Castello di Vacone – Rieti

 

Cenni Storici

Vacone si erge a 512 metri di altezza sul livello del mare, su un costone dei monti Sabini, da cui si gode di una magnifica vista sul territorio, dominato dal monte Soratte.
L’origine del toponimo Vacone deriva dal culto della dea Vacuna e dal fatto che in questi luoghi doveva trovarsi un “fanum vacunae“, cioè un tempio dedicato alla dea, di cui però non sono state ritrovate tracce.
Il luogo ove sorge Vacone probabilmente era abitato sin dall’epoca preromana, anche se non rimangono tracce dei primitivi insediamenti sabini è del tutto improbabile che, per la sua posizione dominante sull’intera regione non sia stato abitato fin da epoca remota.
Le prime evidenze archeologiche sono relative ad una villa romana presumibilmente risalente al I secolo dopo Cristo.
È probabile che dalla villa e dal relativo circostante abitato sia sorto un primitivo insediamento fortificato, poiché la posizione era strategica, ai confini tra il Ducato di Spoleto e il cosiddetto corridoio Bizantino che collegava il Ducato Romano a Ravenna.
La prima notizia storica accertata su Vacone risale all’anno 1027 ed è contenuta nel regesto farfense, da cui si apprende che la nobile longobarda Susanna, con il consenso del marito Attone, donò all’abbazia di Farfa tutto ciò che aveva ereditato dal padre Landolfo e dalla madre Tassia nel castello di Vacone.
Agli inizi del XIII secolo il castello cadde in potere della famiglia nobile romana Ogdolina, ma la popolazione reagì violentemente all’imposizione del dominio signorile tanto che Papa Gregorio IX fu costretto a riacquistare i diritti sul castello di Vacone per restituire pace e quiete non solo al castello, ma anche all’intera Sabina.
Il diretto controllo della Chiesa durò almeno fino al 1278, anno in cui Vacone giurò fedeltà a Niccolò III.
Divenne in seguito dominio degli Orsini, come risulta dal registro del Cardinale Albornoz (1364), dove si fa menzione del governo di Napoleone Orsini.
Ulteriori passaggi di proprietà si ebbero nel 1518, allorché il feudo fu ereditato da Alberto Pio di Carpi, per poi passare in eredità ai Caetani che a loro volta lo vendettero al conte Gaspare Spada.
Il dominio di quest’ultimo su Vacone fu costellato da una serie di vessazioni inflitte agli abitanti, obbligati, tra l’altro, a contribuire alle spese per la costruzione del palazzo baronale; alla sua morte, avvenuta in Roma nel 1624, gli successe la vedova Virginia Mattei.
Il castello fu poi venduto ai Caccia di Sant’Oreste, dai quali passò al marchese bolognese Angioletti e nel 1658 a Guido Vaini.
Durante la parentesi del dominio francese Vacone fu ascritto dapprima al dipartimento del Clitunno, cantone di Magliano (1798-1799) per passare poi al dipartimento di Roma, circondario di Rieti, cantone di Torri (1810-1814).
L’ultimo proprietario di Vacone fu il marchese Antonio Clarelli di Rieti, che il 18 novembre 1816 rinunciò ai diritti feudali sulla proprietà.
Con la Restaurazione e la riforma del 1816/1817 Vacone, entrò a far parte della provincia Sabina, delegazione di Rieti, distretto di Poggio Mirteto, governo di Calvi, come comunità appodiata a Torri; riebbe una certa autonomia nel 1827, allorché risulta comunità soggetta alla podesteria di Torri; nel riparto territoriale del 1831 compare come governo di secondo ordine dipendente da Poggio Mirteto.
A metà dell’ottocento contava 306 abitanti, 58 dei quali nella campagna, suddivisi in 67 famiglie residenti in 65 case sotto la Parrocchia di San Giovanni.
Il paese era circondato da mura, con piccolo borgo, e vi si trovavano una bottega di tessuti, un’osteria, un carrettiere ed una mola a olio del Marchese Cav. Pietro Marini.
Il territorio produceva olio, vino, ghianda, grano e fieno.
Dopo l’annessione al Regno d’Italia, avvenuta nel 1860, il comune fu ricostituito, in data 18/03/1861 e assegnato alla provincia dell’Umbria, che in data 16/08/1882 cambia nome in provincia di Perugia.
In data 10/04/1923 passò sotto la provincia di Roma fino al 12/01/1927 quando entrò a far parte della neo istituita provincia di Rieti; dal 13/03/1928 perse lo status di comune autonomo, confluendo in Cottanello.
Riacquisì la propria autonomia, che mantiene fino ad oggi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’08/03/1946.
 

