San Vito Romano
San Vito Romano, 3000 abitanti, sorge a 693 metri di quota nel comprensorio dei Monti Prenestini.
Secondo gli storici della romanità (Livio, Plinio il Vecchio, Svetonio) occuperebbe il sito della antica Vitellia, colonia degli Equi costruita dalla gens omonima; mancano però le prove archeologiche di questa attribuzione.
Controllato dai Longobardi dal VI secolo, assalito dai Saraceni nel IX, il borgo fu fondato tra la seconda metà del secolo X e i primi decenni dell’XI.
Una prima menzione del Castrum Sancti Viti è nel Regesto Sublacense del 1085 (si attesta la donazione di alcune terre all’Abbazia di Subiaco).
I monaci benedettini del monastero di Subiaco ebbero dunque la tutela del castello dal 1084 al 1180, quando il Castrum divenne proprietà dei Colonna.
La potente famiglia romana ampliò l’abitato, fortificò l’area circostante e iniziò la sistemazione del borgo promuovendo un’intensa espansione; lo circondò anche di una strada, la “Difesa“, controllata da sentinelle in armi, e costruì con archi a sesto acuto la porta dell’Ospedale e quella del Ponte, munita del ponte levatoio che consentiva l’ingresso all’abitato.
Nel 1565 Marcantonio Colonna per debiti cedette il feudo ai Massimo, che dieci anni dopo lo rivendettero per 20.000 scudi romani alla famiglia Theodoli; questa lo controllò fino all’Unità d’Italia e trasformò il castello in un imponente palazzo, tuttora di sua proprietà (e perciò non visitabile).
A Giovanni Theodoli, primo marchese del Seicento, si deve l’attuale impianto urbanistico di San Vito, mentre suo figlio il cardinale Mario fu l’artefice, a partire dal 1640, della progettazione e realizzazione del Borgo Mario, su una platea artificiale creata appositamente livellando il pianoro roccioso sopra la zona più antica del paese.
Egli fece aprire il borgo creando un asse rettilineo che nasce dalla porta del nucleo medievale, disposta ai piedi dell’antico castello, e risale l’abitato; lavoro immane cui si aggiunse un’ampia e lunga strada fiancheggiata da varie costruzioni come il convento dei Carmelitani (oggi Palazzo Comunale) e l’adiacente chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco protettori dalle pestilenze, probabilmente preesistente, nella parte orientale del Borgo.
Una sintesi di questo lavoro è oggi leggibile su uno stemma all’angolo di piazza Augusto Baccelli, davanti al castello Theodoli:
“Marius Cardinalis Theodulus montium asperitatem aequavit, vias aperuit, dirutososque colles in aedes vertit in templum erexit divo pestis profligatori Anno Domini MDCIL” (1649).
I Theodoli dettero pregio all’abitato anche attraverso continui interventi di valorizzazione architettonica e artistica delle chiese.
Sviluppato secondo il modello dell’incastellamento, San Vito si estende su due centri urbani.
Quello medievale, al di sotto del castello, che dalla Porta Olevano risale tutto sottopassaggi, vicoli, archi, scalette e tetti sovrapposti, caratterizzato dalle arenarie affioranti, dalle suggestive logge di Via delle Logge, dalla chiesa di S. Biagio ricostruita ex novo e ampliata nel 1607-1609 per volere dei Theodoli (stemma sul pavimento a ridosso dell’altare maggiore).
L’agglomerato seicentesco invece, dalla porta al principio del Borgo Mario, dov’è il palazzo comunale, il Palazzo Theodoli e la chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco, risale l’abitato fino a piazza Roma (m. 608) poi si snoda nei due rami della strada Empolitana (SP 30a), uno verso Genazzano e l’altro (con il nome di viale Piave) verso il bivio per Capranica, Pisoniano e Bellegra.
Al centro dell’attuale struttura urbanistica è posto il poggio di San Vito, con la chiesa omonima, la principale del paese, dedicata al patrono.
San Vito possiede un bel patrimonio ambientale: la Macchiarella è un castagneto secolare di proprietà Comunale che si collega tramite uno stradone al parco della villa Comunale.
Il castagneto, dove è possibile la raccolta di castagne e funghi, è curato dalla protezione civile di San Vito con staccionate per la delimitazione di sentieri interni e tavoli e panchine per le soste.
Nel parco è il Sentiero della Coscienza, in memoria delle vittime dell’Olocausto, dei totalitarismi e delle foibe istriane.
In un palazzo di piazza Roma c’è questa targa con foto:
“Questa fu la casa di Guido Baccelli (1830-1916), medico, statista, umanista. Diede un prezioso contributo alla Medicina. Fu precursore di teorie innovative nella conservazione dei beni
archeologici e ambientali. Istituì nel 1899 la “Festa degli Alberi”. I suoi insegnamenti appaiono oggi ancora attuali.
