Palestrina e la Grotta eremo di Santa Rumice – Castel San Pietro Romano (RM)

L’eremo si trova in una gotta alle pendici orientali del monte.

 

Cenni storici

Palestrina sorse in epoca preistorica e preromana alle pendici del monte Ginestro, nel punto strategico di incontro dell’area etrusca con quella latina; la sua fondazione mitologica è attribuita a Cèculo figlio di Vulcano o a Telegono figlio di Ulisse e della maga Circe.
Esistente già all’inizio del IX secolo a.C., Preneste fece parte della Lega delle 30 illustri città latine.
Nel V secolo passò dalla parte di Roma: sottomessa nel 338, civitas foederata (con diritto di asilo, di battere moneta, di avere propri sacerdoti e magistrati, di dare a Roma un contingente militare, la Cohors Praenestina, che si fece onore resistendo ad Annibale presso Capua), poi nel 90 a.C. municipio con suffragio.
Nella guerra tra Mario e Silla parteggiò per il primo, il cui figlio Mario il Giovane, sconfitto a Sacriporto, si rifugiò a Preneste, che perciò fu assediata, conquistata e distrutta da Silla: solo il tempio della dea Fortuna Primigenia, uno dei più grandi e famosi santuari dell’antichità pagana, eretto nel II secolo a.C. sul fianco del monte Ginestro, fu risparmiato e ingrandito.
Nel periodo imperiale Preneste fu cantata da Orazio per l’aria salubre e l’imperatore Adriano vi si costruì una villa (presso l’attuale cimitero).
Secondo la credenza locale, il Cristianesimo vi fu portato addirittura da San Pietro.
Il patrono della città è S. Agapito, martirizzato giovanetto (a circa 15 anni) nel sec. III sotto l’imperatore Aureliano (270-275); a S. Agapito Palestrina ha dedicato anche la chiesa cattedrale, del sec. XII.
La città, decaduta in epoca barbarica, dall’VIII secolo passò sotto il controllo della Chiesa.
Infeudata ai Conti di Tuscolo nell’alto Medioevo, nel 970 papa Giovanni XIII la cede alla senatrice Stefania, sua sorella; poco dopo il Mille passò ai Colonna: Pietro Colonna la occupa nel 1108; papa Pasquale II gliela toglie, ma i Colonna la recuperano e la tengono fino al ‘600, quando la cedono ai Barberini.
Nel 1268 Giovanni Colonna ospita Carlo d’Angiò e Corradino di Svevia, ma la lotta dei Colonna filoimperiali con il papato porterà alla doppia distruzione della città: nel 1298 con papa Bonifacio VIII, nel 1437 con Eugenio IV per mano del card. Giovanni Vitelleschi, che non risparmiò la rocca sull’Arce (CSPR – Castel San Pietro Romano) né la cattedrale, trafugandone le campane e le reliquie del patrono.
Nel 1447, con Niccolò V, i Colonna tornarono, la città si ripopolò (nuovi quartieri degli Scacciati e del Borgo) e nel 1493 Francesco Colonna costruì il palazzo baronale (oggi Barberini) all’apice del Tempio della Fortuna.
Nel 1557 il feudo, elevato trent’anni prima in principato, subì il saccheggio degli spagnoli del Duca d’Alba e nel 1561-62 fu retto da Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto.
Nel 1630 dai Barberini ebbe l’assetto urbanistico attuale e il loro papa Urbano VIII la visitò provenendo dalla appena inaugurata residenza estiva di Castelgandolfo.
Di fine ‘700 sono le prime scoperte archeologiche prenestine; già nel 1738 però era stata trovata la Cista Ficoroni (Si tratta di un cofanetto portagioielli, di rame e impropriamente detto in bronzo, decorato di forma cilindrica, finemente cesellato e sormontato da un coperchio ornato da tre sculture), fatta a Roma alla fine del IV secolo a.C. da Novios Plautios, con storie degli Argonauti e iscrizioni in latino arcaico.
Nel 1848 presso Palestrina i garibaldini ebbero una vittoriosa scaramuccia con i borbonici e nel primo semestre del 1944 i bombardamenti alleati fecero affiorare le vestigia dell’antichità ma provocarono un centinaio di vittime civili.
 