Vacone oggi

Oggi Vacone è un comune italiano di 267 abitanti della provincia di Rieti nel Lazio, a 512 metri di altezza sul livello del mare, su un costone dei monti Sabini.
Il territorio del comune di Vacone è quasi totalmente montano, ha un’estensione di 914 kmq e conta attualmente circa 265 abitanti residenti.
Situato a circa 70 km da Roma, 30 da Rieti e 20 da Terni, il comune di Vacone, confina a N con quello di Configni, a NE con Cottanello ed a SSE con il comune di Torri in Sabina.
Il territorio, alquanto vario con gli ampi tratti boscosi che vengono interrotti dagli affioramenti rocciosi e dai fenomeni di microcarsismo (doline, antri e grotte con stalattiti e stalagmiti), è ammantato da una vegetazione rigogliosissima e varia che contribuisce a dare al paesaggio un aspetto unico e gradevole, privo di asprezze degne di nota, e presenta caratteri di grande valore naturalistico e notevole interesse paesaggistico.
L’abitato è arroccato sulle pendici del Cosce, un monte di non elevata altezza (1.124 metri) ma imponente nella sua mole, tanto da essere visibile, nelle giornate limpide, dal centro di Roma.
Gli accessi principali al centro abitato sono sulla Strada Statale Ternana.
Provenendo da Roma, il benvenuto al visitatore è dato da un magnifico viale alberato che scavalca il torrente Imella, ora pressoché asciutto, ma un tempo luogo prediletto, durante le bella stagione, di passeggiate rinfrescanti.
 

Attività economiche

Il clima della zona è temperato, caratterizzato da una piacevole ventilazione nelle zone di maggiore altitudine; raramente, durante l’inverno, si verificano nevicate, grazie alla protezione dei Monti Sabini a NE, mentre la piovosità moderata nei periodi invernali ed autunnali rende fertile la terra.
L’agricoltura, malgrado le profonde trasformazioni sociali degli ultimi anni, rimane attività di notevole importanza insieme alla zootecnia ed allo sfruttamento delle aree boschive e del sottobosco, con produzioni di funghi, castagne e la presenza di bestiame allo stato brado.
Una particolare considerazione merita l’olio extravergine di oliva prodotto da questa terra, simbolo della millenaria civiltà agricola ed insieme settore trainante della Sabina.
Il clima mediamente temperato, la pendenza ideale dei sistemi collinari e l’esposizione ottimale di gran parte degli oliveti insieme con la varietà di piante consentono di ottenere un olio particolarmente leggero (colore giallo oro con sfumature sul verde per gli oli freschissimi, sapore fruttato, vellutato, uniforme, aromatico, dolce, amaro per gli oli freschissimi, acidità massima – espressa in acido oleico, in peso – 0,7 grammi per 100 grammi di olio, numero di Perossidi <= 10 Meq 02/Kg). Di recente, l'olio sabino ha ottenuto un importante riconoscimento: è il primo olio di oliva extravergine a Denominazione di Origine Controllata d'Italia. La Denominazione di Origine Controllata "Sabina" deve essere ottenuta dalle seguenti varietà di olivo presenti, da sole o congiuntamente, negli oliveti: Carboncella, Leccino, Raja, Pendolino, Frantoio, Moraiolo, Olivastrone, Salviana, Olivago e Rosciola per almeno il 75%. Possono, altresì, concorrere le olive di altre varietà presenti negli oliveti fino ad un massimo del 25%. Questo grazie anche ad una particolare cura per ogni momento della lavorazione: il prodotto di qualità si ottiene grazie alla molitura a freddo e ad un'attenta raccolta effettuata a mano sulle piante senza percuotere i frutti e alla conservazione del prodotto trasformato.  