‘Pensate col vostro cervello; non v’inchinate mai all’autorità, credete ai fatti e alla ragione, ma a null’altro; non credete a me, ma al vostro giudizio. Arch. Giulia Cerroni“.
Chiesa di Santa Maria dell’Arce
La chiesa parrocchiale di Santa Maria de Arce, eretta probabilmente nel secolo XV, deve il suo nome alla posizione sommitale rispetto al nucleo abitato più antico, sulla rocca o cittadella o altura ai limiti dell’antica piazza del Castello e sempre legata alla residenza signorile.
Nel XVII secolo la famiglia Theodoli, proprietaria del feudo, il cui palazzo ha l’ingresso davanti alla chiesa, ne adornò l’altare maggiore con la pala dell’Assunzione, della scuola di Carlo Maratta (1625-1713), e pose lo stemma araldico in facciata.
Verso la metà del sec. XVIII, su progetto dell’arch. Girolamo Theodoli, furono rifatti la facciata e il campanile.
Nel sec. XIX furono edificate le navate laterali e fu demolita e rifatta la volta, aprendovi sei finestre laterali.
Nel XX secolo dall’arch. Andrea Busiri-Vici (1818-1911) fu spostato in facciata il campanile, in origine collocato presso l’abside, e furono rifatte l’abside, la nuova sacrestia, la cappella del Crocifisso, l’altare maggiore con i suoi arredi liturgici.
Tutto ornato da pitture di Francesco Giustiniani (prima metà del ‘900) e di Aronne del Vecchio (1910-1998).
Sul portone d’ingresso della chiesa è posta questa iscrizione:
“Il Cardinale Carlo Salotti Vescovo di Palestrina con rito solenne, fra l’entusiasmo del popolo, questa città consacrava al Sacro Cuore di Gesù. 7 luglio 1940“.
Chiesa di San Vito
La chiesa di San Vito è il principale luogo di culto del paese.
Realizzata nel 1735 in sostituzione di una precedente su progetto del marchese Gerolamo Theodoli (1677-1766), noto architetto, sorge in cima al colle che domina il centro abitato.
La struttura attuale della chiesa è quella originaria; ha una semplice facciata scandita da lesene laterali e timpano ornato da un elemento a conchiglia.
All’interno, della decorazione settecentesca restano la decorazione dell’altare, la tela ottagonale tardobarocca al centro del soffitto (Gloria di San Vito) e la cappella di san Lorenzo; il resto è ottocentesco.
Del 1945 sono sette opere (olio su tela) di Aronne del Vecchio.
Al centro dell’altare è la statua bronzea del santo patrono, opera (1947) di Giuseppe Pirrone in sostituzione della statua originaria di cartapesta e tessuti perduta in un incendio del 1943.
La chiesa non ha campanile: la sua unica campana sta su un sollevamento piramidale del tetto.
Chiesa di San Biagio
Reliquie del patrono San Vito si conservano anche nella chiesa parrocchiale di San Biagio, al centro del nucleo medievale; in essa, più antica di quella di San Vito, furono originariamente collocate in epoca tardo imperiale le spoglie del giovane martire cristiano che ha dato il nome al paese e che fu vittima della persecuzione dell’imperatore Diocleziano.
San Biagio, vescovo e martire del III-IV secolo, era invece un medico famoso soprattutto per aver sanato un giovane che stava soffocando dopo aver ingoiato una lisca di pesce; per questo fu invocato come protettore contro i mali della lingua e della gola, che il giorno della sua festa (3 febbraio) viene benedetta dal sacerdote con olio sacro e una candela accesa.
San Biagio è patrono secondario di San Vito Romano, che lo celebra con una processione per le vie del centro storico e del borgo.
Della chiesa di san Biagio è incerta la data di costruzione; l’edificio attuale è il risultato della ricostruzione promossa dalla famiglia Theodoli nel 1607-1609.
Nell’Ottocento furono aggiunte le due cappelle ai lati del presbiterio; a inizio ‘900 si operarono i primi restauri alterando seriamente la primitiva qualità degli affreschi.
Dell’originaria decorazione pittorica restano nelle cappelle laterali alcuni affreschi di autore ignoto, con figure di santi ritoccate dall’Antonelli intorno al 1928.
Degli inizi del secolo XVII (1609?) è la pala dell’altare maggiore raffigurante San Biagio che salva il giovanetto dalla lisca di pesce, di autore ignoto di ambito romano tardomanierista.
Notevole il fonte battesimale del Seicento, costituito da una vasca di porfido e da un soprastante tabernacolo in legno di noce dipinto e dorato.