La risalita del monte Ginestro fino alla Grotta Rumice

Si parte dal Convento di San Francesco e proseguire per la chiesa dell’Annunziata, il quartiere degli Scacciati, la Porta San Cesareo e la Via della Costa.

Convento di S. Francesco (m 539).
Nel 1420 il card. Angelo Sommariva, vescovo di Palestrina, per combattere la setta dei fraticelli, in accordo col signore della città Giacomo Colonna supplicò papa Martino V (dei Colonna di Genazzano) di mandare in questa città i Frati Minori Osservanti.
I primi, fra Lorenzo e fra Paolo, ebbero in custodia la chiesa di San Biagio.
La bolla di fondazione è del 26 aprile 1426.
Poco dopo i frati si trasferirono nel sito attuale, più panoramico e isolato, donato dalla famiglia Ciprari.
La chiesa di San Francesco, costruita nel 1495 e consacrata nel 1504, è a navata unica, con copertura a capanna, modello assai ricorrente nell’architettura francescana, che quasi mai si serve della pianta basilicale, ma sceglie invece una tipologia più modesta e più vicina all’ideale della Regola.
La sua costruzione, insieme al convento, iniziò nel 1499 ad opera di artisti lombardi, sotto la direzione del Magister Joannes Tomassi de Preneste.
Attraverso il vestibolo ornato di pitture si accede al tempio con soffitto a cassettoni in legno e rosoni dorati; nella parete destra quattro cappelle intercomunicanti; sull’altare maggiore è un pregiato trittico del ‘500, eseguito su tavole da Sebastiano del Piombo, con la pala centrale che rappresenta la Vergine col Bambino, quelle laterali S. Francesco con le stimmate e S. Agapito, patrono della città.
Sotto è una veduta di Palestrina, con il convento in evidenza, e nella predella scene della Passione.
Il coro in legno con due ordini di sedili, del 1771, è opera di fra Bernardino da Ravenna e fra Pasquale da Milano.
Fra le iscrizioni sepolcrali alle pareti, quella dello storico prenestino mons. Leonardo Cecconi e quella di Luigi Cecconi, giurista e archeologo, autore di lodate dissertazioni sulle antichità locali.
Nel 1637, per volontà di Urbano VIII, gli Osservanti cambiarono la residenza con quella dei Minori Riformati di Orvieto.
Dal 1638 al 1640 dimorò nel convento San Carlo da Sezze; nel 1654 vi fu posta la scuola di filosofia.
Nel sec. XVIII furono aggiunte al convento nuove costruzioni; nel XIX furono restaurate le pitture della chiesa, del refettorio e del chiostro cinquecentesco, dove un anonimo seicentesco ha dipinto scene popolari della vita di S. Francesco, accompagnate da rime esplicative.
La facciata della chiesa e del convento, originariamente costituita da un portico formato da cinque archi a tutto sesto, fu chiusa nell’800 per ottenere nuovi locali e per impedire la sosta degli estranei; il rosone della chiesa fu rimosso nel 1852 per far posto all’organo.
Dal 1990 al 2005 il convento è stato sede della Curia provinciale dei Frati Minori del Lazio.
Il complesso ha mantenuto quasi intatto il rapporto con l’ambiente circostante e con il paesaggio.

Chiesa dell’Annunziata (m 550).
Eretta nel 1622 dal card. Ottaviano Bandini, era la seconda parrocchia della città; sull’altare maggiore aveva un’Annunciazione di Carlo Maratta.
Nel 1719 e 1730 furono aggiunte le due cappelle laterali.
La chiesa, restaurata nel 1939-41 per volontà del card. Carlo Salotti, fu completamente distrutta tre anni dopo dai bombardamenti; fu ricostruita nel 1949-50 su progetto dell’arch. Furio Fasolo e consacrata nel 1950.
Pregevoli i portali in bronzo dell’arch. Girolamo De Angelis e una vetrata di Gabriele Jagnocco.
Presso la chiesa, è la casa natale di mons. Agapito Fiorentini OFM (1866-1941), missionario e vescovo in Cina per 46 anni, dal 1895 alla morte, come dice la lapide sulla porta d’ingresso:
In questa casa nacque il 27.9.1866 mons. Agapito Fiorentini, francescano, vescovo di Tayuanfu in Cina dal 1901 al 1941. L’Amministrazione comunale di Palestrina e la Comunità dell’Annunziata, con il parroco mons. Pietro Gasbarri, posero questa lapide che il vescovo mons. Vittorio Tomassetti benedì il 24.10.1993“.

