piccolo a quello della basilica del Vignola.
Nel 1608 è terminata la copertura del convento che comunque è ancora molto umido e mancano porte e finestre.
Bisogna aspettare ancora.
Passano così il 1609 e il 1610 durante i quali viene costruita la strada che da Montopoli porta al Convento.
Prima, per andare con i carri dal borgo al Convento bisognava fare un giro lungo e complicato; si doveva prendere una strada che passava qui sotto, ai Giardinacci, seguirla per più di un chilometro, salire al Castello di Sorbiliano (oggi Case Nuove) e di lì risalire al Convento.
Nello stesso periodo si decide anche, per sbloccare i lavori della chiesa, di autorizzare le famiglie più importanti (e benestanti) del paese ad acquistare le cappelle in costruzione, per farne anche i propri sacrari, Felici e Luzi prendono quelle del lato sinistro.
Subito le famiglie Palla e Paolini chiedono e ottengono le due grandi del lato destro (quella piccola, la prima entrando, verrà presa dalla famiglia Giannini).
Così quando i Giannotti, nobile famiglia imparentata con i Savelli e con i Colonna, che erano sempre stati tiepidi sul Convento, cambiano idea e vogliono anche loro una propria cappella non ci sono più spazi liberi.
I Frati però concedono alla nobile famiglia per il loro sepolcro il presbiterio e lo stesso altare maggiore, quasi che tutta la chiesa diventi loro cappella.
Le cappelle ovviamente non erano gratis e i soldi che venivano pagati per esse costituiscono un po’ d’ossigeno per le sempre deficitarie casse della fabbrica del Convento.
I lavori vanno avanti ma la copertura della chiesa non inizia per tutto il 1614.
Poi, a marzo 1615 si istituiscono i Capodieci per “carreggiare la calce” per la fabbrica.
Segno che erano state accese più di una fornace e che la calce era tanta; evidentemente si stava lavorando alla volta della chiesa.
Ad agosto dello stesso anno si scrive ai Superiori dei Frati del Convento che mandino dei frati che ormai i lavori stanno per terminare.
A ottobre si decide di mattonare la chiesa, il che vuol dire che la copertura era stata ormai portata a termine.
Alla fine del 1615, in nemmeno quindici anni, contro tutto e contro tutti, i Montopolesi portarono a compimento il sogno di Angelo Felici.
Un convento e una chiesa che, secondo il padre Benedetto Spila da Subiaco, storico francescano, fu “forse la più bella costruzione dell’Ordine Serafico nella Romana Provincia“.
L’anno dopo, tramite l’influenza dei gesuiti (un figlio di Angelo Felici era professore di eloquenza al Collegio Romano), furono concessi quattro Corpi Santi (esumati dalla catacomba di Priscilla) per la nuova chiesa di Montopoli.
Si tratta delle reliquie di quattro martiri, di due si sa il nome, Donnino ed Emerenziano, degli altri no, sono chiamati genericamente “e compagni“, che arricchiranno di molto il prestigio della chiesa di Santa Maria degli Angeli e di riflesso quello di tutto il paese di Montopoli.
La festa per la traslazione delle reliquie, sempre nel 1616, fu un grande evento per Montopoli.
Si procede quindi alla decorazione della chiesa che va avanti per tutto il secolo XVII.
Vi opera molto, a più riprese, la Bottega Manenti; prima il padre Ascanio e poi il figlio Vincenzo, il personaggio di maggior spicco, quel Sabinus Pictor che dominò la scena pittorica della Sabina nel Seicento.
Per prime vengono portate a termine le cappelle Felici e poi Luzi, a sinistra, dopo, le Cappelle Palla e Gentili, nel lato destro.
Alla fine del secolo la cappella Giannini, la prima entrando a destra.
Due secoli e mezzo passano senza problemi ma con le leggi successive all’Unità d’Italia (legge Pepoli) il Convento fu tolto ai Francescani e venduto a privati negli anni Sessanta dell’Ottocento.
Alla fine dell’Ottocento lo ricomprò il Pontificio Istituto per le Missioni Estere, che negli anni ’30 del secolo scorsolo vendette alle Suore di S. Anna che a loro volta negli anni ’60 lo rivendettero a una Congregazione religiosa statunitense, i Servi del Santo Paraclito, che si dedicava all’assistenza dei sacerdoti bisognosi.
Da questi ultimi la chiesa negli anni 70-80 è stata oggetto di un pesante e maldestro intervento di restauro, con un improvvido rifacimento del pavimento, l’eliminazione della cantoria della parete d’ingresso (che ha lasciato senza ingresso una stanza sopra la prima cappella a sinistra, provocando seri danni al soffitto di questa), la “ristrutturazione” della zona del coro, dietro l’altare maggiore, dove è stato costruito una specie di ufficio in vetro e alluminio anodizzato che lascia quantomeno perplessi.