Piatti tipici

Nella gastronomia tradizione, estro e genuinità fanno leva sugli ingredienti di qualità già ricordati.
Per chi ama mangiare sano e di buon gusto si segnalano alcuni semplici e genuini piatti locali: gli strozzapreti, dei maccheroni a matassa impastati a mano fini a ridurli in un unico lungo cordone dello spessore poco inferiore al mignolo e conditi con sugo di pomodoro, olio e aglio; le fregnacce, semplice impasto di acqua e farina che immerse in olio bollente formano un’appetitosa focaccia, resa ancor più gustosa dall’aroma della locale mentuccia (la santoreggia) che si aggiunge all’impasto; l’invernale padellaccia, che consiste in una stesa di polenta abbondantemente cosparsa di sugo, di formaggio, di ritagli di maiale appena macellato o di galluzze (il nome dialettale per i gallinacci).
Molto noti in Sabina sono i falloni, pani ripieni di foglie di bietola lessata e condita con aglio e olio, i frittelli, cime di broccoli impanate e fritte.
 

Terrazza sulla Sabina

Dal castello di Vacone si ammira un incantevole panorama su tutta la Sabina e svetta sulla destra il monte Soratte, cantato nella celebre ode a Taliarco (carm. 1,9):

Guarda come è alta la neve
sul candido Soratte.
I boschi non ne sostengono più il peso,
e il gelo intenso ha ghiacciato i fiumi.
Allontana il freddo ponendo legna
in abbondanza sul focolare, e mesci
da un’anfora sabina a doppia ansa,
o Taliarco, vino di quattr’anni….

 
 
 

Il Castello

Occupa una posizione dominante nel poggio su cui sorge l’abitato di Vacone, l’ingresso meridionale si trova nella piazza del vecchio Municipio.
Le prime notizie del Castello risalgono al 1027; si sa che appartenne all’abbazia di Farfa poi a varie famiglie nobili tra cui gli Orsini, i Caetani, gli Spada, i Vaini ed infine i Marini Clarelli.
Questi ultimi, nella persona di Antonio Clarelli, rinunciarono in data 18 novembre 1816 ai diritti feudali su Vacone.
Il castello è oggi proprietà privata per cui è impossibile visitarne l’interno;è stato ristrutturato alla fine del secolo scorso.
L’edificio padronale è costituito da due piani fuori terra che insistono su una superficie di circa 350 m2. Il primo piano seminterrato (ex cantine), coperto da un soffitto con volte a botte, è stato utilizzato, per molti anni come ristorante e se ne conservano ancora le attrezzature.
Il secondo edificio (di servizio), insiste su una superficie di circa 125 m2 ed è diviso da quello principale da una corte interna. Si sviluppa su tre piani e non ha piani seminterrati. L’estremità nord presenta una torretta di guardia accessibile dal secondo piano.
Inoltre al primo piano e al piano terra ha un’appendice in cui erano sistemate le stalle e gli ambienti di servizio.L’edificio principale è caratterizzato da grandi saloni coperti a volta o con soffitto in legno a cassettoni dipinti con decorazioni originali di un’eleganza severa.I pavimenti sono per lo più in cotto dell’epoca.La copertura del tetto è con falde a padiglione e manto a coppi.Un cenno particolare merita il giardino esposto a nord, non grande, ma occupato per circa la metà della sua superficie dalla chioma eccezionale di un leccio plurisecolare tra i più grandi e ben conservati della Sabina, che costituisce uno dei maggiori pregi naturalistici e ambientali offerti dalla zona.
 
 
 

Porta d’accesso

La porta d’accesso è sormontata da torrione quadrato difeso nella parte superiore da una caditoia, quel che resta delle antiche mura del castello. Sopra l’arco a tutto sesto della porta è ancora visibile il fregio scolpito in pietra degli ultimi nobili proprietari del castello: i marchesi Marini Clarelli.
 
 
 

Chiesa della Madonna della Fonte

Piccola costruzione ha un unico altare e la sua costruzione risale alla metà del XVII secolo; vi si celebra la festa ogni anno nella ricorrenza della Presentazione di Maria Santissima al Tempio.
 
 
 

Fonte Bandusia

Rimane difficile identificare la Fonte Bandusia cantata da Orazio con quella indicata dalla cartellonistica a Vacone, peraltro di epoca medioevale.
Nella vigilia dei Fontanalia, festa che ricorreva il 13 ottobre, secondo Varrone (ling. 6,22), si gettavano ghirlande nelle fonti e si coronavano i pozzi; nella sua ode (carm. 3,13) Orazio promette libagioni di vino, corone di fiori ed il sacrificio di un capretto:

O fonte di Bandusia, più limpida del vetro,
degna di dolce vino e ghirlande di fiori,
domani ti sarà donato un capretto
sulla cui fronte turgida spuntano le prime corna
per destinarlo alle battaglie d’amore.
Invano, giacché tingerà di rosso sangue
le tue gelide correnti
la prole del gregge lascivo.
Te non raggiunge la torrida canicola,
tu con le fresche acque
offri ristoro ai buoi stanchi d’arare ed al gregge vagante.
Anche tu sarai una famosa fontana,
poiché io canto il leccio che ombreggia il tuo antro
e la roccia ove sgorgano le tue acque mormoranti
”.
(Ode XIII, Libro III)
 
 
 

Villa di Orazio

A Vacone sono attualmente visibili i resti di una monumentale villa romana.
La villa, che sembra essere stata in uso tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., conserva intatti mosaici pavimentali con geometrie policrome e intonaci decorati ancora collocati sulle pareti.
Lo spazio abitativo, su un terrazzamento artificiale del Monte Cosce, è delimitato a valle da un criptoportico, una sorta di magazzino al coperto, sul quale doveva sorgere un portico che offriva agli abitanti della casa una vista panoramica sulla Sabina.
Dal portico, si accedeva a stanze decorate, adibite all’accoglienza degli ospiti, mentre dietro dovevano estendersi gli ambienti più privati, che ancora non sono stati scavati.
A monte, l’area è delimitata da una cisterna per la raccolta dell’acqua.
Sul terrazzamento superiore, quella che sembra essere un antico impianto termale ha lasciato il posto, in una successiva fase di vita della villa, a un’area produttiva per la spremitura delle olive: due torchi e le vasche di decantazione sono ancora oggi visibili.
Si è ipotizzato che sia la famosa villa donata da Mecenate al poeta Quinto Orazio Flacconel 33 a.C., ma l’identificazione è tuttora controversa.
La nitida vista del monte Soratte e la lettera del poeta, indirizza ad Aristio Fusco, che cosi conclude: “Haectibidictabam post fanum putre Vacunae, exceptoquod non simulesses cetera laetus – Dettavo questa lettera per te al fresco, dietro il tempio diroccato di Vacuna; e tu solo mi mancavi a compiere la mia felicità -” (Epistularum – lib. I,X -II)testimoniano a favore dell’individuazione della villa nel sito di Vacone.
 
 
 

Chiesa di Santo Stefano

Si tratta della prima chiesa cristiana del territorio, risalente al X secolo, situata lungo la strada comunale “Sasso Grosso” per Terni.
Essa si presenta attualmente quasi completamente diruta.
Sappiamo però che aveva una torre quadrata adibita a campanile costruita con resti provenienti dalla vicina villa di Orazio. Nella base, infatti, troviamo una lapide rettangolare con caratteri dell’epoca imperiale che testimonia tale provenienza.
 
 
 

Chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista

Adiacente al castello è la chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista.
La chiesa risale al XII secolo ma i successivi e profondi rifacimenti, soprattutto quello del 1539, (come possiamo notare nell’architrave in travertino sopra l’ingresso) ne hanno modificato l’architettura romanica iniziale. Le modificazioni riguardano sia l’interno che l’esterno, tranne l’abside semicircolare sul retro della chiesa.
Le capriate del tetto furono sostituite dalla volta a botte e l’austera facciata romanica fu tutta adornata in stile barocco con piastrini di stucco.
In tempi più recenti, la facciata è stata ricoperta da un discutibile intonaco bianco che le dà un’aria vagamente messicana.
In una nicchietta, a fianco della porta, è appena visibile un affresco che rappresenta la Madonna con il Bambino in braccio, di probabile epoca duecentesca.
La chiesa è caratterizzata dalla navata unica e ha cinque altari.
L’opera di maggior interesse artistico e culturale è senz’altro il trittico su tavola a tempera attribuito a Marco Antonio Aquili, secondogenito del più noto Antoniazzo Romano.
Collocata sopra l’altare maggiore, l’opera rappresenta tre santi molto venerati nel territorio di Vacone: San Paolo apostolo, San Giovanni Evangelista e Santo Stefano protomartire, accompagnati rispettivamente da tre scene che si riferiscono al loro martirio: Decapitazione di san Paolo, San Giovanni Evangelista immerso nell’olio bollente, Martirio di santo Stefano.
La tavola fu trafugata negli anni Ottanta del secolo scorso e restituita solo nel 2009 grazie al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri di Firenze.
Da notare anche il quadro della Madonna del Rosario che rappresenta la Vergine con il Bambino in braccio nell’atto di offrire a San Domenico e a Santa Caterina la corona del Rosario con intorno i quindici misteri.
Di questo dipinto si sa solo che è stato fatto su disegno di Girolamo Troppa, nativo del vicino paese di Rocchette.
 