Il Quartiere degli Scacciati
Nel 1447, dieci anni dopo la distruzione di Palestrina dalle truppe del card. Giovanni Vitelleschi, Stefano Colonna avviò la ricostruzione della città a partire dal palazzo baronale.
Intorno ad esso e nella parte più in alta costruirono le loro case i prenestini costretti ad abbandonare le loro precedenti dimore distrutte nella parte bassa della città.
Nacque così il quartiere degli Scacciati, che aveva due porte d’accesso, a levante la porta San Cesareo e a ponente la porta del Truglio, poi sostituita dalla porta del Murozzo.
La porta del Truglio prendeva il nome da una chiesetta a pianta circolare con tetto a cupola, S. Maria del Trullo, costruita sulla parte terminale del tempio della dea Fortuna, probabilmente la tholos del santuario.
Il nuovo rione è caratterizzato da tanti vicoletti in saliscendi originati da due lunghe strade centrali:
Via degli Scacciati che taglia il quartiere dalla chiesa a Via dei Merli; e appunto Via dei Merli, che prende il nome dal muro merlato che la costeggia e che sale dal Palazzo Barberini fino alla Porta
San Cesareo.
Al n. 74 di Via Scacciati si incontra una piccola icona della Madonna del Divino Amore, eretta il 23/5/1944 per un miracolo ricevuto dopo un mitragliamento aereo; la sua scritta è un delicato invito ai passanti:
Voi che salite o pur calate/ di salutar Maria non vi scordate“.

Da Porta S. Cesareo (m 600) a Via della Costa
E’ un percorso archeologico inaugurato il 23 settembre 2001, chiamato “Via 11 settembre 2001” in ricordo della tragedia di New York.
I lavori, costati un miliardo e 800 milioni di lire, sono consistiti nella bonifica dell’area, nel restauro delle mura e della porta, nella creazione di un camminamento pavimentato con selci di calcare bianco delimitato da una ringhiera, con panchine, fontanelle e illuminazione.
Grazie a quest’ultimo tratto, oggi è possibile, con uno spettacolare itinerario e in uno splendido scenario naturale, salire dalla zona inferiore di Palestrina (Cimitero, Via Prenestina nuova, Madonna del Ristoro, Madonna dell’Aquila) al settore archeologico intermedio (via degli Arcioni, area sacra presso il Duomo con l’Antro delle Sorti, tempio della dea Fortuna Primigenia) e a quello superiore: Palazzo Barberini col Museo Archeologico Nazionale, convento di S. Francesco, quartiere Scacciati e da qui, lungo la Via dei Merli, continuando a salire fino alla porta San Cesareo.
Poco più avanti si attraversa la provinciale 58/a Palestrina-Capranica, proprio nel punto in cui le mura poligonali di Praenestes, con due bracci salgono dal quartiere degli Scacciati ai lati del monte Ginestro a collegarsi con quelle di Castel San Pietro Romano (CSPR), con i torrioni e le sopra elevazioni medievali.
Tra i due bracci di mura si sviluppa a larghe svolte una sterrata erbosa, lo storico sentiero Formale – La Costa (sentiero CAI 509), che come un’antica via sacra affacciata su Roma e sulla Valle Latina risale l’assolato versante meridionale del monte fino a Castel San Pietro Romano (m 763), già arx prenestina.
 