Le pitture sono state anch’esse restaurate nel 1988 ma oggi un discreto numero non versano in buone condizioni.
La chiesa è oggi officiata e aperta per le celebrazioni religiose, ma è molto poco conosciuta al di fuori di Montopoli.
Aspetto esterno
La chiesa conventuale è ispirata in miniatura a quella omonima progettata da Vignola ad Assisi.
La facciata della chiesa è divisa in tre corpi: il corpo centrale, corrispondente alla navata della chiesa si presenta con un profilo a capanna con un unico portone di ingresso inserito in un portale in pietra con timpano spezzato su cui sopra è presente un’immagine mariana all’interno di una cornice in pietra.
Al di sopra si apre un ampio finestrone rettangolare inserito in una cornice modanata e leggermente strombata, a dar luce all’interno.
Le parti in corrispondenza delle cappelle laterali presentano un profilo piano, il corpo di destra si inserisce nell’antico convento, il corpo di sinistra è emergente.
Il tetto a due falde è coperto da tegole in laterizio.
Il campanile a vela, collocato sulla sinistra e arretrato rispetto alla facciata, è a tre fornici, provvisto di campane.
Interno
L’impianto planimetrico dell’edificio presenta un’unica navata, su cui si aprono sette cappelle, quattro lungo la parete sinistra, tre su quella destra, con due coppie di cappelle laterali, intercalate da altre minori; dietro all’altare centrale si sviluppa un coro distinto a terminazione rettilinea.
La struttura dell’edificio è in muratura portante.
La chiesa e il coro sono coperte da due distinte volte a botte, mentre le quattro cappelle laterali, molto profonde, sono coperte da calotte ribassate.
La brutta pavimentazione di restauro è in marmiglia con pezzatura media – grande.
Le cappelle laterali maggiori presentano dei quadri in cementite.
Tutta la chiesa è intonacata, le quattro cappelle laterali maggiori, dalle fastose forme barocche, presentano altari composti da colonne e timpani spezzati, decorati e stuccati e conservano al loro interno opere pittoriche databili intorno alla metà del XVII secolo; l’altare maggiore è composto da due coppie di colonne decorate a stucco a sostegno di una cornice con timpano spezzato al cui interno è presente un edicola; sotto è posta una mensa a muro, al centro del presbiterio è stata inserita una mensa in marmo conforme alle indicazioni post conciliari.
Oltre alla mensa a muro è stata conservata anche una balaustra in marmo.
La vista dell’interno è notevole, anche per la ricca quantità e qualità delle stuccature, opera di uno stuccatore in qualche modo legato ai Manenti, per l’intreccio che si stabilisce tra pittura e stucchi un po’ dappertutto.
Don Carmelo le attribuisce a Fra Antonio da Colleamato, ma questa attribuzione trova pochi consensi e mancano comunque conferme documentali.
La prima piccola cappella che si apre lungo la parete sinistra, di proprietà della famiglia Luzi e dedicata alla Natività, conserva affreschi della bottega Manenti, assai rovinati per l’umidità; l’affresco della volta, così descritto da Don Carmelo: “al cui centro c’è la Colomba, due Angeli reggono una fascia con la scritta Gloria in altissimi Deo et in terra Pax” è ormai quasi illeggibile, si intravede a malapena un piede e un cielo stellato.
A sinistra è affrescata la Circoncisione, a destra l’Adorazione dei Magi, sopra l’ingresso la fuga in Egitto.
I primi due affreschi (270×220 cm), forse sono un po’ troppo grandi per essere ben fruiti e ben fotografati, date le dimensioni della cappellina.
Segue la seconda Cappella Luzi, anch’essa prenotata dalla famiglia di Virginio Luzi, è dedicata alla Madonna Immacolata.
Tutta l’ideazione (la scelta dei soggetti e l’articolazione delle varie figure) deve essere attribuita alla stessa mente, consigliata probabilmente nelle scelte iconografiche da qualche padre francescano.
Le mani all’opera sono però diverse.
La tela dell’altare maggiore raffigura la Vergine Immacolata.
Nella parete sinistra è dipinta l’Annunciazione (Ave Maria, piena di grazia), nella lunetta è affrescata la Nascita di Maria (per questo affresco, per la tela della Visitazione e per i pennacchi della cupola, attribuiti ad Ascanio Manenti è stata trovata una notevole corrispondenza con analoghi dipinti del Passignano in Sant’Andrea della Valle in Roma).
La tela della parete destra raffigura la Visitazione (Maria distribuisce la grazia – mendicanti presenti all’evento).