 
 

Il Pago

Misterioso bosco sacro cantato anche da Plinio, ove forse era allocato il tempio della dea Vacona.
Gli abitanti di Vacone hanno un legame ancestrale con questo luogo, ancora oggi meta e scenario nei momenti di festa dell’intera comunità.
Nel bosco è la piccola chiesa di San Michele Arcangelo, un tempo residenza di eremiti.
La sua costruzione fu voluta dalla famiglia Vaini, già proprietari del castello e risale al XVII secolo.
Oggi la chiesa, di proprietà comunale, è molto richiesta per la celebrazione di matrimoni e altre cerimonie, può essere affittata con la sala polifunzionale da 40 posti e l’annessa cucina.
Il bosco vaconiano, che le fa da cornice, è stato recentemente attrezzato con barbecue, tavoli da pic-nic ed area camping con servizi igienici.
 
 
 

Monastero di San Gandolfo

Ruderi risalenti al X secolo, per raggiungerli si risale a sinistra la strada che conduce al municipio e al cimitero e si segue la strada sterrata fino al bivio per il Pago dove si gira a destra.
Da qui, dopo molti saliscendi, si arriva ad una radura con una fontana-abbeveratoio: è opportuno fare attenzione agli eventuali animali presenti.
Nelle vicinanze, proseguendo la strada in salita, si trovano i resti del monastero di San Gandolfo (sec. X).
Se si è in compagnia di una guida o di un conoscitore della zona è consigliabile visitare le sorgenti del Collalto (acqua molto leggera che è possibile assaggiare dalla fontana all’ingresso del paese), e la grotta Cherubini una profonda cavità carsica che si trova circa a metà del percorso che si narra sia stata abitata sin dal Neolitico.
 
 
 

Eremo di Sant’Orsola

Sorge in posizione panoramica sul fianco meridionale del Monte Cosce, meta annuale della processione in occasione della Festa di Pentecoste.
Una strada percorribile asfaltata conduce fino al cancello dell’Eremo.
L’edificio, costruito nel 1679, è aggrappato sul versante sud della montagna ed e caratterizzato da una semplice architettura consona alla funzione cui era destinato.
Interessante è l’elegante campaniletto a vela dove troviamo una campana con l’immagine di Gesù con l’iscrizione “Maria gratiaplena“.
Attualmente è disabitato e la visita dell’interno è possibile solo previo accordo con il parroco di Vacone.
 

Ringraziamenti

Anche se è in Sabina, fa parte della Diocesi di Terni – Narni – Amelia, che si ringrazia per la collaborazione e l’autorizzazione alla pubblicazione delle foto.
Si ringrazia il gentilissimo sindaco di Vacone, Ing. Roberto Renzi.
Le foto della Fonte Bandusia e della chiesa di Santo Stefano sono tratte dal sito del Comune per sua cortese concessione.
 

Fonti documentative

http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=11567

http://cms.tp-srl.it/comune.vacone/index.php?option=com_content&view=article&id=10&Itemid=54

http://www.comune.vacone.ri.it/testonatura.html

http://www.diocesi.terni.it/san-giovanni-evangelista-in-vacone/

Adone PALMIERI, Topografia Statistica dello Stato Pontificio: ossia breve descrizione delle città e paesi, loro malattie predominanti, commercio, industria, agricoltura, istituti di pubblica beneficenza, santuari, acque potabili e minerali, popolazione […], parte terza Provincie di Velletri, Rieti e Frosinone, Tipografia Forense, Roma 1858.
Cherubini, C., Mellini, P., Una visita a Vacone in Sabina: in cammino tra poesia, storia e natura, Roma, System Graphic S.r.l., 2004
AA.VV., Città e paesi del Lazio, Roma, Editrice Romana s.p.a, 1997
Grappa, C., Storia dei paesi della provincia di Rieti, Poggibonsi, Lalli, 1994
Palmegiani, F., Rieti e la regione Sabina. Storia arte, vita usi e costumi del secolare popolo sabino, Roma, Secit, 1988
 

Nota

La galleria fotografica ed il testo sono stati realizzati da Silvio Sorcini.
 

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