Grotta di Santa Rumice

A mezza costa, a circa metà dell’antico sentiero, prima della terza brusca svolta a sinistra del tornante, si stacca dal sentiero un diverticolo che in breve raggiunge la “grotta di Santa Rumice“.
L’ampia visuale sul paesaggio sottostante e l’evocazione propria della “salita al monte” suggerisce la frequentazione devozionale del luogo.
Lo strano nome è una probabile deformazione popolare del nome Hirundine o Erundine, una delle quattro sante donne, Irundine, Romola, Redenta e un’altra di cui si ignora il nome, che secondo una tradizione tramandata sino ai nostri giorni e soprattutto dagli scritti di Papa Gregorio I (San Gregorio Magno, 590-604) scelsero quella grotta come eremitaggio rupestre nel VI secolo, nella stessa epoca in cui Benedetto da Norcia fondava Montecassino.
Quella “grotta angusta e inospitale, che per le sue caratteristiche potrebbe essere stata utilizzata anche in epoca protostorica, fu il ritiro spirituale prima di Santa Irundine, che qui visse come eremita tra il 560 e il 570 d.C., e poi delle sue discepole Santa Redenta e Santa Romola, ritiratesi dal mondo per dedicarsi alla preghiera“.
All’imbocco della grotta è stata posta da pochi anni questa targa:
In questa grotta chiamata “Rumice” visse vita eremitica, tra il 560 e il 570 d. C., la Santa Irundina, maestra delle Sante Vergini Redenta e Romola.
Gregorio Magno, Dialoghi, IV, XVI, 1-6)
“.
Queste le parole di papa Gregorio Magno nei Dialoghi:
Mentre questa Creatura [Romula] fu in vita da chi ebbe onori? Sembrava a tutti trascurabile e spregevole. Chi si degnava di farle visita e di accostarsi a lei? Tuttavia essa era come una perla preziosa nascosta in un letamaio. Uso questo vocabolo, fratelli, per indicare lo strazio della malattia nel corpo e l’umiliazione della povertà. Orbene, questa perla nascosta nel letamaio fu portata in Cielo e usata come ornamento del Re dell’universo, e ora splende tra i beati, fulgida fra le pietre che brillano nell’eterno diadema. Voi che credete di essere o siete ricchi in questo mondo, paragonate, se vi riesce, le vostre false ricchezze ai veri tesori di Romula. Voi possedete in questo mondo beni da cui sarete strappati: ella non cercò nulla sulla terra e trovò tutto nella patria. Voi godete nella vita e temete la morte; ella dopo le sofferenze presenti giunse a una morte in cui trovò gioia. Voi cercate una gloria effimera dagli uomini, ella, disprezzata sulla terra, fu accolta tra i cori degli angeli. Imparate dunque, fratelli, a disprezzare i beni di questa vita, gli onori umani cosi effimeri, e ad amare la gloria eterna. Onorate quelli che vedete nella povertà e giudicate amici di Dio coloro che sono disprezzati su questa terra. Aiutateli con ciò che possedete, affinché un giorno vi soccorrano con i tesori di cui possono disporre. Riflettete alle parole del maestro delle genti: nel tempo presente la vostra ricchezza rechi soccorso alla loro povertà, affinché anche la loro abbondanza sia di aiuto alle vostre necessità (2 Cor. 8, 14); E la Verità stessa dice: quando l’avete fatto anche a uno solo fra i più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me (Matt., 25, 40). Perché siete pigri nel dare, se ciò che porgete al mendico lungo la via è accolto da chi sta nei Cieli? Dio onnipotente che ha fatto giungere, per mio mezzo, queste parole al vostro orecchio, le imprima nei vostri cuori, Lui che vive e regna col Padre, in unità con lo Spirito Santo, Dio, per tutti i secoli. Amen“.