L’uomo raffigurato all’estrema sinistra della tela dovrebbe essere Virginio Luzi, il donatore.
Nella soprastante lunetta è affrescata la Presentazione di Maria giovinetta al tempio, tra le composizioni più felici, sicuramente di mano di Vincenzo Manenti.
Nei pennacchi sono affrescati personaggi biblici: patriarchi, profeti e i re Davide e Salomone.
Nella cupola c’è l’Assunzione della Vergine e l’arrivo di san Francesco in cielo.
Nella cappellina delle Reliquie, della famiglia Felici, c’è il reliquiario dei Quattro martiri, bella opera del primo Seicento, che serviva per le Processioni.
La maggior parte delle reliquie sono però conservate in un’urna situata sotto l’altare di San Francesco.
La cappella di San Francesco è stata la prima ad essere decorata.
Non nel 1612, come sostiene l’epigrafe marmorea nella parete destra della cappella, dove si dice che il vecchio Angelo Felici aveva disposto nel suo testamento che si erigesse questa cappella dedicata a San Francesco e che il figlio Ottavio per non essere da meno del padre l’ha costruita assai più bella di quanto il testatore avesse desiderato, ma qualche tempo dopo e in due fasi, e con Ascanio come artista principale.
La prima fase (prima del 1620) comprende la pala d’altare e le due tele.
La pala d’altare rappresenta la Vergine con il bambino e Angeli (Santa Maria degli Angeli) e San Francesco.
Nelle due tele (entrambe sotto l’influenza di Paul Brill e probabilmente opera di Ascanio) ci sono episodi della vita del santo, a sinistra la Predica agli uccelli; a destra l’episodio delle Stimmate alla Verna.
Le parti affrescate (lunette, pennacchi e cupola) sembrano successive (anni Venti del 600) e deve esservi anche l’intervento di Vincenzo.
Nella lunetta di sinistra è raffigurata la consegna della Regola; in quella di destra è raffigurato il Santo in attesa del Transito (bello e originale lo squarcio di luce e di vita dietro l’angelo al centro).
Nei pennacchi sono affrescati gli Evangelisti.
Singolare è l’iconografia della cupola.
Nella cappella dedicata a San Francesco, infatti, il tema è quello dell’Incoronazione della Madonna. (Mentre nella precedente Cappella Luzi, dedicata alla Madonna Immacolata, e dove tutte le opere riguardano la vita della Vergine, il tema della cupola è quello dell’ingresso di San Francesco in Paradiso).
Uno scambio di iconografie difficilmente spiegabile se non con un gesto di cortesia di Virginio Luzi nei confronti dei Felici ai quali avrebbe “prestato” il pittore (e i cartoni) per finire in fretta e furia la propria cappella (come ipotizza Don Carmelo) per non meglio precisati motivi.
D’altronde il “gancio” con Manenti lo aveva proprio Luzi il cui cognato (il cardinale Mario Orsini) aveva ingaggiato per la cappella dell’Episcopio di Tivoli dedicata a Santa Caterina d’Alessandria proprio il giovane Vincenzo (nato nel 1600 a Orvinio, che allora si chiamava Canemorto).
Manenti da Tivoli sarebbe passato direttamente a Montopoli dopo aver finito il lavoro per il cardinale.
Nei piedritti, Sant’Ottavio (a destra) e San Felice da Nola (a sinistra) entrambe sicuramente opere di Vincenzo Manenti (intorno al 1630).
I due figli di Angelo Felici si chiamavano Ottavio e Felice.
Attraverso la lapide sul pavimento si scendeva nel sacello della famiglia Felici
Dell’altare maggiore si prese cura la famiglia Giannotti, una delle più importanti di Montopoli, che era rimasta fuori per propria scelta dall’assegnazione delle cappelle.
Nel pavimento davanti all’altare c’era l’ingresso al loro sepolcro (oggi reso inagibile dalla pavimentazione). In pratica, così, tutta la chiesa era un po’ la loro cappella, e probabilmente furono loro a farsi carico delle spese della volta in pietra, troppo care per le finanze del Comune che aveva optato per una più economica copertura a capriata.
Il quadro in alto, La consegna delle chiavi a San Pietro è sicuramente opera di Vincenzo Manenti, tra le sue più note.
La distanza non permette di apprezzarne per intero l’ottima fattura.
Al centro dell’altare è presente una Madonna col Bambino, dall’aspetto ancora cinquecentesco, forse prelevata da una più antica edicola.
Sulla parete destra, prossima all’area presbiteriale si apre la Cappella Palla, dai documenti risulta compiuta nel 1645; del casato Palla non è rimasta traccia né nulla si sa.
Nella cupola, Cristo tra gli angeli in volo.