Santuario della Madonna di Compigliano
Ubicato sul colle di Campigliano, divenuto con il tempo Compigliano, che affianca e domina il paese da una delle antiche zone rurali, secondo la tradizione nei suoi pressi verso il 1500 la Vergine Maria apparve tra i rami di un ciliegio a un giovane pastore sordomuto che pascolava il suo gregge; egli rimase sbigottito, riconoscendo in quella figura la Madonna col Bambino in braccio, e subito chiese la grazia di poter parlare e sentire; la Vergine lo guarì e scomparve.
Nel luogo del miracolo, che subito divenne il centro del culto mariano dei Sanvitesi, fu subito costruita un’edicola, ampliata nel tempo; alla fine del ‘500 per volere dei cittadini su di essa fu edificata una chiesa, ultimata agli inizi del Seicento, considerata fino alla fine dell’Ottocento chiesa rurale e accessibile solo da una stradina di campagna; l’immagine mariana è dipinta su una tavola di legno di ciliegio.
Inizialmente a navata unica, la chiesa fu ampliata tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800 con l’aggiunta di due navate laterali, ognuna con quattro altari.
Il soffitto della navata centrale è decorato con scene della vita della Vergine; i dipinti alla fine delle navate laterali e a ridosso dell’organo rappresentano per immagini la storia della fede sanvitese: a sinistra, sul fondo della navata è raffigurata l’apparizione della Vergine al fanciullo sordomuto.
La tela dell’altare maggiore, una Madonna con Bambino di difficile datazione, fu restaurata da Aronne Del Vecchio nel 1948, anno in cui la Vergine di Compigliano fu incoronata il 22 agosto, dopo aver avuto il riconoscimento ufficiale della consacrazione il 23 maggio.
Da allora la struttura è considerata santuario e la sua festa religiosa si celebra la domenica successiva al 22 agosto; è frequentato anche nelle feste mariane e nel mese di Maggio; fa parte della parrocchia di San Biagio, nel borgo medievale.
La facciata, più volte restaurata, presenta nella parte centrale il monogramma mariano e nel cartiglio sulla porta d’ingresso reca la data (1925) dell’ultimo restauro:
“Populus restauravit, ampliavit AD MCMXXV“.
Nel viale e intorno al tempietto sono state erette 15 edicole riproducenti in ceramica le fasi della vita e della glorificazione di Maria e del suo Figlio (Annunciazione, Visitazione, Nascita di Gesù, Presentazione al tempio, Gesù tra i dottori, Gesù nell’Orto, Flagellazione, Coronazione di spine, Caricato della Croce, Crocifissione, Resurrezione, Ascensione, Pentecoste, Assunzione, Incoronazione di Maria), in ricordo delle Sante Missioni del 1984, dell’Anno Mariano 1987-88, del 25° di sacerdozio del parroco don Marcello Schiavella e del 40° dell’incoronazione dell’immagine.
Cona di San Martino
Roma, Genazzano e San Vito si contendono i natali di Oddone Colonna, eletto papa al Concilio di Costanza (1414-1418) con il nome di Martino V (1417-1431).
Dopo la sua elevazione in tutta l’area prenestina crebbe notevolmente la devozione nei confronti di San Martino, materializzatasi anche tramite l’erezione di molte edicole campestri; una di esse, la “Cona di San Martino“, è ancora visibile al margine del borgo antico di San Vito, e ancora oggi è meta di passeggiate.
Si può raggiungere partendo dal santuario della Madonna di Compigliano: dal lato sinistro della sua scalinata parte un sentiero-mulattiera che scende nel bosco di castagni sotto la chiesa, ripido e pieno di foglie secche ma comodo.
In circa 15 minuti esso sbuca in via del Casale, una strada vicinale che scende fino alla SP 71 (via della Libertà).
Da qui volgendo a destra per altri 200 metri circa, di fronte a un grande cancello un sentierino sale in breve alla Cona di San Martino, cappella rurale con copertura a capanna e due entrate sull’antica mulattiera per Olevano Romano.
Il luogo, oggi quasi perso in mezzo a cespugli spinosi, costituiva un tempo un riparo e una sosta per i contadini dopo un’intera giornata di lavoro nei campi; oggi, bello e panoramico, è una sorta belvedere con la vista che spazia da un lato verso i monti Prenestini e i paesi di Bellegra, Olevano e Genazzano, dall’altro verso la valle del Sacco.
Seguendo la strada provinciale per nemmeno un km verso sinistra (verso San Vito), si ha un magnifico colpo d’occhio sul borgo antico, una cascata di case che scendono a grappolo dall’alto del colle a cui è aggrappato l’abitato.
Entrando poi per la via di Porta Olevano, si può risalire tutto il borgo medievale, toccando la chiesa di San Biagio, fino alla parte alta, seicentesca, del paese (Borgo Mario).