Se da Palestrina si prende la strada provinciale per Castel San Pietro Romano e Capranica Prenestina, dopo circa 500 metri (in contrada Frainili di CSPR) si incontra uno stretto tornante dove in posizione elevata sorge la cappella della Madonna Addolorata (m 578) (“Stabat Mater Dolorosa” è scritto sul suo arco d’ingresso).
Inaugurata il 31 agosto 1902, presenta una iscrizione dedicata a diversi personaggi legati al monte Ginestro, alle cui falde è costruita.
L’iscrizione fu dettata dal celebre archeologo Orazio Marucchi (Roma, 10 novembre 1852 – 21 gennaio 1931), professore di archeologia cristiana alla Sapienza, direttore di Musei Vaticani e membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
Lavorò molto sulle antichità di Palestrina e del suo patrono S. Agapito.
Fu lui che indusse il principe don Luigi Barberini a edificare la chiesetta, sulla quale nel 2002 Angelo Pinci ha scritto un opuscolo di 18 pagine intitolato: “Il centenario della Cappella dell’Addolorata in Castel San Pietro Romano 1902-2002“.
La lapide invece dice:
In questo monte sacro alla memoria/ del Principe degli Apostoli/
vissero vita eremitica nel VI secolo/ le sante donne/ Irundine, Romola e Redenta/
e qui dimorò penitente/ la B. Margherita Colonna nel XIII.//
Questa moderna edicola/ dedicata alla Vergine Dolorosa/
ricorda che nella superiore fortezza/ fu imprigionato nel 1298/
Iacopone da Todi/ l’autore immortale dello Stabat Mater.//
Scrisse Orazio Marucchi/ 31 agosto 1902
“.

Delle eremite del Monte Prenestino parlano altri autori; Pietro Petrini, nelle “Memorie Prenestine” (1795) scrive:
Menava in quei tempi vita eremitica sul monte Prenestino una divota donna per nome Herundine con una sua discepola chiamata Redenta. Dissi in quei tempi, perché San Gregorio narra che quando egli si fe’ Monaco, cioè nell’anno 575, l’una era morta, l’altra era vecchia. Se poi sia vero che la speleonca da loro scelta per abitazione sia quella grotta, che vedesi sulla falda orientale della nostra Montagna alquanto sopra la Chiesa di Cesareo, ed è volgarmente chiamata Grotta Rumice, io non ardisco asserirlo: come altresì non ardisco asserire ch’elle vivessero sotto la direzione de’ Monaci dimoranti sul nostro monte, benché cose tali siano assai verisimili. Ciò che però asserisco è che Herundine fu dotata di gran virtù, e Redenta ammaestrò nella pietà due fanciulle, una delle quali chiamata Romola fu in morte contraddistinta da Dio con celesti apparizioni; di modo che sono tutte venerate dalla Chiesa come Sante, e nella nostra Diocesi se ne celebra l’Offizio“.

E Antonio Gallonio, nella “Historia delle Sante Vergini Romane (1591)“:
“…Fiorirono quelle Sante ne i tempi di San Gregorio Papa, celebra la Chiesa la solennità loro a’ 23 di Luglio come appare per l’autorità del Martirologio Romano (che) nel giorno suddetto ne scrive con queste parole. A Roma, le Sante Vergini Romola, Redenta & Herundine, delle quali scrive San Gregorio Papa; i cui corpi furono portati a Tivoli, dove hoggi si celebra solennemente la lor memoria.
AVVERTIMENTO AL LETTORE intorno alle reliquie di quelle Sante Vergini. Una gran parte de i corpi di queste Sante nella Chiesa di Santa Maria Maggiore si riposa, il che dimostrano l’infrascritte parole, che in essa si leggono: In quella sacra Basilica, sono riposti i corpi de i Santi Matteo Apostolo, Girolamo Dottore, Romola, e Redenta Vergini con tutto ciò bisogna dire, che alcune ossa loro, e non i corpi intieri nella città di Tivoli si conservino, e questo perché si trova scritto e si tiene da molti che in essa i corpi loro sono stati trasferiti; il che può esser vero, pigliandosi il tutto per una parte, e non in rigore per quello che sona quella parola
“.