Sull’altare tela con la Madonna degli Angeli, con San Bernardino in ginocchio a sinistra: opere minori della scuola dei Manenti.
Sono invece della maturità di Vincenzo Manenti, tra le opere più belle in chiesa, le due tele laterali: a sinistra, San Benedetto con i discepoli Mauro e Placido, a destra, Adorazione dei pastori (in restauro).
Nella lunetta di sinistra è affrescata la Pietà, in quella di destra, Susanna e i vecchioni.
Nei pennacchi, raffigurazioni simboliche delle quattro virtù cardinali: prudenza (colomba), giustizia (colombi che litigano) fortezza (donna con bandiera) temperanza (donna con il bue – vacche grasse e vacche magre)
Nei piedritti: Santa Caterina d’Alessandria e San Francesco (opera di Vincenzo Manenti, come nella cappella di san Francesco qui di fronte e come più tardi a Toffia in Santa Maria Nuova).
La successiva Cappella Paolini, è dedicata a San Giovanni Battista e san Francesco, raffigurati anche nella Pala d’altare (copia di una pala d’altare nella cappella di San Rocco nella cattedrale di Rieti).
Le pitture sono di qualità inferiore, attribuibili dunque alla bottega di Manenti, salvo le lunette e la cupola per cui si fa il nome di Marco Tullio Montagna, pittore attivo a Roma nella prima metà del Seicento.
La tela sulla parete di sinistra raffigura San Giuseppe e Sant’Anna, in quella di destra San Paolo e San Carlo Borromeo.
In basso a destra il donatore.
Scrive don Carmelo: “… dovrebbe essere Francesco Paolini, il fondatore della cappella“.
Notevole la somiglianza con i Paolini di oggi.
L’affresco della lunetta di sinistra: Santa Caterina d’Alessandria (ruota) e Santa Cristina di Bolsena (macina con cui venne affondata nel lago dal padre).
In quella di destra raffigura Santa Chiara (ostensorio con il pane consacrato) e Santa Barbara (torre).
Nei pennacchi quattro Santi francescani: Sant’Antonio, in adorazione del bambino; San Bonaventura, con il libro delle regole francescane; San Ludovico di Tolosa, indica con la mano il cielo; San Bernardino, con l’Orifiamma nella mano sinistra.
Nella cupola, l’Eterno Padre, con San Paolo e San Pietro, angeli e lo Spirito Santo.
La cappella Giannini, la più piccola tra tutte quelle del convento, è ricca di affreschi che sviluppano tutti un unico tema: la glorificazione di San Giovanni da Capistrano.
Inoltre è l’ultima cappella ad essere eretta.
Nel 1692 rimaneva nella chiesa ancora solo un piccolissimo spazio; e appunto in esso il cavaliere Francesco Maria Giannini ha deciso di erigere la propria cappella di famiglia e il proprio sepolcreto, mettendo tutto sotto la protezione di San Giovanni da Capistrano, santo guerriero francescano canonizzato proprio in quegli anni, nel 1690, da papa Alessandro VIII.
Gli affreschi sono di un pittore francescano: fra’ Giannantonio da Padova.
Nella parete di fronte all’ingresso (dov’era l’altare) San Giovanni da Capistrano attraversa il Po camminando a piedi asciutti sulle acque.
Il Santo con la destra tiene sollevato un crocifisso e con la sinistra impugna una bandiera crociata, bianca con croce rossa al centro, in mezzo alla quale è collocato l’Orifiamma.
Nella parete a destra San Giovanni riceve la visita di San Francesco che gli ordina di farsi francescano e gli fa la tonsura.
In quella di sinistra, la Predica di san Giovanni alla quale applaudono persino gli uccelli.
In quella d’ingresso, San Giovanni scaccia i demoni.
E poi altre storie di San Giovanni; un “quadro affrescato” sulla parete sinistra con la Madonna che culla il Bambino abbracciato a una croce; angeli e 5 Santi francescani nelle pareti in basso: San Bernardino, Sacro Ritiro di San Francesco – Bellegra (RM) Ludovico di Tolosa, Sant’Antonio di Padova, San Pasquale Baylon e San Didaco (Diego) di Alcalà.
Sulla parete di controfacciata sono appese tre tele di non eccelsa qualità.
Nota
Il testo e la galleria fotografica sono state prodotte da Silvio Sorcini.
Nota di ringraziamento
Si ringrazia il signor Enrico Galantini, perfetta guida alla visita della chiesa e tutto il gruppo del FAI per la perfetta organizzazione.
Fonti documentative
Testo fornito dal signor Enrico Galantini
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/42102/Chiesa+di+Santa+Maria+degli+Angeli
Mappa
Link alle coordinate: 42.240303555528165, 12.686894121402592