Escursione consigliata
Una bellissima esperienza sportiva e culturale è quella di ripercorrere a piedi l’antica strada di montagna che collegava San Vito Romano a Capranica Prenestina.
Lunga circa 8 km, supera un dislivello di 270 metri e si completa in circa 3 ore.
E’ segnata con i sentieri CAI n. 506 e 511 e con il n. 10 dalla IX Comunità Montana dei Monti Prenestini.
Queste le tappe:
1) San Vito Romano (m. 696): Da piazza Roma risalire via dell’Olmata, lo stradone che attraversa il Parco Comunale (Castagneto); poco dopo il cimitero si arriva a un trivio: dalla strada a sinistra, accanto al deposito di bibite Nini, solo inizialmente asfaltata, parte il Sentiero delle Vignole (m 730) (n. 605 del CAI), antica strada di collegamento con Capranica Prenestina.
Il sentiero scende alla località Oppio (m. 703), risale a Colle Le Cese (m. 772) e a Colle San Paolo (m. 729) e raggiunge la provinciale San Vito-Capranica al Passo del Pratarone (m. 659).
2) Seguire l’asfalto verso sinistra per 1,1 km; dopo 400 metri a sinistra della strada si incontra una
cappella rustica ricavata da una vecchia costruzione in pietra, davanti alla quale è una stele della pace quadrangolare; su un lato è scritto:
Che la pace regni sulla terra; sugli altri tre lati la stessa frase in lingua giapponese (Sekaijinrui – Ga – Haiwa – Arimesnyoni), in inglese (May peace prevail on Earth) e in francese (Puisse la paix regner dans le Monde).
La spiegazione della stele era su un (misterioso) cartello-messaggio posto dietro il piccolo altare della cappella rustica:
“02 aprile 2001 /Questo è il tempo predetto da Cristo Gesù /affinché i Suoi leggendari Guerrieri della Pace / attivano (sic!) luoghi di purificazione, di pace e di amore / nei quattro angoli del mondo… / Questo luogo è stato scelto da papa Woityla / per attivare con la sua benedizione e il suo immortale amore / il palo della pace universale… /Guida anonima dei Guerrieri della Pace“.
Seguiva questa Preghiera per la pace universale, di Autore anonimo: “Pace, Pace, Pace / Pace in tutte le Nazioni del Mondo / Pace alla Missione Materiale e a quella Spirituale / Pace con gli Angeli Custodi /Pace con gli Insegnanti e Maestri Spirituali / Pace con i Santi di tutte le Religioni / Pace con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo / Così sia, così sia, così sia. Autore Anonimo“.
Incontrati ancora lungo la provinciale i resti di una cava di marmo, dopo 700 metri dalla cappella della pace si entra in territorio di Capranica, che da qui dista 5 km; a una netta curva a sinistra ecco
3) Cona Vorvoni (cappella di S. Rita, m. 713) che, come dice una lapide al suo interno, è
stata “ricostruita nell’anno 2000 dai signori Lucci Mario e Duca Ruggero, che con fede e devozione la dedicarono a Santa Rita da Cascia nel centenario della beatificazione.
Capranica Prenestina. 28 maggio 2000“.
Accanto scorre il fosso omonimo inizia una sterrata in salita chiusa da un cancello; 500 metri oltre il quale si arriva, sempre con il sentiero 506, alla
4) Mola Bossi, ora rifugio della Forestale, ma chiuso; 15 minuti più a monte, in località Refota, i
5) Vasconi pieni d’acqua a servizio della Mola; e cinque minuti più avanti ecco il magnifico
6) Fontanile della Forma (m. 850 circa), in una bella e fresca radura.
Dal fontanile verso destra il sentiero segnato (CAI 506) continua a salire verso le creste e verso il monte Guadagnolo, mentre verso sinistra, attraversato un rigagnolo d’acqua corrente, inizia il sentiero 511 per Capranica Prenestina. Esso giunge alla
7) Forcola Quaravina (m. 967, bivio via delle Creste); al
8) Cimitero di Capranica Prenestina (dove inizia la Via delle Creste per Guadagnolo); e alla 9) Piazza di Capranica Prenestina (m. 891), termine dell’escursione.
Fonti documentative
San Vito Romano – in LAZIO, Guide turistiche regionali – I. G. De Agostini, Novara, 1976;
San Vito Romano – in Rocche e Castelli del Lazio – di A.C. Cenciarini e M. Giaccaglia, Newton Compton Editori, Roma, 1982.
Nota
Il testo è di Stanislao Fioramonti, le foto sono di Patrizia Magistri; la visita è stata effettuata il 7 luglio 2020.
Mappa
Link alle coordinate: 41.878748 12.983410