E negli Annali Ecclesiastici di Odorico Rinaldi tratti da quelli del Cardinal Baronio (1683, p. 123, par. 24) è riportato:
Né lasceremo di por qui un’altra bella storia, che quest’anno medesimo il Santo Pontefice narrò nell’homelia quarantesima di ciò ch’avvenne quando egli si rendé monaco: stava, dice, allato alla chiesa della B. Vergine una monaca, per nome appellata Redenta, discepola già d’Herundina, donna d’halte virtù, c’havea fatta vita solitaria sopra i monti di Palestrina e con Redenta habitavano due sue discepole nell’histesso habito monacale, una chiamata Romola e l’altra la quale ancora vive, e nota mi è di veduta ma non di nome. Romola passava assai ne’ meriti la compagna, si come colei ch’era di meravigliosa patientia e di somma ubbidienza, osservante molto nel silentio, e del continuo all’oratione vocata.
Ma imperoche quegli, che dagli huomini stimati sono perfetti, hanno tal’hora alcuna imperfettione negli occhi di colui, che tutto vede, ella fu a maggior suo profitto percossa di paralisi e costretta a giacer piu anni in letto priva dell’uso di quasi tutti i membri. Non però di meno questi flagelli non perdussero la sua mente a impatientia; ma accrebbero le sue virtù splendide e singolari. Avvenne poi una notte ch’ella chiamo Redenta, che nudriva ambedue le discepole in luogo di figliole e le disse: Vieni, madre, vieni. La qual tosto rizzatasi con l’altra fu ad essa. E stando ambedue in su la mezza notte al letto della paralitica, venne subitamente una celeste luce di tanta chiarezza, che strinse con inestimabile sbigottimento il cuore delle assistenti, le quali si gelarono e stupite rimasero. E sì come elle poi dissero, cominciarono a sentire certo strepito, come se una caterva grande di gente entrasse, e scotesse l’uscio della cella. Ma tutto elle sentissero la moltitudine, nientemeno tra per l’immensità del timore e della luce non vedevano nulla. Appresso alla luce venne una fragranza di maraviglioso odore, si che riconfortava il loro turbato e smarrito animo per la grandezza dell’apparito splendore.
Né potendo elle sostenerlo, Romola cominciò a confortare Redenta con piacevol voce, dicendole: Non haver paura, madre, che io hora non morrò; e ciò sovente essa replicando, la luce a poco a poco sparve, ma l’odore rimase: e così passò il secondo e terzo di, pur durando la fragranza. La quarta notte Romola chiamò di nuovo la sua maestra e chiese e ricevette il viatico. Ne essendo ancora Redenta e l’altra discepola partite dal letto dell’inferma, udirono, che nella piazza avanti la porta della cella stavano due cori, uno d’huomini e l’altro di donne, alternamente salmeggiando e mentre che si celebravano in tal guisa le celestiali esequie, quella santa anima fu condotta in paradiso. Nel qual mezzo quanto piu gli angelici cori salivano in alto, tanto piu leggiermente si sentivano i canti, finche il sacro concerto e la soavità dell’odore mancò. Celebrasi ogni anno dalla chiesa la gloriosa memoria di Romola e di Redenta vergini, e di Herundina i cui corpi sacri si conservano e veneransi nella confessione della medesima basilica di S. Maria Maggiore
“.

Ne I Secoli Agostiniani di Luigi Torelli (1660), agli anni di Christo 592, si trova una lunga descrizione della santità delle tre eremite, che in parte riprende la morte di Redenta in modo analogo a quanto descritto negli Annali Ecclesiastici, ma dando più spazio a Herundine e con parole e suggestioni diverse.
Vicino alla Chiesa della B. Vergine una Monaca, che Redenta chiamavasi, la quale era già stata discepola d’un’altra Monaca, per nome Herundine, Donna di sublime virtù la quale havea menata vita eremitica sù le Montagne di Pellestrina; e con Redenta habituario due altre Monache sue discepole, una chiamata Romola e l’altra d’incerto nome.
Qui si conferma che le eremite sarebbero state quattro, non tre, mentre la data del Martirologio Romano viene indicata al 23 Aprile, anziché al 23 Luglio come riportato dal Baronio.
Infatti, alla nota relativa alla sepoltura in Santa Maria Maggiore qui si legge:
Li loro Sacri Corpi si conservano in S. Maria Maggiore, come dice il Card. Baronio nell’Annotatione, che fa al suddetto giorno 23 d’Aprile, e ciò dice costare nell’iscrittione antica, che in mosaico si legge nell’abside di S. Maria Maggiore con queste parole… e se bene gli Tiburtini si vantano d’haver essi i Corpi di queste Sante Religiose, delle quali anche nell’accennato giorno solennizano la Festa, tuttavolta si dee dire, soggiunge nella medesima Annotatione il Baronio, che non habbino fuori che alcune poche Reliquie, aggiungo io, che forse hauranno il corpo di Santa Herundine, quale non viene mentovata nell’iscrittione suddetta di S. Maria Maggiore“.
Ma la nota più interessante riguarda la condizione delle tre eremite, attribuita arbitrariamente all’Ordine degli Agostiniani (Eremitani di S. Agostino).
Ma per concludere al nostro proposito, a me pare, che non si possa dubitare che queste tre (la quarta? ndr) Sante Vergini, essendo state Monache ed Eremitane, non siano anche state di nostra Religione, massime in quei tempi, ne quali niuna religione v’era che Eremitana s’appellasse. Benche vi fosse quella di S. Benedetto non chiamavasi però, come né meno mai si è chiamata, Eremitana, havendoli ciò prohibito S. Benedetto nella sua Regola medesima. Resta dunque di dire che fossero dell’Ordine nostro Eremitano di S. Agostino, il quale notabilmente fioriva in quei tempi. Ben’è vero, che quelle Sante non furono Monache di Monasterio, ma di Casa e per conseguenza Tertiarie; e ciò basti haver detto di queste Sante Gloriose, le quali per la prima volta entrano ad honorare gli nostri Agostiniani Secoli & Annali.
Infine, nella chiesa di S. Maria della Costa (m. 750) di CSPR, costruita proprio in cima a Via della Costa, sull’eremo della beata Margherita Colonna, si conservano quattro icone su tavola, realizzate dall’artista prenestino Simone Coccia nel 2004, raffiguranti la B. Margherita Colonna e le Sante Irundine, Romola e Redenta, eremite del VI secolo nella grotta Rumice al m. Ginestro.
In conclusione, delle tre o quattro donne, che cercarono rifugio nella Grotta Rumice vivendo in isolamento, per motivi religiosi o per assistere Romola nel momento finale della sua malattia, rimane il racconto di ecclesiastici e la ragionevole certezza che i corpi siano stati suddivisi fra più sepolture, come spesso accadeva ai santi trasformati in reliquie.
Avendo visto la grotta, e dando per rato che quella sia stata realmente per lungo tempo il loro eremo, crediamo che si trattasse di eremite per scelta, senza essere legate a una regola monastica.
Dalle ultime indagini compiute sull’origine dei nomi quello di Romola sembra derivare da Romilia, appellativo di una gens romana che si era stabilita sulla sponda etrusca del Tevere. Romola festeggia l’onomastico il 23 luglio, come indicato dal Card. Baronio, e non al 23 aprile come invece asserito dagli Agostiniani ed è ricordata sul Martirologio sempre in comunione con le altre due consorelle, essendo perduta la possibilità di conoscere il nome della quarta eremita.
Quanto al loro romitorio, si tratta di una grotta naturale di modeste dimensioni e sviluppo, censita nel Catasto della Cavità Naturali del Lazio, segnalata quale sito di probabile frequentazione preistorica.
(da GALEAZZI C., ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria Egeria Speleology. Centro Ricerche sotterranee, su 21 febbraio 2013 in Eremi rupestri, Italia, Lazio, Opere di culto, Speleologia)
 

Fonti documentative

GREGORIO MAGNO – Dialoghi – l. IV, cap. XV, col. 314, in Migne, PL, vol.77;
AMORE A. – Romola, Redenta ed Erundine in BS – t. 11, col. 540-542.
GALLONIO A. – Historia delle Sante Vergini Romane.
NIBBY A. – Viaggio antiquario ne’contorni di Roma – Vol. I, pag. 102, 1819
PETRINI P. – Memorie Prenestine disposte in forma di annali – (p. 96-97)
RINALDI O. – Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio – (p. 123)
L. CECCONI – Storia di Palestrina, città del prisco Lazio – 1756
Cartellonistica locale a cura del Circolo Culturale Prenestino “Roberto Simeoni”.
 

Nota

Il testo è di Stanislao Fioramonti, le foto sono di Patrizia Magistri; l’ultima visita è stata effettuata 15 dicembre 2025.
 

Mappa

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